Tempi postmoderni. Lavoro e disabilità in un mondo in trasformazione

02/07/2012 - a cura di Massimiliano Rubbi

Introduzione
Per un bizzarro scherzo della storia, il decennale dell’approvazione e dell’attuazione della Legge 68 del 12 marzo 1999, pietra miliare per l’inserimento lavorativo delle persone disabili nel nostro Paese, cade nei mesi in cui si dispiega la più terribile crisi economica e occupazionale dal 1929.

Migliaia di aziende che chiudono, altrettante se non di più costrette a ricorrere ad ammortizzatori sociali di lungo periodo e comunque con la prospettiva di non ritornare, nemmeno nel medio termine, ai precedenti volumi di produzione, e naturalmente centinaia di migliaia di lavoratori licenziati o in cassa integrazione. Di fronte a questo vero e proprio sconvolgimento di un intero sistema economico, sembra difficile non considerare l’ultimo dei problemi l’occupazione delle persone con disabilità, incapaci di garantire tout court un adeguato livello di produttività individuale – nonché, secondo fonti di governo molto autorevoli, ostacolo in sé alla competitività del Paese per il loro numero, reale o fittizio che sia. In un mondo economico frutto di una nuova divisione internazionale del lavoro, e per questo più selettivo, l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, salvo forse alcune eccezioni molto particolari, diventerebbe quindi un ricordo, legato a un passato di piena occupazione (peraltro di estensione storica molto breve!) in cui il Welfare State tendeva alla coesione e integrazione sociale anche a discapito della produttività immediata.
Oppure no. La disabilità, tanto più quanto è più grave, può essere considerata come il paradigma estremo, e per questo più illuminante, dei limiti del nostro modello economico e lavorativo. Nel senso più ovvio (ma non poi così ovvio in sé), a chiunque può prospettarsi una disabilità acquisita nel corso della propria vita lavorativa; anche se questo caso non si verifica concretamente, l’effetto proiettivo del “cosa mi succederebbe (sul lavoro) se” agisce comunque sulla sfera psicologica ed emotiva della persona, in termini di investimento sulla dimensione lavorativa entro la propria vita e di giudizio sulla qualità del proprio contesto di lavoro. In un secondo campo, il contatto diretto sul luogo di lavoro con la persona disabile, oltre a spazzare via molti pregiudizi basati sulla non-conoscenza, mette in evidenza i meccanismi adattivi, in termini sia tecnico-fisici che relazionali, che il lavoratore svantaggiato richiede necessariamente per un pieno inserimento lavorativo, ma che sono presenti in forma meno appariscente in tutti i contesti di lavoro e per tutti i suoi membri, incrinando le pretese di “standardizzazione” e di “fungibilità” che le filosofie aziendali possono promuovere all’interno dei medesimi contesti. Infine, in un senso più ampio, l’integrazione lavorativa vista come elemento di realizzazione personale per la persona con disabilità, fuori da ogni logica sia risarcitoria che assistenziale, mette in crisi il concetto di “condizioni di mercato”, in base a cui la persona disabile sarebbe semplicemente incollocabile e appunto da risarcire/assistere – ma con questo mina alla base l’idea che, in ambito economico e non solo, ci si possa muovere esclusivamente nei limiti di “ciò che decide il mercato”. Non è allora eccessivo affermare che l’integrazione nel lavoro delle persone con disabilità solleva problemi che la filosofia del sistema produttivo attuale non può risolvere, ciò che, specie in un momento di crisi economica come quello presente, potrebbe contribuire in modo significativo a spostarne e ridefinirne i confini.
In questa prospettiva, l’inquadramento dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, lungi dall’essere questione meramente tecnica e riservata agli addetti ai lavori, abbraccia tutte le dimensioni economiche, dall’assetto produttivo complessivo alla “microfisica del posto di lavoro” determinata dalle relazioni nei singoli contesti, e travalica l’analisi di una singola disposizione giuridica pur importante come la Legge 68. La presente monografia, che non può avere alcuna pretesa di esaustività su un tema così ampio se visto da tale angolazione, prende dunque le mosse da questa indagine sulla “68”, che riguarda tanto la norma quanto la prassi delle politiche pubbliche per l’inserimento lavorativo in Italia, per poi spostarsi su una ricerca che ha coinvolto alcuni contesti aziendali specifici di Bologna e dintorni, e tornare infine a un livello macro interpellando esperti non direttamente afferenti al discorso sull’handicap a proposito degli aspetti tecnologici, economici e filosofici che l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità chiama in causa. I lettori più attenti noteranno che la dialettica tra le diverse posizioni a volte sfocia in contraddizione più o meno aperta, a partire dalle distinzioni, insite probabilmente in ogni concezione dei processi di mutamento sociale, tra massimalismo e riformismo e tra cambiamento spontaneo/deterministico e necessità di azione concreta: non ritengo questo un problema, ma anzi il segnale che guardando con occhi diversi a questo tema si apre un terreno sconosciuto, capace di accogliere proposte e soluzioni diverse tra loro e pertanto ancor più interessante.
Questa monografia si compone quasi esclusivamente di interviste, sicché, giusto per non nascondermi, concludo che a mio avviso la “mano invisibile” ha dimostrato di essere molto più portata al gesto del comando e dell’esclusione, o eventualmente dell’elemosina, rispetto a quello del mutuo sostegno. Di conseguenza, per avere domani una società più inclusiva nella dimensione lavorativa, occorre ripensare oggi a tale dimensione e contribuire attivamente a mutarla su una scala complessiva e internazionale, in particolare contrastando la riduzione del lavoro a merce del tutto analoga agli altri fattori di produzione, sulla scorta di quanto hanno già teorizzato importanti sociologi ed economisti anche in Italia. In questo senso, e non in altri, può essere interpretata una locuzione sempre più diffusa e che altrimenti rischia di ridursi a semplice mantra di vuota auto-convinzione: la “crisi come opportunità”.

 

Parole chiave:
Lavoro, Legislazione