18/06/2012 - di Nicola Rabbi

Abbiamo intervistato Sergio Maistrello, giornalista freelance, divulgatore di nuove tecnologie a misura d’uomo, che dirige dal 2006 Apogeonline, rivista on line di tecnologia e culture digitali della casa editrice Apogeo. Ha scritto due libri: La parte abitata della Rete (Tecniche Nuove, 2007), una guida turistica nel mondo dei blog e dei social software; e Come si fa un blog (Tecniche Nuove, 2004), libro pratico per fare i primi passi nel mondo dei siti personali di nuova generazione. Con lui parleremo delle opportunità che questo “nuovo modo di vivere la rete” offre alle persone disabili (ma non solo) in termini di relazioni sociali, rispetto dei diritti e libera espressione.

Che cos’è il web 2.0 e cosa sono le reti sociali?
Web 2.0 non è altro che il nome che abbiamo dato alla nostra nuova consapevolezza nell’uso di internet. Una consapevolezza che è stata favorita, a partire dal 2000, dal diffondersi dei blog (diari per le idee, il modo più semplice ed economico che abbiamo oggi per pubblicare contenuti su internet), dei wiki (siti collaborativi come Wikipedia), dei podcast (serie di brani audio, una sorta di trasmissione radiofonica o televisiva personale) e dei social network (applicazioni web basate su reti sociali). Il web in realtà è sempre lo stesso, non c’è stata alcuna evoluzione tecnologica in senso stretto: quel 2.0 è solo un vezzo divulgativo, che io nemmeno amo troppo. È cambiato invece il modo in cui percepiamo il nostro ruolo di nodi all’interno di questa rete sociale. Come dire: abbiamo cercato di fare del web una televisione giusto un po’ più complicata, lasciando spesso l’iniziativa alle grandi aziende, mentre ora stiamo finalmente comprendendo che abbiamo di fronte un mezzo di comunicazione nuovo, che lascia spazio a tutti e dentro il quale tutti abbiamo l’opportunità di rappresentare noi stessi e le nostre idee su una scala potenzialmente planetaria.
I social network, in particolare, sono ambienti che abbinano una dimensione sociale ai classici servizi online (comunità virtuali, servizi di pubblicazione e archiviazione di contenuti, punti di incontro fra domanda e offerta di lavoro). Gli automatismi dei social network valorizzano i contenuti messi a disposizione dal singolo iscritto, ma soprattutto permettono di far emergere spontaneamente i contenuti ritenuti più interessanti dalla comunità nel suo complesso. Chi si iscrive condivide i suoi contenuti e traccia le relazioni che lo uniscono ai propri amici o colleghi. L’insieme delle interazioni tra questi individui e tra questi gruppi sociali aggiunge alle funzionalità di base effetti su vasta scala, che generano valore in modo del tutto spontaneo e automatico.
Un esempio. Condividere fotografie su un social network come Flickr, invece che su un servizio di pubblicazione chiuso al suo interno, permette di far circolare le immagini con molta facilità dentro la propria rete sociale di amici e conoscenti iscritti allo stesso servizio. Se la fotografia riscuote consenso, attraverso le segnalazioni dei propri contatti e attraverso le loro reti sociali, questa può incontrare nuovi ammiratori. La condivisione di parole chiave consente di mettere in relazione tra loro fotografie simili per soggetto o tecnica, anche se i rispettivi autori non si conoscono o abitano dall’altra parte del mondo. Il filtro spontaneo e distribuito continuamente sollecitato dalle attività dei singoli iscritti premia le immagini più interessanti, facendole emergere e proponendole all’attenzione generale.
 
Per una persona disabile che opportunità può presentare questa evoluzione della rete?
Finora ci siamo dovuti accontentare di un racconto del mondo secondo filtri di massa, applicati per noi da chi aveva capitali, spirito imprenditoriale e potere sufficienti a controllare i canali di emissione. Internet ha avviato uno straordinario spostamento di potere (mediatico, politico, culturale) da quest’oligopolio di fonti alle persone. Su internet le nicchie che il mercato di massa giudicava antieconomiche, e dunque ignorabili, diventano una ricchezza, come dimostrano alcuni nuovi modelli economici. Un esempio banale: una libreria on line, superando i limiti fisici del punto vendita e commercializzando un catalogo potenzialmente pari alla totalità dei libri stampati, vende pochissime copie ma di tantissimi libri, e la somma di tutte queste nicchie vale più del giro d’affari delle librerie tradizionali arroccate intorno a pochi bestseller. È l’idea della “coda lunga”: c’è spazio per tutto e per tutti, non c’è filtro in entrata, ogni nicchia di interessi ha la sua possibilità di trovare un suo “mercato”".
Come può riguardare i disabili questa novità? Beh, innanzitutto oggi i disabili hanno la possibilità di vedere rappresentato il proprio racconto del mondo al pari di quello di chiunque altro. Non sarebbe una notizia in sé, se nel racconto di massa di cui abbiamo appena parlato i disabili avessero effettivamente avuto pari dignità, cosa che non mi pare sia stata. Il resto non riguarda le opportunità in quanto disabili, ma le opportunità in quanto persone. La Rete esalta le differenze, aiuta a far incontrare chi ha idee, interessi e caratteristiche simili, favorisce il confronto tra i diversi sguardi sul mondo. Una volta raggiunta la Rete – e so bene che questo passaggio apparentemente banale può nascondere difficoltà enormi, che pure oggi vengono ridotte con soluzioni hardware o software sempre più a portata di mano – un disabile prende il pieno possesso della propria socialità digitale così come chiunque altro.
 
Questo che effetti può avere sul rispetto dei diritti delle persone svantaggiate?
Se il racconto del mondo è più vario e si arricchisce di percezioni e punti di vista, anche le soluzioni alla crescente complessità contemporanea possono essere più rispettose dei diritti e delle necessità di tutti. È un diritto che assume connotazioni attive: io divento il primo garante del rispetto dei miei diritti, il primo ad agire perché siano riconosciuti e salvaguardati. Non mi posso più nascondere dietro l’inefficacia di un’istituzione miope o insensibile. 

In particolare quali strumenti del web possono essere utili per un disabile? (particolari reti sociali, strumenti del web 2.0...)
Non riconosco la categoria “disabile” su internet. Anche perché so bene l’enorme varietà di situazioni che questa parola rappresenta. Di nuovo: parliamo di persone. Non credo avrebbe senso un social network di disabili, per esempio. Sarebbe un modo per rifugiarsi in un recinto rassicurante, ma poco efficace per fare qualcosa che già non facciano gli ottimi siti monografici che esistevano anche prima di questo benedetto web 2.0. I disabili sono persone e ogni persona ha caratteristiche, interessi, professionalità, scopi differenti. Il bello dei blog e dei social network è che ognuno può fare il suo percorso, secondo le predisposizioni individuali.
Qualche idea? Beh, innanzitutto aprire un blog su una delle tante piattaforme gratuite disponibili (Splinder, Blogger, Typepad, IlCannocchiale, ecc.): serve a raccontare, a raccontarsi, a mettere in circolo la propria voce, a sperimentare la bidirezionalità della comunicazione, a stimolare il confronto pubblico nei commenti, a scoprire le analogie spontanee che si creano tra i propri contenuti e quelli altrui, a espandere la propria rete sociale. Il blog è il modo più rapido per popolare il nostro punto di presenza sulla grande rete sociale di Internet. Dopodiché credo che nessuno che ami la fotografia possa fare a meno di provare Flickr (www.flickr.com), chiunque si diletti di riprese video amerà YouTube (www.youtube.com), chi ama la musica scoprirà nuove frontiere grazie alla condivisione dei gusti di milioni di persone su Last.fm (www.last.fm), via via fino a servizi specializzati come quelli per condividere curriculum e professionalità (LinkedIn, www.linkedin.com, o Neurona, www.neurona.com).

Hai delle storie che ti sono capitate in rete o ti ricordi episodi specifici che riguardano il nostro tema?
La tua domanda mi dà l’occasione di ricordare Francesco Grossi, noto in Rete col suo nick ZoneX (www.zonex.it), che ci ha lasciati proprio alla fine dell’anno scorso. Era ipovedente, aveva grosse limitazioni nell’accesso al pc e a Internet, e su questi temi ha condotto la sua personale campagna di sensibilizzazione. Ma poco importa qui la disabilità specifica: Francesco era una persona che aveva molto da dire, aveva capito che poteva dirlo senza attendere che gli venisse dato un microfono e intorno ai temi che gli stavano a cuore era stato capace di creare una fitta rete sociale.

Quali sono i limiti o le tendenze preoccupanti che può avere il web 2.0 per un disabile (se ve ne sono)?
Spesso in Rete si finisce per mettere in gioco molto di se stessi, senza rete – se mi concedi il gioco di parole. La percezione di ciò che è pubblico e di ciò che è privato, oppure della responsabilità che comporta ogni nostra azione on line, sono spesso sottovalutate. Ecco, ancora una volta la disabilità in sé non c’entra, ma a maggior ragione è bene essere sempre padroni della situazione e non lanciarsi in esplorazioni che non si è in grado di sostenere senza stress.

Se tu dovessi lanciare in rete un’iniziativa riguardante la disabilità e che sfruttasse la “parte abitata della rete” che cosa ti verrebbe in mente?
Semplicemente inviterei tutti i disabili a entrare, nei tempi e nei modi che sono loro possibili, nella parte abitata della Rete. Ne può esistere una sola, secondo me, pur con tutte le sue innumerevoli declinazioni. E così come non conosce confini geografici, non conosce di certo preferenze per le diverse abilità individuali, se non per quelle che – condivise – arricchiscono tutti.
 
Per contattare l’autore: www.sergiomaistrello.it