Ci vuole tempo per creare un buon clima

02/07/2012 - di Massimiliano Rubbi

Miria Michielli è la titolare dell’omonima officina meccanica, una piccola industria della zona Roveri di Bologna.

Ci può descrivere la vostra esperienza di azienda nell’integrazione di lavoratori svantaggiati?
Il ragazzo con disabilità che lavora oggi con noi era venuto qui circa 5 anni fa mandato dalla Azienda USL di Bologna - Igiene Mentale, a fare uno stage per cercare di inserirlo. Abbiamo iniziato piano piano, come bene o male si fa con tutti: non c’è un trattamento diverso, ma si cerca di conoscere la persona, e in base alla tipologia di malattia la si mette a fare dei lavori, più semplici o più complicati. Il ragazzo ha una disabilità mentale, ma riesce a svolgere il suo lavoro normalmente: lavora al trapano, fora, fresa e taglia i pezzi, e fa altri lavori più semplici, senza operare sui controlli, e si è integrato abbastanza bene. In passato ho avuto altri ragazzi con disabilità di varie tipologie, ma erano tutti in stage, e alla fine del periodo sono andati a fare altro; lì non c’era la motivazione per assumerli, ma si cercava solo di vedere come si potevano comportare in un ambiente lavorativo. Erano ancora ragazzini molto giovani, e quindi seguiti e in una fase di prova e “studio”, mentre la persona che ho attualmente ha più di 40 anni, aveva già lavorato in un’azienda, e bisognava integrarlo come assunzione.

In base a quali motivazioni avete scelto di inserire un lavoratore svantaggiato nella vostra azienda anche se, avendo 8-9 dipendenti, non obbligati dalla legge? Come ha inciso su questo il fatto di essere una piccola impresa?

Anche se non avevamo l’obbligo, quando il ragazzo era qui a fare il percorso di stage abbiamo imparato a conoscerlo, lui si è sempre comportato bene e si è affezionato a noi come noi a lui. Nelle piccole aziende c’è un clima più familiare, non siamo numeri ma persone, e ognuno di noi conosce la realtà dell’altro, ci si aiuta a vicenda e si lavora insieme, ci sono anche tanti pezzi di vita di tutti: si riesce quindi a instaurare un rapporto che va oltre il lavoro, e diventa umano e di amicizia. Quindi, ci è venuto un po’ automatico fargli l’assunzione, perché ci si vuole bene e diventa una questione più di affetto. Questo anche se poi nel lavoro lui non porta grandi vantaggi, ma si fanno magari contratti adatti alla sua condizione, a noi fa piacere che lui stia qui e a lui fa piacere stare qui, quindi perché distaccarlo per poi creargli un altro disagio? Perciò, anziché fare chissà quale beneficenza in giro, a volte con un piccolo sforzo ci si può aiutare.

Nel percorso di inserimento o in fasi successive, quali aiuti o consulenze avete ricevuto dall’esterno?
Durante l’inserimento abbiamo avuto un po’ di contatti con l’Azienda USL di Bologna, ma è logico che l’inserimento è affidato molto a noi, perché siamo noi che abbiamo tutti i giorni contatto con lui, e diventiamo noi il suo punto di riferimento. A volte, nel bisogno, ci sono comunque contatti e confronti tra me e lo psicologo che lo segue per l’Igiene Mentale.

Quanto hanno agevolato, o viceversa ostacolato, il processo di inserimento le relazioni che si sono stabilite tra il nuovo lavoratore e i colleghi?
Siamo, come ripeto, un’azienda piccola, con poche persone (al massimo siamo stati 20, noi 5 soci più i dipendenti), siamo una piccola famiglia, e si instaura quindi un clima sereno. È sempre un lavoro, e quindi vorremmo tutti stare a casa, ma si viene a lavorare serenamente, non si hanno i fucili puntati, e tra i dipendenti non c’è un clima di astio o rancore, ma si va tutti molto d’accordo. Quando poi ci sono piccole incomprensioni, io come titolare entro in campo per “schiarire”, come in una famiglia quando i fratelli litigano arriva la mamma che cerca di fare da paciere. Quindi in questo inserimento, e anche negli altri casi di stage, tutti gli altri hanno accettato senza resistenze, lo capiscono anche senza dirglielo.

Si sono stabilite tra il ragazzo inserito e gli altri delle relazioni che vanno anche oltre l’orario di lavoro?
Non penso che si frequentino fuori; è capitato l’anno scorso, in un periodo di cassa integrazione per la forte crisi, che si aiutassero e si vedessero negli uffici INPS per darsi una mano l’un l’altro, ma non credo che vadano fuori al di là del rapporto di lavoro. Se capita che qualcuno fa una cena, può anche essere che lo invitino, ma tutti stanno molto qui al lavoro, e quindi alla sera preferiscono stare in famiglia o fare la loro vita, però il rapporto è ottimo con tutti.

Quali consigli si sentirebbe di dare ad altre imprese della vostra dimensione che intendano intraprendere il vostro stesso percorso?
Sicuramente bisogna avere tanta pazienza, e non pensare a questo inserimento come produttivo, perché la persona va aiutata, e non bisogna vederla attiva nel lavoro al 100%, ma trovarle un lavoro semplice in cui anche lei, con i suoi limiti, possa comunque avere delle motivazioni, senza chiedere tanto di più. Trovare il giusto ruolo nell’ambito dell’azienda quindi secondo me è fondamentale, un lavoro in cui la persona svantaggiata possa dare il meglio e l’azienda possa usufruirne; non bisogna pensare di avere persone che possano fare tutto. Bisogna anche individuare una persona dell’azienda un po’ più portata che lo segua, e difficilmente sono quelli alla produzione, che “corrono” di continuo, mentre ci vuole anche un po’ di tempo per seguire questi problemi. Nel nostro caso questa persona sono io come titolare, ma può anche essere chi lavora in ufficio o ha ruoli che lasciano un po’ di tempo da poter dedicare a questo. Infatti, la necessità di dedicare tempo non si limita all’inserimento, perché stiamo sempre parlando di persone che hanno problematiche, ma a me che sono titolare d’azienda questo tempo lo richiedono tutti, perché se uno ha un’azienda il personale va seguito a 360 gradi, se si vuole stare tutti bene. Perciò, come un giorno seguo lui, un altro giorno seguo un altro; c’è sempre qualcuno, ma fa parte del nostro lavoro creare un’azienda dove si possa stare abbastanza sereni. Credo che questo sia fondamentale, perché chi viene a lavorare serenamente dà anche di più, la motivazione fa rendere di più sul lavoro. Quindi, un datore di lavoro non lo fa per la gloria, ma penso che i ritorni ci siano sempre: ho persone che da anni lavorano con me, e così si riesce a creare un operaio di un certo tipo, che non ti abbandona perché magari c’è un’azienda che gli dà due soldi in più, c’è un rapporto di fiducia e fedeltà che in quest’ambiente vuole dire tanto.

Parole chiave:
Lavoro, Legislazione