02/07/2012 - di Massimiliano Rubbi

Sergio Bellucci, esperto in comunicazioni di massa e nuove tecnologie, è tra i fondatori di Net Left, un’associazione che si occupa delle frontiere dell’innovazione tecnologica e delle libertà dell’era digitale; fa parte del Comitato Scientifico di “Sinistra Ecologia Libertà” ed è Consigliere di Amministrazione di LAit (Lazio Innovazione Tecnologica). Ha pubblicato, tra gli altri, i libri E-work. Lavoro, rete e innovazione (Roma, DeriveApprodi, 2005) e, con Marcello Cini, Lo spettro del capitale. Per una critica dell’economia della conoscenza (Torino, Codice Edizioni, 2009).

In che modo le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e il passaggio a un’economia della conoscenza possono agevolare l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità?
Le nuove tecnologie consentono cose prima quasi impensabili, cioè costruire strumenti che possono essere adattati all’individuo. Fino a quando le tecnologie sono state meccaniche, era l’individuo che doveva in qualche modo rispondere alle esigenze della macchina; in parte, oggi, questa cosa è ancora vera, ma il grado di flessibilità è molto più alto e siamo in grado di costruire delle interazioni uomo-macchina che tendono alla personalizzazione. Da questo punto di vista, è ovvio che qualunque tipo di deficit può essere ridotto drasticamente sia nell’impatto di quel deficit nella relazione con la macchina sia con l’altro da sé. Questa cosa è ancora più vera se si passa dalla produzione di merci materiali a quella che è stata chiamata “economia della conoscenza”. Mentre il grado di flessibilità che si può raggiungere attraverso le macchine, per quanto riguarda le merci materiali, può essere diciamo del 60-70%, per l’economia della conoscenza questa flessibilità può tendere alla totalità, in quanto la produzione di un contenuto è virtualizzabile in maniera quasi completa. Da questo punto di vista possiamo dire, quindi, che l’innovazione tecnologica consente gradi di parità che le vecchie tecnologie meccaniche non consentivano.

Queste nuove forme di organizzazione del processo produttivo, basate sulla gestione delle informazioni più che sullo svolgimento manuale di operazioni, possono costituire un ostacolo per lavoratori con disabilità di tipo cognitivo (che prima potevano essere adibiti a mansioni “meccaniche”) nel momento stesso in cui vengono incontro alle esigenze di quelli con deficit fisici o motori?
Questo è sicuramente un problema aperto, perché nello sviluppo dell’economia della conoscenza l’apporto qualitativo dell’individuo nel ciclo produttivo, in termini di aumento dell’informazione contenuta nella merce o nel servizio prodotti, è un dato assolutamente significativo. Ma anche qui, siccome credo che sia possibile lavorare verso elementi di personalizzazione – sempre che lo si voglia e che ci siano le risorse dedicate a sviluppare questi modelli –, è possibile sottolineare ed evidenziare le capacità cognitive, anche se ridotte, che l’individuo ha su alcuni segmenti, e portarle a un livello qualitativo utile nel ciclo produttivo. È ovvio che tutti i cicli produttivi, anche quelli automatizzati delle merci materiali, ripetitivi e senza immissione di qualità, oggi sono più facili dal punto di vista della gestione e anche meno faticosi, e quindi in qualche modo più generalizzabili.

Una modalità di lavoro in cui il contatto fianco a fianco è sempre più sostituito da un’interazione più ampia, ma virtuale, ostacola o favorisce la formazione di quei rapporti informali tra colleghi, e tra lavoratori e direzione aziendale, che possono determinare per la persona disabile la differenza tra un semplice inserimento lavorativo e un’integrazione sociale più completa?
Da questo punto di vista noi siamo in una fase di transizione che non è terminata, e chissà se e quando potrà avere un termine. Io sostengo da anni che stiamo entrando in società che definisco “mutanti”, del cambiamento perenne, e che quindi non hanno più la possibilità di essere stabilizzate in termini di modelli predefiniti, socializzabili come elementi stabili. Questo pone tanti quesiti, perché probabilmente è la prima volta nella storia della specie umana che ci si ritrova in una dinamica sociale senza più nessun elemento di stabilizzazione. Anzi, si può dire che la capacità di mutamento perenne è il cuore nuovo delle nostre società. Questo significa tanti cambiamenti, che noi possiamo semplicemente, per il momento, cominciare a registrare. È evidente che cambiano le forme relazionali: nessuno di noi è lo stesso di prima di Internet, ma siamo anche molto diversi da come eravamo con Internet 1.0 rispetto all’attuale 2.0, con i contenuti costruiti attraverso una forma relazionale, come il famoso Facebook (ma non solo quello). Cosa questo significhi in termini di trasformazione nel ciclo produttivo, lo stiamo osservando in questo momento; mi sembra di poter dire “a spanne”, ma non c’è credo ancora nessuna ricerca che possa supportare per il momento un’ipotesi o l’altra, che questa trasformazione delle forme relazionali stia modificando anche alcuni aspetti della struttura cognitiva individuale e la forma dei gruppi sociali. Dentro questo quadro di grande trasformazione e incertezza, oso intravedere qualche possibile lettura degli esiti, e mi sembra di poter dire che in queste strutture la persona disabile non dico sia avvantaggiata rispetto alla situazione precedente, ma può vedere il proprio deficit molto più sciolto e superabile, perché le forme di relazione fondamentali, come la scrittura e la voce, sono gestibili con vari tipi di interfacce, e quindi rispetto alla situazione ex ante mi sembra ci sia qualche elemento di integrazione in più.

Di fronte a tecnologie che consentono molteplici adattamenti alle esigenze personali, c’è il rischio che l’integrazione lavorativa e sociale delle persone disabili sia vista come frutto semplicemente di uno sforzo tecnico, e non anche di un lavoro culturale?
Io su questo, in genere, mi colloco nella zona dei “tecno-ottimisti”, perché credo che gli esseri umani riescano sempre a piegare lo strumento che hanno in mano a un uso sociale: l’uomo è un animale sociale, sta bene quando sta insieme agli altri e condivide con gli altri delle cose. Queste strutture tecnologiche fanno emergere costantemente forme di relazione, condivisione e superamento dei limiti precedenti, un po’ come la pasta lievita, che aumenta costantemente anche se ne leviamo dei pezzi, e il fenomeno dell’interazione sociale sta producendo una richiesta enorme di relazione. Tutto questo non significa che non ci siano problemi e rischi, in primo luogo quelli di invasione della privacy e di controllo, molto significativi anche e soprattutto sul lavoro, perché queste tecnologie possono essere utilizzate per entrare nella vita dei singoli e condizionarla, o per sconfiggere capacità di lotta che emergono nei luoghi di lavoro. Il controllo esisteva però anche prima delle tecnologie digitali, e, tra rischi e benefici, mi sembra che il lievito abbondante delle tecnologie aumenti, molto di più delle capacità di invasione della privacy, le forme di relazione e di condivisione, ciò che mi rende al momento “tecno-ottimista” e mi pare possa alludere a qualche esperimento sociale significativo in positivo. Ovviamente, come in tutte le cose, sono pronto a ricredermi se invece la piega sarà un’altra, ma mi sembra in questa fase che tutti i tentativi di mettere sotto controllo stentino ad avere effetto, facendo invece riemergere questa forma un po’ anarchica di auto-organizzazione. Certo, molte piattaforme sono prodotte da società per scopi commerciali che provano a utilizzare i nostri dati, e li utilizzano, per interessi aziendali, però quello che vedo di fondo è l’elemento fortissimo della condivisione. Per esempio, nell’aprile scorso c’è stata la crisi in Europa per le ceneri del vulcano islandese, che hanno messo in una condizione molto difficile il sistema aereo: mentre tutte le strutture, anche quelle grandissime e iper-organizzate, sono saltate e non sono state in grado di reggere l’urto, attraverso la rete si sono create spontaneamente forme di auto-organizzazione di viaggi via terra, che hanno dato risposte molto importanti al problema individuale dello spostamento, e che non avevano nessun elemento centrale di controllo, ma si auto-generavano dallo scambio di itinerari, orari e dalla condivisione delle spese. Ci sono quindi delle forme che consentono alle persone di dare e trovare risposte ai problemi in una maniera che era totalmente imprevedibile anche soltanto qualche tempo fa. Stiamo quindi entrando in una fase nuova, ma molto interessante.

Parole chiave:
Lavoro, Legislazione