Se gli utenti disabili reclamano il diritto all’accessibilità

18/06/2012 - di Nicola Rabbi

Intervista a Carlo Filippo Follis, che dal luglio del 2006 al 2009 ha tenuto un interessante blog sul tema dell’accessibilità delle nuove tecnologie e disabili (www.norisberghen.it), con un occhio particolare al web e ai cellulari. Il blog è ancora visibile ma non più aggiornato a causa delle difficoltà che ha avuto l’autore nel coinvolgere le stesse persone disabili sul tema.

Che cos’è Norisberghen.it e quali sono le idee fondamentali che ti hanno mosso?
Norisberghen.it è nata come area di sperimentazione per portali realizzati tramite il celebre software WordPress. Doveva essere un’area prototipale dalla quale generare cloni tematici destinati a blog dove si sarebbe veramente discusso di temi specifici. Sebbene ciò sia accaduto per DisabileDoc.it – Libera Community di Disabili Protagonisti – Norisberghen.it ha iniziato da subito a esaminare la tecnologia nelle sue differenti espressioni tanto da dar vita a un progetto specifico: l’Apple D-User. D-User è un termine che ho voluto coniare per estrarre dal mazzo il Disabile ed evidenziare così un mondo che ha bisogno di attenzioni anche per poter essere di utilità a chi disabile lo può diventare per quello che io chiamo “evento storico”: un incidente, la manifestazione di una patologia di carattere genetico o, semplicemente, un invecchiamento che mina le capacità residue abbassandone il livello.

Che cosa significa per te accessibilità a un dispositivo tecnologico?
Una forma di utopia da commutare in realtà. Mi spiego meglio. A nessuno sostanzialmente interessa realmente impegnarsi nella realizzazione di dispositivi accessibili. Di fondo ci sono essenzialmente alcune spiegazioni: oggi vengono prodotti molti hardware che si vendono perché stupiscono la massa dell’utenza, una sorta di prodotto non sempre utile, ma che piace a tal punto da rimpiazzare ciò che già abbiamo. I killer product servono per continuare a vendere generando un’evoluzione che, quasi sempre, non è innovativa bensì un esercizio di stile che fa marketing. I prodotti poi sono progettati da ingegneri che non essendo disabili non possono conoscere le nostre necessità. In quei pochi casi in cui il genio prevede, il marketing sovente obbliga a rivedere in funzione a canoni estetici globali. Non dimentichiamoci poi del paradosso accettato dai disabili, almeno dai più, che negando i propri limiti ed esigenze in espressioni false e abominevoli come “diversamente abili” soffocano quella consapevolezza che invece li dovrebbe portare a urlare le innumerevoli necessità.
L’utopia dell’accessibilità deve essere resa reale proprio da coloro che amano meno esporsi sottolineando un essere palese, ma che non va detto per non sentirsi disabili. E come se i neri d’America o i gay avessero condotto le loro battaglie dichiarandosi chi “diversamente bianco” e chi “diversamente etero”.
Se accessibilità è sinonimo di raggiungimento, beh, allora ci vuole il giusto coraggio per percorrere una strada che sarà di vantaggio a tutti: disabili e normaloidi.

Internet, attraverso i dispositivi hardware e software, è accessibile ai disabili? Dove si riscontrano le maggiori mancanze?
Non basterebbe un trattato di quattrocento pagine per rispondere, quindi giungiamo al verdetto: no. No, non è accessibile, o meglio, non lo è per tutti in egual misura. I disabili sono talmente variegati nelle loro caratterizzazioni che non vi è una copertura tecnologica per realizzare un’accessibilità per tutti. Mancano ancora le tecnologie e quelle che ci sono non vengono spesso applicate. Siamo costantemente in una fase di concertazione globale dove un soggetto promuove la filosofia e traccia le linee di base, ma poi arriva l’interlocutore forte e impone canoni fuori regole. Il futuro HTM 5, ad esempio, è già oggi in fase di reinterpretazioni che lo indeboliranno proprio sui fronti usabilità e accessibilità.
La maggiore mancanza è sempre espressa in una lacuna culturale e sarà così sino a quando non si comprenderà che l’impegno su questa materia è una polizza sul futuro di tutti. E ancora che l’espressione di forza non viene manifestata attraversa la discussione di regole che devono essere di tutti, bensì sulla bontà di prodotti e servizi di maggiore eccellenza.

Internet sempre più sarà consultabile tramite reti mobili, attraverso cioè cellulari, palmari... Quali sono i principali problemi di accessibilità in questo caso?
Il disabile che non ha problemi motori agli arti superiori o problemi di grave ipovedenza potrà beneficiare di dispositivi convergenti sempre più evoluti e meno costosi. Per tutti gli altri sarà una strada in salita o impraticabile. I dispositivi mobili esasperano una miniaturizzazione che rende l’apparecchio sempre più ingestibile anche da chi non ha problemi.
Poniamoci poi anche una domanda mettendo da parte le attuali tendenze o mode tecnologiche: il cellulare, che sia smartphone oppure no, è proprio il mezzo a cui guardare per navigare in Internet?

Oltre alle disabilità sensoriali e motorie (di solito quelle prese più in considerazione quando si parla di barriere) anche i disabili psichici possono avere difficoltà nell’uso dei dispositivi tecnologici per accedere alla rete, ad esempio se sono troppo complessi. Cosa si fa per loro?
Non vorrei apparire banale o peggio, ma da dire c’è ben poco. Mi spiego. Se sono un disabile con deficit psichici avrò le stesse possibilità di rapportarmi alla rete, o alla tecnologia, che ho nello sfogliare una rivista, un mensile. Il prodotto se ben fatto offrirà a tutti il beneficio della chiarezza che andrà incontro anche, ma non solo, al disabile psichico.
Il punto è proprio sempre quello: non abbiamo ancora imparato a realizzare format evoluti che esaltino accessibilità e usabilità per tutti. È ancora una volta una carenza culturale oltre che professionale.

I disabili possono rappresentare una fetta di mercato appetibile per i produttori di dispositivi software e hardware; il mercato è consapevole di questo? E questa fetta di mercato si sta organizzando, sta facendo pressione sui costruttori per richiedere dispositivi già accessibili?
I disabili che andrebbero sempre scritti con la D maiuscola sono certamente un mercato vastissimo come anche ignorato, quindi non noto nei fatti. I disabili non solo non sono organizzati, ma non partecipano neppure laddove esistono dei progetti mirati. In poco più di un anno di vita del progetto Apple D-User non ho ricevuto un solo input, idea o richiesta da parte di un disabile. Di contro sono stato accusato di mercificare l’immagine di una categoria a tutto vantaggio di un’industria. Sinceramente non ho ancora compreso di chi è la follia... Poi vi è il paradosso delle imprese che non ascoltano i consigli specifici per non palesare carenze per altro ovvie che delegittimerebbero i propri uffici tecnici, non considerando invece il suggerimento come complementare a uno staff di ingegneri che, se non disabili, non possono prevedere necessità che non vivono.

Cosa intendi con il concetto di D-mercato e di D-users?
Il D-Mercato è un bacino di potenziali clienti che conta nel mondo 650 milioni di unità. I D-Users sono le unità del D-Mercato.
Il D-Mercato è anche miliardi di euro l’anno, ma molti vengono persi dalle imprese che ignorano una realtà che non spende solo per piacere, ma soprattutto per necessità e che per questo ha (raggiunge) anche budget più alti...

Si sa che costruire fin da subito case senza barriere architettoniche è molto più economico che adattare quelle che ne hanno: questo principio vale anche per i dispositivi tecnologici?
Il principio vale in linea teorica e deve valere come principio ispiratore anche se non esiste l’adattamento di un computer o di un cellulare. Non sarei invece così sicuro della certezza espressa. Se così fosse saremmo di fronte a una marea di deficienti mefistofelici e insensibili per pura cecità e pigrizia.
Beh, a pensarci bene...

Qual è la tua sensazione rispetto a questo tema, tu pensi che in futuro si realizzeranno prodotti tecnologici fin da subito attenti alle esigenze di persone “diverse”?
Il futuro è un tempo presente nel momento in cui si manifesta e, paradossalmente, propone prodotti realizzati su idee vecchie. Questo è un dato di fatto e non un esercizio filosofico. I prodotti dei prossimi anni sono già stati immaginati e in parte progettati. Oggi stiamo vivendo in un medioevo tecnologico che non credo sappia bene il perché produca questo o quel prodotto o soluzione. È un momento di alambicchi che distillano oggetti da comprare, elementi sempre più complementari a una illusoria vita digitale castrata anche dalle carenze di strutture e reti potenziate rispetto alle origini.
Il futuro, quello dei film, è molto lontano. Il prossimo futuro sarà peggiore del presente e i disabili avranno sempre più difficoltà a utilizzare quegli strumenti che invece dovrebbero essere di Vita Indipendente.
Come sempre sarà un problema figlio di una lacuna culturale...

Se tu potessi creare un dispositivo per accedere alla rete, senza badare ai limiti tecnologici di oggi e pensando a qualcosa che appartiene al futuro, come te lo immagineresti?
Sottintendendo la mia natura disabile mi vien solo da pensare a una cosa che, se fantascienza oggi, un domani non certo vicino potrebbe trovare riscontro nella più spinta ricerca. Se un disabile si deve rapportare a innumerevoli hardware e quindi software, è egli stesso il fattore comune di una realtà che dovrà evolvere con lui e non solo per lui.
Ecco che entrano in gioco le potenzialità cerebrali che canalizzate e rese decodificabili potrebbero offrirci un potere mentale che è noto come telecinesi. Tasti, manopole, touch screen e qualsiasi altro elemento fisico potrebbero essere “toccati” con la mente e non con il corpo.
Troveremmo l’autonomia diventando Jedi, ma senza per questo dover recitare in Guerre Stellari... Consideriamo che questa utopia, oggi, un domani potrebbe essere una soluzione super tecnologica. Io, affetto da tetra paresi spastica, avrei le stesse potenzialità di un distrofico, atassico o altro disabile con pari capacità intellettive. Addirittura un cieco potrebbe vedere, percepire e avere l’ambiente circostante definito. Sarebbe possibile per la bidirezionalità del segnale: input e output.
La folle soluzione che ho descritto trova già applicazione in alcuni confortanti “tentativi tematici” come l’occhio bionico che ora punta al riconoscimento del colore oltre che ai già conquistati toni di grigio.
Sino a quel tempo la risposta trova riscontro nei ragionamenti precedenti che alla base hanno prodotti che dovrebbero essere pensati in collaborazione/consulenza con noi disabili. Purtroppo questa è un’utopia più forte e amara della precedente proprio perché attuabile mentre invece non la si considera neppure...

Per contattare l’autore: cffollis@gmail.com