La medaglia dell'integrazione Il Messagero di Sant'Antonio, Luglio-Agosto2012

02/07/2012 - Claudio Imprudente
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“Mare, mare, mare, ma che voglia di arrivare lì da te…”
Così cantava Luca Carboni qualche anno fa, tanto da far diventare questo ritornello l’inno d’inaugurazione di ogni mia stagione estiva.
Ho un dubbio, che in questa calda estate mi accompagnerà sulle spiagge o perfino in montagna, lo stesso dubbio che perseguiterà milioni di sportivi italiani…Va bene l’abbronzatura, benissimo l’aria pura delle Alpi, ma senza un moderno i-pad c’è il serio rischio di perdersi le bracciate olimpioniche della nuotatrice Pellegrini a Londra , le avventure del calciatore Balotelli e degli Azzurri in Polonia. Per finire la stagione in bellezza, da fine agosto, assisteremo alle paraolimpiadi.
Da vero appassionato non mi perderò un solo secondo di tutti questi eventi. Eppure mi domando…
Siamo sicuri che lo sport favorisca sempre l’integrazione? Non è che in alcuni casi piuttosto porti involontariamente a delle forme di “disintegrazione”?
Una prima considerazione di fondo: lo sport è un fantastico strumento per integrare, ma come tutti gli strumenti va usato correttamente. Sottolineo che sto parlando di sport, non di semplice gioco, e questo presuppone impegno, costanza, perseveranza, rispetto dell’avversario, regole condivise e il conseguimento di un obiettivo finale: la vittoria.
Lo sport, non dimentichiamolo è un’attività di confronto ma anche un’attività agonistica, con tutti i problemi che ne possono derivare.
Per una persona con disabilità le prime difficoltà cominciano direttamente dall’approccio stesso allo sport. Di norma infatti, chi arriva in una polisportiva chiedendo di prendere parte a un’attività agonistica, viene indirizzato verso corsi assimilabili alla fisioterapia, oppure verso attività molto semplici e già collaudate come il basket e l’hockey in carrozzina.
Eppure la parte fondamentale è proprio quella iniziale, in cui all’atleta con disabilità va assegnato un ruolo attivo, capace di valorizzare le sue qualità.
Detto questo, partire dal gioco per costruire lo sport non è uno slogan ma un punto di partenza imprescindibile: cogliere la peculiarità delle varie disabilità, permette di inquadrare il deficit e le potenzialità da sviluppare. Solo in questo modo è possibile modificare o adattare l’attività ludico-sportiva a seconda delle capacità del soggetto coinvolto.
Numerose, per fortuna, sono oggi le esperienze che si muovono in questa direzione.
Recentemente nella trasmissione di Rai Uno “A Sua Immagine” mi sono imbattuto in un’intervista al mio amico Marco Calamai, ex giocatore e allenatore della Fortitudo Bologna, oggi impegnato in una squadra sperimentale di pallacanestro, esempio di sport senza barriere e di vera integrazione.
Lo stesso vale per le attività di baskin (basket integrato), sport da poco nato a Cremona grazie all’Associazione Baskin, dove normodotati e diversamente abili gareggiano insieme con lo stesso obiettivo:vincere.
Anche perché l’obiettivo più grande l’hanno già raggiunto: integrare.
E voi siete sportivi? Il vostro sport integra o disintegra?
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.

Claudio Imprudente
 

Parole chiave:
Creatività, Cultura, Sport