Lo zaino a scacchi, Il Messaggero di Sant'Antonio, Maggio 2012

07/05/2012 - Claudio Imprudente
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Le rondini sono tornate e questa volta hanno davvero fatto primavera. Lo splendore della natura torna a rivelarsi. Cambiano il paesaggio e il clima, dunque. Ma gli interrogativi delle persone rimangono gli stessi, centrati sulle solite domande alle quali è difficile dare risposte valide, che risultino concrete ed esaurienti.
Alcuni giorni fa mi trovavo in una ridente cittadina del Centro Sud per un convegno e sorseggiavo il mio meritato aperitivo dopo un’intensa giornata di lavoro. La mia mente era leggera, assorta e un po’ stanca.

Ero così distratto che non mi ero nemmeno accorto che un giovane ragazzo con una giacca bianca e uno zaino a scacchi era lì, a due passi da me, e mi fissava dalla sua carrozzina blu.
«Claudio, grazie mille, il tuo intervento è stato bellissimo e tutto il convegno molto interessante. Una bellissima giornata, ma posso farti una domanda? Perché non posso camminare? Di chi è la colpa?».
«Ecco che ritornano» pensai. Quante volte ho sentito queste domande nella mia vita. Quante volte io stesso, da ragazzo, me le sono poste. Anzi, devo ammettere che persino ora, in alcune occasioni, mi capita di rifletterci. Credo che siano due domande fondamentali nel percorso di accettazione dei nostri limiti, della consapevolezza di noi stessi. Domande che tutti si sono fatti, giovani e anziani, disabili e normodotati… «Perché proprio a me?».
 
Mi è subito venuto in mente il brano del Vangelo di Giovanni: «Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire» (Gv 9,1-4).
La mia prima considerazione è sulla domanda, dunque sulla causa, sugli eventuali colpevoli della cecità dell’uomo. A Gesù viene praticamente chiesto se il deficit dell’uomo derivi dalla colpa/peccato di qualcuno. La colpa non è di nessuno, risponde Gesù, spostando l’attenzione sul senso più che sulla causa. Questa è la parte che reputo più interessante. Un gesto creativo ed educativo evidente che evita di dare responsabilità oggettive e si concentra sul contesto più che sulla persona. Questo passaggio è stato decisivo nella mia esperienza.
Dopo anni ho capito che è inutile e dannoso cercare eventuali colpevoli, perché non ce ne sono: ognuno è protagonista della propria esistenza. Questa convinzione è necessaria nella costruzione della propria identità, anche per liberarsi da inutili sensi di colpa. Il concetto è ampio e generale e va applicato non solo nell’esperienza delle persone con disabilità.
 
Su questo dibattito è interessante la lettura del testo di Stefano Toschi La meraviglia, il salmo 118 dal punto di vista dell’handicap (Ed Insieme, 1997) che riflettendo sull’argomento ci offre delle chiavi per dare un senso alla propria situazione di deficit. Tornando a casa dal convegno perfino la radio insisteva sul discorso diffondendo nell’aria le famose note della canzone di Edoardo Bennato È stata tua la colpa. Secondo voi, cari lettori, di chi è la colpa? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.