02/07/2012 - di Massimiliano Rubbi

Nina Daita è la responsabile dell’Ufficio nazionale Politiche per la Disabilità della CGIL.

Al di là dell’attuale congiuntura economica, che bilancio si può fare della Legge 68 a 10 anni dalla sua entrata in vigore?
Il bilancio non può essere che positivo; siamo in attesa dei nuovi dati, ma l’ultima relazione al Parlamento disponibile parlano di circa 33.000 assunzioni a tempo indeterminato nel biennio 2006-2007, e anche dove gli inserimenti non vanno a buon fine o si compiono tirocini non finalizzati all’assunzione, le persone con disabilità, comunque, riescono ad affacciarsi al mondo del lavoro, facendo esperienze che poi le agevolano nel percorso lavorativo successivo. La mia esperienza è che dove funzionano i servizi di inserimento al lavoro, la legge funziona molto bene.

Nella vostra percezione di sindacato, come ha impattato la crisi sulla condizione occupazionale delle persone con disabilità? In particolare, avete rilevato che siano state espulse per prime dai processi produttivi, o che molte aziende abbiano rinunciato ad assumere dal collocamento mirato per situazioni di crisi?
Non abbiamo dati precisi a disposizione oggi, ma per quel che ho visto le persone disabili sono le prime a essere espulse dal mondo del lavoro, sia per ragioni culturali, che ancora sussistono tra i datori di lavoro, sia perché in genere non hanno una famiglia a carico, e nella scelta tra chi mettere in esubero si tende a salvaguardare chi ha famiglia. Questa tendenza si è accentuata soprattutto nei primi sei mesi del 2010, insieme all’aumento della richiesta di esoneri, che riguarda soprattutto le piccole e medie imprese nel Nord-Ovest e nel Nord-Est, mentre al Sud, dove gli inserimenti sono in numero minore, ma tendenzialmente più stabili, paradossalmente la crisi ha inciso meno.

Il mondo del lavoro che emergerà dal dopo-crisi, secondo voi, sarà più inclusivo, e quindi più aperto all’inserimento occupazionale delle persone con disabilità, o più selettivo e difficile per le loro esigenze?
È una domanda davvero difficile; noi come sindacato naturalmente promuoviamo l’inclusione in ogni campo, ma soprattutto ci teniamo a non disperdere un modello culturale di integrazione che negli ultimi 20 anni ha portato a grandi risultati, e che, appunto, come modello ha ispirato altre nazioni, come Francia e Germania – giusto ieri un mio collega sindacalista francese mi ha inviato il titolo di un giornale finanziario, “I disabili conquistano il mercato del lavoro”, e questo avviene, sulla base di una legge francese simile alla nostra, salvo la possibilità, in particolari settori di lavoro, di evitare le assunzioni con esosi contributi finalizzati alla formazione professionale delle persone con disabilità.

La nozione di “occupabilità”, e ancor più quella di flexsecurity, diffuse nelle politiche europee, prefigurano un mondo del lavoro in cui sarà difficile tutelare i singoli posti di lavoro e le persone dovranno cambiare spesso impiego. Cosa comporta questo nuovo modello per i lavoratori con disabilità?

È un problema soprattutto per le persone con disabilità intellettive, per le quali sono fondamentali l’accoglienza e la stabilità del contesto di lavoro, e che soffrono quindi ogni cambiamento sia di luogo fisico che di mansione, con la necessità di dover apprendere tutto da capo con tempi più lunghi rispetto alle altre persone e al limite il rischio di sentirsi costretto a rinunciare a lavorare – e non lo dico da una posizione ideologica, ma in base a concrete esperienze che ho incontrato. Un sistema di flexsecurity è invece più adatto per lavoratori con disabilità fisiche o motorie, salvo la necessità di avere ambienti senza barriere e di conservare o ricostruire gli adattamenti tecnici necessari, anche se in generale una persona con disabilità ha probabilmente maggiori difficoltà psicologiche rispetto a una normodotata nell’inserirsi in un nuovo ambiente di lavoro e quindi patisce di più il cambiamento frequente di impiego.

Quali modifiche ritenete di proporre alla legge 68, o in generale al sistema di inserimento lavorativo delle fasce svantaggiate, nel prossimo futuro?

La principale modifica da noi chiesta riguardava il sistema delle convenzioni con inserimento in cooperativa e commesse alla cooperativa stessa, e oggi è recepita nell’attuale articolo 12-bis, che limita questo sistema a casi ben definiti di disabilità grave. Anche alcuni decreti attuativi si potrebbero migliorare, ma come dicevo si tratta comunque di un’ottima legge, che “non va toccata” e che funziona dove i servizi funzionano, come in Veneto, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, ma anche in alcuni contesti del Sud come Taranto. Proprio per questo, l’esigenza più importante oggi è garantire una formazione efficace, e adeguatamente finanziata, agli operatori del collocamento mirato, quelli amministrativi dei Centri per l’Impiego e ancor più quelli di mediazione all’inserimento delle ASL. Infine, si potrebbero rafforzare gli incentivi economici anche per le aziende piccolissime e non soggette all’obbligo che decidano di fare assunzioni – in questo caso, ritengo giusto che sia lo Stato ad accollarsi le spese per abbattimento barriere, adattamenti e altre necessità concernenti l’inserimento lavorativo.

Parole chiave:
Lavoro, Legislazione