Sono quello che sono perché lei mi ha trasformato

11/06/2012 - di Annalisa Brunelli e Giovanna Di Pasquale

Intervista a Igor Salomone
La scrittura è un modo di esprimermi
Ho scritto a penna solo il mio primo libro poi trascritto pazientemente su una macchina elettrica ma da allora ho sempre usato il portatile. Non riesco a scrivere diversamente, penso con il portatile davanti, penso mentre scrivo.

Scrivo un po’ da sempre, mi è sempre piaciuto, ho pubblicato diversi libri, testi tecnici rivolti a un pubblico professionale; faccio il pedagogista e ho insegnato all’Università quindi i libri in qualche modo appartengono alla mia esperienza un po’ da sempre anche se primariamente sul versante professionale.
Con questo però il percorso è stato molto diverso. Un giorno, ho portato mia figlia a giocare con gli aerei. Io abito vicino a Linate e, assillato da un problema che si ha di solito con i figli, a maggior ragione se si hanno dei figli disabili, di che cosa proporle, di che cosa fare insieme a lei, mi son detto andiamo all’aeroporto lato atterraggio, andiamo a vedere gli aerei che atterrano. Mi hanno sempre affascinato, come credo che affascinino tutti i bambini, questi aggeggi pesanti che volano, che atterrano e ho inventato lì per lì con lei questo gioco del grattare la pancia agli aerei. Quando son tornato a casa, ho sentito il bisogno di  raccontarmi queste cose e ho cominciato a scrivere e lì è nato il primo capitolo.
Questo testo ha preso le prime mosse quindi in un modo molto diverso dalle altre cose che ho scritto, perché non c’era un progetto, non mi son messo lì dicendo adesso scrivo un libro, men che meno mi son messo lì dicendo adesso scrivo delle cose che poi pubblico, che invece è quello che avevo fatto in precedenza con gli altri miei lavori. Ho scritto perché sentivo il bisogno di scrivere.
Il professor Charmet nella presentazione di Milano ha detto che ci sono dei libri che urgono e questo è uno di quelli che urgono di essere scritti, premono. Questo ha premuto dentro di me prima ancora che sapessi o decidessi la possibilità di farlo diventare un libro. Più o meno a metà, ho cominciato a pensare a pubblicarlo, per cui tutte le motivazioni sono ricostruite a posteriori, a posteriori posso dire che ho avuto bisogno di scriverlo perché ho avuto bisogno di elaborare, di capire.
Scrivendo capisco molto di me, di quello che penso, di quello che faccio, di quello che desidero. Dopo ho capito di aver scritto perché avevo bisogno di mettere mano alla difficoltà della mia paternità, all’estremo disagio che avevo accumulato negli anni, non solo e non tanto per il fatto di avere una figlia disabile ma per l’aver smarrito completamente il ruolo paterno. Ho avuto bisogno di far affondare il più possibile questo nodo per poi riuscire a ripescarlo avendone qualche chiarezza in più.
Da quando è uscito Con occhi di padre, e ormai sono più di due anni, sto attraversando l’Italia parlandone e parlando attraverso il libro. Tutte le volte, devo compiere lo sforzo di trattenere il pedagogista, il teorico che è in me: io sono qui perché ho avuto un’esperienza di paternità di un certo tipo, perché su questo ci ho scritto e, certo, sono anche un pedagogista.
Cos’è cambiato? È cambiato tantissimo perché questi due anni sono stati segnati professionalmente e personalmente in modo profondo dall’esperienza della pubblicazione. Ho incontrato e sto incontrando centinaia di persone, sicuramente è un periodo di grande ascolto, di grande viaggio e comunque di crescita professionale e culturale. Stanno cambiando delle cose per me anche professionalmente.
Questo libro è stato un outing, è stato il momento in cui ho detto che, oltre a essere un formatore, sono un genitore che ha un figlio disabile. Voi potete immaginare le facce degli operatori con cui fino al giorno prima andavo a fare il consulente pedagogico. Non è stato semplicissimo perché di solito gli operatori con i formatori parlano male dei genitori perché si possono in qualche modo sfogare…
Devo dire che ora mi sento libero, adesso questa cosa è pubblica e mi ci devo misurare perché quando vado a parlare sono insieme un pedagogista ma anche un genitore e queste due parti non riesco più a tenerle separate, le devo far giocare insieme e sto imparando a fare questo intreccio necessario, importante, in cui parla la mia esperienza personale e la mia esperienza professionale senza che si fondano o si confondano, però ci sono entrambe. 

Luna

Il fatto è che io dovevo riuscire a trovare una dimensione in cui prendermi cura di mia figlia che non fosse scimmiottare le cure di mia moglie. Bisogna tener conto che la madre di Luna è una madre con la emme maiuscola, di quelle con una capacità di cura straordinaria, di quelle che vedono sempre prima quello che tutto il resto del mondo non vede. La madre di Luna è una di quelle madri con una capacità di attenzione, di ascolto che è irraggiungibile; io ho dovuto convivere col fatto di non riuscire mai, dico mai, a capire in anticipo qualcosa rispetto a lei. Ho dovuto convivere con questa frustrazione perenne di fronte all’impossibilità di essere neanche la brutta copia delle sue capacità di cura e ho dovuto per forza chiedermi “Va beh ma io cosa devo fare? Qual è il mio compito?”-

Oggi si parla spesso della crisi della paternità ma questa crisi per me nasce anche dal fatto che sento che mi è stato chiesto come padre, indipendentemente dal fatto che mia figlia sia disabile, un impegno su un piano che fa fatica ad appartenermi. 

Io sono figlio unico, non ho avuto cugini piccoli da curare, quando mi hanno messo mia figlia in braccio, da subito perché è nata in casa, credo di non essermi mai sentito tanto impacciato. È come se io da una parte non avessi alle spalle un bagaglio personale ma non c’era neanche il bagaglio culturale. Gli uomini non hanno da nessuna parte del mondo e della storia avuto un ruolo significativo nella vita di un bambino sotto i due anni. Ce lo stiamo inventando ma è una cosa recente, è una cosa di qualche decennio a esagerare, e allora il papà tiene il bambino e allora gli dà il biberon e allora lo tiene sul petto, addirittura prima che il bambino nasca cerca di immaginare di averlo nella pancia, e tocca la pancia… Ma son tutte invenzioni recenti e alle nostre latitudini. Fino a quarant’anni fa il padre per i bambini così piccoli era una figura assolutamente inesistente.

Poi i bambini crescono, allora cominci ad arrivare tu.

Crescono, ma se non crescono?

Quando una bambina ha cinque anni e urla ancora e tu non sai se ha sete, ha sonno, ha fame, le scappa la cacca, ha male da qualche parte, è incazzata, questo vuol dire attraversare un’esperienza che ti chiede costantemente un’attenzione al bisogno dell’altro, bisogno immediato, primario. È come se perpetuasse il rapporto con il neonato e questo oggettivamente rende difficoltosa da morire la possibilità che il tuo ruolo come padre trovi qualche spazio.

Dopo aver passato anni a sentirmi del tutto inutile oltre che impotente, ho cominciato a cercare un’altra strada che non fosse quella di fare il vice sostituto, male, di mia moglie ma che fosse quella di provare a capire di che cosa io potessi prendermi cura nell’esperienza di Luna. Non è un caso che questo libro inizi con quel gioco fatto all’aeroporto di Linate perché in quel momento io ho sperimentato qualcosa che istintivamente capivo poteva essere sulla strada giusta, ho sentito che mi si apriva la possibilità di prendermi cura non solo del corpo di Luna, dei suoi bisogni, delle sue fatiche, delle sue sofferenze.

Ho sentito che avevo bisogno di trovare la strada per prendermi cura delle possibilità che Luna incontrasse il mondo, che Luna avesse un ruolo, che potesse esplorare, che anche lei al suo livello di capacità e con la sua età potesse provare a entrare in contatto con il mondo e che io potessi portarcela. È da lì che è iniziato il mio processo di emersione dalla situazione; non è un caso che poi, un paio di anni dopo, sono ritornato lì in quel posto a grattare la pancia agli aerei a Linate, lato atterraggio e c’erano un sacco di padri con bambini che facevano la stessa cosa. Non credo che l’abbiano fatto perché mi han copiato ma perché evidentemente quella è una cosa da papà ed è la strada che sto ancora seguendo, esplorando, che sto ancora cercando di capire.

Del resto, scrivere questo racconto in sé è stato un atto paterno perché ha voluto dire rendere pubblico un mondo privato; potevo scriverlo e lasciarlo in un cassetto, ma pubblicarlo ha voluto dire ok mondo io ho avuto questo problema, io ho questo problema, io questo problema lo sto affrontando in questo modo, questo problema lo sto vivendo e mi sta creando queste difficoltà ma non è un problema solo mio. È un problema mio che io voglio narrare agli altri, che possa essere anche degli altri. Credo che questo sia un compito paterno e per lo meno la madre l’ha riconosciuto in modo straordinario e ha lasciato che lo facessi sostenendomi moltissimo.

La madre non avrebbe potuto scrivere un testo sul suo rapporto con Luna ed è stata ben contenta che l’abbia fatto io, parlando del mio rapporto con Luna.

La madre di Luna, oltre a essere una di quelle madri, come dicevo, con la emme maiuscola, è anche una madre leonessa. Racconto spesso questo aneddoto: nella parte di Milano dove abitiamo, una zona abbastanza centrale ma che fa ancora abbastanza quartiere, Luna è conosciuta da tutti. Mi capita sovente di girare per il quartiere e c’è gente, che io non ho la più pallida idea di chi sia, che saluta Luna. Al tempo stesso però quando Luna gira con me e quando Luna gira con sua madre succedono delle cose completamente diverse. Succede che quando gira con me le persone si avvicinano, quando gira con sua madre no. Non è facile avvicinarsi a Luna quando sua madre le è a fianco ma non perché lei ringhi o minacci di picchiare qualcuno ma perché si vede che lei è lì a protezione di Luna, che bisogna passare da lei per poter avvicinarsi a Luna, e poi è in grado di lanciare delle occhiate preventive assolutamente efficaci e bloccare interi eserciti perché questo è il compito che lei in qualche modo si è assunta nei confronti di sua figlia, proteggerla, proteggerla da tutte le minacce, proteggerla all’ultimo sangue. Quello che ha portato Luna al parco giochi sotto casa dove abbiamo conosciuto un sacco di gente, sono stato io. La madre quando gira cerca sempre di evitare i punti di massimo assembramento ma non perché la voglia nascondere. Sia io che lei siamo assolutamente fieri di nostra figlia, di come è fisicamente, di come si presenta, di quanto piace alle persone, la troviamo bellissima, quindi non è che abbiamo problemi di questo tipo, di impatto, ma lei tende a dire “State lontani da mia figlia, cos’è tutta questa confidenza?”. Non lo dice con le parole, lo dice con l’atteggiamento mentre io la lascio più andare, l’ho sempre lasciata andare verso le persone, verso le situazioni e questo vale anche per il racconto dell’esperienza. 

La sua reazione iniziale al mio lavoro è stata molto ambivalente perché era forte e potente l’incontro con la scrittura anche perché forse erano le prime parole un po’ coerenti che riuscivo a dire, riusciva a vederle e vedeva me anche sotto un’altra prospettiva. Non sono riuscito a farmi dire il suo punto di vista su quello che scrivevo, lei diceva questa è una cosa bella, molto bella, ma è una cosa tua e io credo di non aver mai parlato di lei nel testo perché io non parlo di Luna ma del mio rapporto con Luna quindi è ovvio che parli di me. Credo sia arrivata proprio ad accettare esplicitamente che è stato il contributo particolare che io ho dato alla nostra esperienza di genitori quella di scrivere ciò che lei non avrebbe mai potuto scrivere.

Liberarsi dalle retoriche per poter capire

Credo di aver scritto queste pagine proprio perché avevo bisogno di capire che amore fosse il mio nei confronti di Luna. Sicuramente ho avuto bisogno di liberarmi da una serie di luoghi comuni, di retoriche. La disabilità è piena di retoriche e noi genitori di figli disabili ci nutriamo di retoriche. Io ho avuto bisogno di liberarmene nel senso che le sentivo strette. 

Come molti genitori, ho frequentato anche le associazioni di genitori di figli disabili. Quando i bambini sono piccoli c’è la tendenza di andare a far parte delle associazioni non dei disabili in senso generico ma di quelli che hanno il problema di tua figlia. Questi luoghi dove i genitori che hanno i figli con lo stesso problema si incontrano talvolta tendono a diventare anche dei luoghi dove ce la raccontiamo un po’ su. Siccome l’esperienza è dura per tutti, quando ci troviamo abbiamo bisogno di farla diventare una cosa normale, tanto abbiamo tutti più o meno lo stesso problema. Ancora adesso facciamo gli incontri a Natale, prima dell’estate e sembriamo un gruppo di genitori che ha dei figli con problemi molto simili ma giochiamo a fare i normali che però hanno fatto un po’ di fatiche e che ci capiamo solo tra noi.

Una delle retoriche che gira è che, in fondo, è come se fossimo chiamati a compiere una missione. Quest’idea che si debba disperarsi perché siamo sfortunati o addirittura ritenersi in qualche modo assegnati di un compito da una qualche divinità perché siamo quelli eletti mi sembrano due strade prive di senso. Un figlio è come è, e ognuno si deve misurare con il “com’è” di suo figlio che può essere disabile ma anche no, che può non avere problemi poi magari a quattordici anni ha un incidente in motorino o sviluppa una sindrome psichiatrica. Forse una delle cose che è possibile imparare in un’esperienza di questo tipo è che la gerarchia delle sfighe non è così scontata, non è così ovvia, non c’è chi è più fortunato e chi lo è meno lungo una gerarchia che dipende dal tipo di dramma, non è così semplice paragonare tra loro le tragedie, non è così facile poter dire quale tragedia è più tragedia di un’altra tragedia.

Allora ho avuto bisogno di pensare radicalmente questa situazione, di liberarmi da molte retoriche per poter capire cosa voleva dire per me amare Luna, perché non potevo tollerare di amarla perché era disabile oppure non potevo neanche tollerare di amarla perché era mia figlia, nonostante fosse disabile. Credo di aver cominciato a sentirmi libero e quindi ho cominciato a capire con la pancia, con il cuore, con l’emozione, cosa volesse dire per me amare Luna quando ho cominciato a sentire che cosa lei mi permetteva di essere, che cosa la sua esistenza ha permesso a me di diventare, cosa il mio rapporto con lei ha fatto di me. E non era un destino, non credo che le cose siano scritte da qualche parte, poteva andare in un modo completamente diverso. 

C’erano mille situazioni nella vita i cui bivi potevano portarmi altrove ma dal momento in cui Luna è nata si è creata questa possibilità che ho cercato di raccogliere. Io sento ora che ciò che mi lega a lei è esattamente ciò che lei ha fatto di me, ciò che la sua esistenza ha creato, trasformandomi. Faccio fatica adesso a pensarmi a prescindere da lei perché io sono quello che sono non solo perché sono qui ma sono quello che sono perché lei mi ha trasformato. E questo, è vero, non vale solo per chi ha un figlio disabile; questo credo che valga, che possa valere per chiunque abbia un figlio, se se lo permette.

Ridisegnare la socialità

Credo che avere un figlio disabile rimappi completamente le relazioni sociali. Succede anche nell’avere figli in generale, ma il figlio disabile dal punto di vista sociale è uno tsunami, è un terremoto pazzesco, fa letteralmente sparire all’orizzonte persone che non ti saresti mai aspettato sparissero, fa comportare altre persone in un modo assolutamente imprevedibile che ti costringe a farle sparire all’orizzonte; poi compaiono le persone più insospettate, più insospettabili con una capacità di esserci, di essere presenti che ti stupisce e tutto questo ridisegna completamente la socialità, in modo molto forte. 

Su questo scoglio si sono infrante non tanto le persone ma le relazioni con alcune persone, si sono infrante amicizie pluridecennali ora scomparse. O perché sono scomparse realmente o appunto perché, come racconto, si sono permesse cose che non si dovevano permettere assolutamente di fare. Bisogna anche vedere in che momento della tua esperienza accade questo, ci sono momenti più drammatici, più tragici, momenti più difficili e lì tutte le relazioni sono immediatamente messe alla prova, pesantemente messe alla prova e molte non superano questa prova. Però, ripeto, la cosa importante è che altre compaiono magicamente, in modo inaspettato, nuovo. Questo dipende tanto dalle persone, dai genitori, ma dipende tanto anche dai figli. Noi abbiamo, questo sì, la fortuna di avere una bambina di una socialità assoluta, l’esatto opposto di un bambino autistico. Ogni tanto per scherzo mi vien da dire che se vendessi gli abbracci di Luna un tanto al minuto diventerei ricco perché ogni volta che qualcuno prende un abbraccio di Luna vedo un’espressione che parla da sola perché un abbraccio di Luna è talmente privo di qualsiasi doppio senso, di qualsiasi malizia, è talmente immediato, è talmente fresco, insomma è l’abbraccio che ognuno di noi vorrebbe avere e questo è anche una fortuna, perché Luna è assolutamente ricercata soprattutto dagli adulti e quindi questo non fa da ostacolo al fatto che ci siano delle persone che si vogliono avvicinare.

Il silenzio lo imparavo da lei

Io non sono un frequentatore di chiese, o meglio sono un frequentatore di chiese ma perché mi piacciono come posti, come luoghi, perché li ho sempre trovati carichi di energia ma non sono un frequentatore delle liturgie che ci sono nelle chiese, e mi ha sempre colpito come Luna, sin da piccola sembrava percepire l’atmosfera che c’era in una chiesa. Lei, quando vede un sagrato e dei gradini, mi tira verso la chiesa e non ha nel suo bagaglio di esperienze il fatto che io la porti in chiesa, ma quando andiamo in giro e vede una chiesa ci si infila e mi trascina e mi porta un po’ in giro poi arriva alle panche e si siede e io mi siedo vicino a lei e stiamo lì un po’. Lei sta in silenzio, guarda, osserva, ascolta, sembra più ascoltare per la verità. 

Io sono curioso per natura e lei pure e devo dire che uno dei motivi per cui amo un sacco mia figlia è che mi incuriosisce, mi stupisce e la guardo e la osservo e cerco di capire che cosa fa, perché sta facendo certe cose, come mai appare così sensibile, così attenta. In certe situazioni, quello che emerge o almeno che mi ha colpito tantissimo è il guadagno, quel famoso guadagno difficile da vedere nella disabilità, cioè che cosa ti offre in più quella cosa che ti manca. A Luna manca il linguaggio, le manca proprio il linguaggio simbolico. Questo vuol dire che ha la testa libera. Noi siamo pieni di parole, io poi sono uno che col linguaggio ci ha vissuto, ne ha fatto una professione, faccio la meditazione la mattina per sgombrare la mente che è sempre piena di parole, di pensieri. Lei non ne ha bisogno, lei ha la testa sgombra e allora sente di più e riesce a percepire delle cose che io devo prima spegnermi per riuscire a percepirle.

Nel libro racconto di una visita alla chiesa di Sant’Eustorgio. Quella volta è stato potente perché abbiamo assistito a una messa, in filippino credo. A Milano, in diverse chiese si fanno messe per le varie comunità cattoliche nelle lingue d’origine, per cui ovviamente io non capivo niente. Già non è che sia un grande esperto di liturgia e per giunta era anche in una lingua straniera per cui non capivo niente io e non capiva niente lei, in termini di parole. Però l’atmosfera era talmente potente che io e mia figlia siamo rimasti seduti in fondo alla navata ad ascoltare un pezzo di messa in assoluto silenzio tutti e due, ma io il silenzio lo imparavo da lei. Ero preoccupato che lei facesse confusione ma in realtà lei stava in silenzio e grazie al fatto che lei stava in silenzio, stavo in silenzio anch’io. Io stavo in silenzio guardando e ascoltando il suo silenzio ed è stata un’esperienza fantastica, un’esperienza di grande spiritualità in cui non credo c’entri la fede ma la spiritualità, intesa come ciò che si riesce ad ascoltare quando si smette di parlare, quella dimensione dell’esistenza che, pieni di parole, rischiamo sempre di non cogliere.

Presidiare il futuro

E quindi il futuro. Qui c’entra la mia professione: chi si occupa di educazione se non ha un po’ di ottimismo può anche cambiare mestiere, però ci vuole anche molto ottimismo in certi momenti della vita individuale e collettiva. 

Avere gli occhi puntati sul futuro fa male se non si vede niente né personalmente né socialmente, viviamo in un mondo difficile, un mondo estremamente precario, assolutamente instabile, che cosa sarà fra dieci anni chi lo sa… Poi tu hai un figlio disabile e il tuo futuro in qualche modo è già segnato… Io ho alcune certezze, per esempio sono sicuro che mia figlia non avrà problemi di droga anche perché dovrei iniettargliela io nel senso che non è fisicamente in grado di drogarsi, quindi non avrà problemi di droga. Non rischierà di ammazzarsi su un motorino perché il suo livello di autonomia è talmente basso che non correrà questi rischi. Però sicuramente non avrà figli.

Siccome Luna è figlia unica, io so già che non diventerò mai nonno, poi son figlio unico anch’io per cui non posso neanche essere zio, lei non ha cugini quindi è un futuro molto piccolo, molto ristretto, molto corto. 

Il problema, per me come padre, è che anche se mia figlia mi sopravvive e mi sopravvive bene, avrà qualcuno che si prenderà cura di lei, che le vorrà bene, che le starà vicino fino speriamo a tardissima età, comunque il futuro finisce lì, non va oltre, finisce con lei e l’essenza dell’umano, come scrivo, è trasmettersi, ma trasmettere non vuol dire insegnare qualcosa a tuo figlio, vuol dire insegnare qualcosa a tuo figlio perché lo insegni a qualcun altro, questa è la trasmissione. 

È la trasmissione attraverso le generazioni, ma io so già che la trasmissione attraverso le generazioni non ci sarà perché finirà lì e quindi con questa prospettiva io non dovrei credere nel futuro, non dovrei neanche dirmi che il mio ruolo come padre è avere uno sguardo sul futuro. Che poi è un futuro vicino, dove vai quest’estate, cosa facciamo quando avrà finito la scuola, dove la mandiamo, il futuro è con chi starà quando noi saremo vecchi e non ce la faremo più ma è un futuro piccolo, è un futuro angosciante e al tempo stesso estremamente piccolo.

E allora il trucco che ho cercato di elaborare e di mettere in pratica è che qualsiasi cosa succeda a me, alla madre di Luna e a Luna, per me quello che conta è di aver lasciato qualcosa a qualcuno, di aver lasciato qualcosa a lei certo, di aver lasciato qualcosa alla madre certo, ma di aver lasciato qualcosa a tutti quelli che ci incontrano, e allora lì il futuro c’è. Poi, il mondo va a rotoli, non lo so può darsi, non è nella mia giurisdizione, ma se il mondo non andrà a rotoli, se qualcosa della mia, della nostra esperienza con Luna resta attaccata all’esperienza di altre persone per me questa è una cosa importante ed è il mio modo di presidiare il futuro.

 

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Igor Salomone

Nato il 18 ottobre del 1956, Igor Salomone è laureato in filosofia. Nel 1985 ha contribuito a fondare, a Milano, dove vive e lavora, lo Studio Dedalo, aprendo un profilo alto di consulenza pedagogica che ancora oggi segna i percorsi di molti professionisti dell’educazione. Docente universitario, ha insegnato dal 1999 al 2005 presso la milanese Facoltà di Scienze dell’Educazione. 

Dopo diversi libri di taglio tecnico, scrive Con occhi di padre (Enna, Città Aperta Edizioni, 2006),  sulla sua esperienza di paternità con la figlia Luna. Molto più di un diario non segreto, il libro è forza, provocazione, divertimento, riscatto – anche – dello sguardo dei padri. È un testo nato durante le vacanze, quando l’esperienza dell’insegnante restava come ordito e quella dell’uomo diventato padre di Luna regalava la trama ai pensieri e agli sguardi.

Al libro ha dedicato un blog (www.conocchidipadre.splinder.com) con questa motivazione: “Ogni libro parla a qualcuno. Anche Con occhi di padre, ultimo nato, per me prezioso e inesauribile. Incapace di esaurirsi, cioè, nell’esser stato scritto. Questo spazio è dedicato a chi, avendolo ascoltato, ha voglia di dire cosa ha sentito”.