Sport agevoli - Basket in carrozzina e scuola: una nuova concazione del divertimento

20/10/2011 - di Andrea Margini

Il mio lavoro principale è quello di insegnante di sostegno in una scuola secondaria di primo grado, una professione che svolgo ormai da 15 anni e che mi ha sempre stimolato e interessato. Una delle domande più belle che mi ha rivolto un alunno di una terza è stata: “Ma Lei prof, cosa insegna?”. Mi è piaciuta molto questa curiosità, sia perché espressa con la passione di chi da tempo cercava una categoria dove inserirmi, sia perché mi ha dimostrato che non sono stato percepito come il “prof di un certo alunno”. Sono riuscito, in pratica, a tracciare relazioni con la classe, ritagliandomi un ruolo attivo per e con la classe, presupposto fondamentale per favorire l’integrazione delle diverse abilità che giustificavano la mia presenza lì.
Il mio ruolo in quel contesto è certamente quello di far conoscere agli alunni come la conoscenza abbia diverse forme e nasca da diversi incontri: tutte le forme di conoscenza hanno una loro dignità e vale la pena confrontarsi con esse per arricchire le proprie. La mia pratica didattica crede nell’impronta costruttivista e interazionista dell’educazione, crede in una costruzione del sapere e delle competenze che dia protagonismo agli alunni, cercando di coinvolgere le forme di intelligenza che più caratterizzano le singole persone.
Il mio abito professionale mi segue poi anche quando mi ritrovo ad allenare una particolare squadra di basket su ruote. È particolare perché è unica, fatta di persone diverse e diversamente abili (come, peraltro, tutte le squadre che conosco). Il bisogno di costruire un gruppo che crei sinergie tra tutte le specifiche capacità dei giocatori, ha stimolato in me il bisogno di adottare strategie e metodi utili allo scopo. Ho sempre pensato e verificato che non sia possibile proporre l’apprendimento di abilità standard, di modelli di movimento da assimilare, ma sia necessario stimolare la costruzione personale di sintesi motorie efficaci e funzionali al gioco di squadra.
La mia pratica didattica e formativa in questo ambito si propone due obiettivi ambiziosi e prioritari. Uno è certamente quello di offrire la possibilità ai miei ragazzi di misurarsi in un’attività appassionante e coinvolgente come quella della pratica sportiva, l’altro, purtroppo non facile e condiviso dal sistema, è quello di dimostrare come sia possibile mettere in relazione positiva abilità differenti senza pensare di penalizzare nessuno, ma valorizzando ogni singolo apporto.
La mia esperienza di formatore è guidata da idee note ai lettori di questa rivista: idee di parità di diritti a partecipare e a esprimere se stessi e idee di creatività e di originalità con cui ogni diversa personalità si manifesta.
Dalla mia esperienza il luogo dove queste idee diventano spesso provocazioni è, più di tutti, quello dello sport e, paradossalmente, dello sport che coinvolge i diversamente abili. La mia impronta di formatore in tale ambito si è sempre scontrata con una diffusa coscienza dello sport come selezione delle capacità e delle persone. Ora, se è vero che tali concetti propongono anche aspetti positivi e utili al miglioramento individuale e collettivo, è anche vero che ogni principio deve essere contestualizzato in un sistema che accolga e valorizzi i contributi di tutte le persone che vi partecipano.
Nelle attività che ho organizzato in palestra, ho sempre preteso di trovare a tutti un ruolo significativo e costruttivo per sé e per la squadra. Partire da queste idee vuol dire allontanarsi dagli schemi spesso rigidi che governano lo sport e la formazione che ne deriva. Credo che la grande sfida, per chi sceglie di formare attraverso le attività motorie e sportive con persone diversamente abili, sia quella di dimostrare che si possa coinvolgere autenticamente tutti.
Sembra impossibile, ma contesti come quelli in cui mi trovo a operare riescono solo timidamente a mettere in discussione modelli organizzativi come quelli della selezione e dell’esclusione. La definizione di regole di gioco quanto più affini e vicine ai modelli degli sport codificati è una tendenza che ha il sapore dell’imitazione, di un mal riposto concetto di normalizzazione che tende a riconoscersi tanto più significativo, quanto più aderente ai modelli standard. Io credo nella ricerca di modelli inclusivi, nella volontà e nella capacità di costruire regole e sistemi di gioco che accolgano il contributo anche di chi ha capacità motorie minime, ma che ha voglia e determinazione di confrontarsi e partecipare.
Se nel gioco del basket un mio ragazzo non ha la capacità di gettare un pallone, potrò chiedergli di bloccare un avversario conducendo una carrozzina elettrica, di favorire un compagno coprendolo mentre tira o, addirittura, di realizzare un punto qualora, trovandosi in area, riuscisse a trattenere una palla passata da un compagno.
Fantascienza. Non è possibile mi si dice.
Credo che il più grande successo di un movimento che si occupi di sport e disabilità, sia quello di dimostrare la bellezza e l’originalità di modelli nuovi, che diventino una testimonianza costruttiva di come si possa crescere, divertirsi e misurarsi indipendentemente dalla condizione personale.
Quando mi capita di gestire percorsi di formazione con adulti amo proprio provocarli in questo, metterli in situazione e giocare con formule di squadre miste: chi su sedia a rotelle e chi in piedi. Da qui deve partire la ricerca di regole, tecniche e tattiche che diano sostanza all’attività, che diano dinamicità e competitività vera al gioco, coinvolgendo tutti in modo autentico e dignitoso.
E mi ritrovo a vivere situazioni in cui non esistono confini molto netti fra chi eroga formazione e chi la riceve. Credo che la formazione sia sempre un processo reciproco, e ciò è confermato dal fatto che io stesso, ogni volta, pur se in veste di formatore, mi arricchisco di nuove idee, di nuove interpretazioni e di nuove soluzioni.
Mi ritengo una persona con più dubbi che certezze.
Una tale impostazione culturale però è sempre stata, paradossalmente, una grande spinta a svincolarmi dalla trasmissione dei saperi e a orientarmi verso l’abitudine al riconoscimento dei problemi, alla loro analisi e alla ricerca di soluzioni efficaci. Nella mia pratica di formatore amo indurre, in chi mi ascolta, l’autocostruzione delle competenze. Gli obiettivi che mi pongo quindi trovano radice nella convinzione che quanto più riesco a stimolare riflessioni o a suggerire ipotesi e interpretazioni personali, tanto più offro conoscenze e strumenti per comprendere e sviluppare in modo nuovo e autonomo il proprio sapere.
Entrare in una scuola per proporre riflessioni ed esperienze legate a sport, prestazione e disabilità, pone grandi obiettivi che vorrebbero coinvolgere il “saper essere”. Ma il saper essere “sportivo”, in questo ambito, si lega a modelli legati al corpo estetico, alla forza, alla prestazione, apparentemente tutto il contrario rispetto a ciò che io e i miei ragazzi potremmo rappresentare. Il ritardo e le barriere culturali che spesso abitano nel mondo dello sport e della disabilità, sono spesso un problema non indifferente e lo stimolo al loro superamento rappresenta forse l’obiettivo principale verso cui tendere. Un tale scopo però è conseguito se si guidano i ragazzi verso il positivo, se si coinvolgono in esperienze stimolanti e divertenti, che testimonino la ricchezza e le opportunità emergenti dall’incontro con quello che, fino a quel momento, ho considerato “diversità”. Sedersi in carrozzina, vincere imbarazzi e pregiudizi, sentirsi addosso la condizione di difficoltà che sono abituato a considerare esclusiva della disabilità, sono forse obiettivi immediati e concreti, ma che contengono elementi di un profondo percorso personale che offre una nuova prospettiva umana e culturale.
Un progetto che mi è caro riguarda la promozione dell’attività motoria per e con disabili nelle scuole di ogni ordine e grado. Nasce dalla passione del gioco, dalla consapevolezza di aver qualcosa da far conoscere e dalla convinzione di possedere uno strumento unico e stimolante che affronta il tema della disabilità proprio dal versante più critico: quello della prestazione del corpo, dell’esibizione della propria motricità in opposizione ai limiti che tutti assegnano alla disabilità.
Il progetto è semplice e, forse per questo, sempre di grande efficacia e successo. Quando una scuola ci contatta, un gruppo di ragazzi che praticano basket in carrozzina si reca presso l’istituto scolastico con l’attrezzatura e le energie giuste per far provare l’attività ai ragazzi disponibili. Inutile dire che è sempre un grande successo, regnano divertimento, dinamicità e passione: quasi ci si dimentica della parola “solidarietà”. Niente di particolare, mi rendo conto, ma a volte la semplicità paga e la quantità di stimoli e di occasioni nate da queste esperienze sono infiniti, tali da creare relazioni e passioni che possono rappresentare forti spinte al cambiamento.
Per non contraddirmi non voglio dilungarmi troppo in considerazioni specifiche, ma dare voce a chi, meglio di me, può esprimere il valore vero dell’esperienza in cui viene coinvolta.

“Contrariamente alle convinzioni, ci si può divertire tantissimo”
Mi chiamo Ilaria Crotti e pratico basket in carrozzina presso l’A.S.D.R.E. di Reggio Emilia. Oltre alla normale attività sportiva in palestra svolgiamo un’importante attività di sensibilizzazione presso alcune scuole elementari, medie e superiori della provincia.
Siccome la maggior parte dei ragazzi non sono mai saliti su una carrozzina, iniziamo con alcuni esercizi che facciano capire come si utilizza il mezzo.
La cosa che mi è balzata subito all’occhio è che molte persone hanno paura della sedia a rotelle e la considerano uno strumento che si usa solo in caso di sofferenza e di dolore. Quindi o salgono con apprensione o non salgono.
Giocando una partita mista insieme a noi, si rendono conto che contrariamente alle loro convinzioni ci si può divertire tantissimo e non vorrebbero più smettere.
La carrozzina alla fine non è uno strumento da evitare, ma diventa un’amica speciale che si ritrova volentieri.
Queste esperienze permettono a me e a tutti noi di metterci continuamente in gioco scoprendo sfaccettature sempre nuove di noi stessi e le enormi potenzialità di coesione e contatto del nostro sport.
Non ci sono barriere, confini o separazioni, c’è solo la voglia di stare insieme e divertirsi. Si crea così una nuova cultura dell’integrazione, quella vera, spontanea, fatta di persone e non di parole, di individualità che si rafforzano e si uniscono per raggiungere gli stessi obiettivi.
La cosa che ogni volta mi colpisce è l’entusiasmo con cui, dopo un momento di iniziale ritrosia, gli alunni di ogni età e provenienza si approcciano a tutto ciò che viene proposto.
A mio modo di vedere il progetto diventa ancora più significativo se all’interno della classe è presente un ragazzo con difficoltà.
Soprattutto se esistono problemi nel processo di integrazione dello studente nel gruppo classe, questo può essere un momento di fondamentale importanza per conoscersi meglio e andare al di là delle apparenze o dei pregiudizi.
Con il passare del tempo mi sono accorta che alcune cose o valori che sembrano scontati in realtà non lo sono per niente, e che è proprio dalla scuola dove si educano le future generazioni che bisogna partire per cercare almeno un po’di sfatare quei luoghi comuni che impediscono alle persone di aprire le menti per creare un futuro migliore.
Non servono grandi discorsi ma uomini e donne che agiscono per far diventare la diversità di ognuno di noi una vera ricchezza e risorsa.
Questi progetti per me rappresentano proprio questo: un piccolo passo nel tortuoso percorso dell’integrazione vera.

 

Parole chiave:
Scuola ed educazione, Sport