Il disabile che si diverte è irresponsabile?

17/11/2011 - Claudio Imprudente
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Responsabilità fa rima con accessibilità? È una domanda che in questi mesi mi frulla in testa più spesso del solito…Da tempo è in corso un dibattito sulle possibilità e le occasioni concrete che una persona disabile ha per divertirsi nel quotidiano.
Recentemente è esplosa la polemica tra il parco divertimenti di Gardaland e il CoorDown (Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down), a causa degli accessi negati alle attrazioni a persone con Sindrome di Down, siano essi adulti o bambini. La questione è piuttosto spinosa poiché, nonostante il recente Codice del Turismo consenta un’accessibilità pressoché illimitata in qualsiasi ambiente e ambito alle persone con disabilità, nel momento in cui entriamo a fare i conti con soggetti privati come i parchi divertimenti, non completamente quindi tutelati dal suddetto Codice, le responsabilità giuridiche in materia di sicurezza finiscono con il vacillare.
È normale poi, che se si fa salire su un’attrazione fortemente dinamica una persona con una disabilità cognitiva i cui risvolti sono spesso difficili da prevedere, esista il rischio effettivo che questa possa farsi male o causare disagi. Se in più la legislazione riversa tutta la responsabilità penale sui gestori delle stesse attrazioni è inevitabile incorrere in una forte chiusura o quanto meno in un irrigidimento da parte loro.
Vent’anni fa non si creavano questi problemi…non perché i problemi non ci fossero ma semplicemente perché alle persone con deficit era preclusa la possibilità di accedere a tali divertimenti ancor prima di arrivare all’entrata! In questo senso c’è stato un bel cambiamento di rotta ma, evidentemente, ancora non basta.
Il problema a parer mio, più che di ordine giuridico è come al solito culturale…Tanto per cominciare, per esempio, è difficile che gli addetti all’accoglienza delle attrazioni siano abituati a una frequentazione assidua con persone disabili. È molto probabile piuttosto che, essendo per lo più giovani lavoratori stagionali, vi si trovino di fronte per la prima volta mentre già son costretti a fare i conti con la difficile pressione delle file e della folla scalpitante.
Ciò apre un grosso tema: la formazione. Con questo termine vogliamo includere però non solo la preparazione di chi si appresta ad accogliere il pubblico disabile ma anche quella di chi lo accompagna. Il punto fondamentale, forse, sta proprio qui, al di là dell’inserimento di ogni possibile pass o carta prioritaria, così come la questione è stata risolta, per esempio al parco di Eurodisney di Parigi o in altri paesi europei e del mondo. Se questo non viene considerato, il rischio è che l’accompagnatore impreparato o abbia o dia alla persona disabile delle aspettative eccessive rispetto alle sue possibilità, nell’entusiasmante idea di rientrare negli schemi della “normalità”. Questo conduce a non riconoscere i propri limiti, il che, se da un lato è positivo, dall’altro significa non rendere l’individuo completamente responsabile per sé e per la collettività.
Da questo punto di vista è importante che, da entrambi i lati, responsabilità faccia davvero rima con accessibilità. Investire nella direzione della formazione e del dialogo reciproco potrebbe, a mio parere, risolvere la situazione in maniera più duratura, oltre i possibili miglioramenti nelle indicazioni e nella comunicazione in entrata da parte dei parchi.
Io, intanto che troviamo una soluzione, penso che me ne andrò a Gardaland…e, beh, speriamo che non mi mettano sul bruco!
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Parole chiave:
Comunicazione, Tempo libero