Lo sguardo del Sud - La comunità che riabilita: l'esperienza dei Fisioterapisti Senza Frontiere

20/10/2011 - a cura di Nadia Luppi

Come intervenire sui deficit fisici in Paesi dove la disabilità è affrontata con strumenti sanitari ma anche antropologici e culturali molto diversi dai nostri? Abbiamo intervistato il dottor Enrico Ferrucci, Presidente della sezione emiliana del gruppo di coordinamento “Fisioterapisti Senza Frontiere”, fondato a Bologna nel 1997 con l’intento di veicolare e condividere le esperienze di fisioterapisti che avevano preso parte a progetti di cooperazione internazionale in Paesi in Via di Sviluppo e ragionare sulle diverse modalità d’intervento possibili.

Al centro del vostro metodo di lavoro si collocano i principi della Riabilitazione su Base Comunitaria – consapevolezza, autodeterminazione e costruzione dell’intervento riabilitativo intorno a comunità e soggetto disabile, che ne costituiscono i due imprescindibili punti chiave. Pensate che siano principi applicabili in ogni settore e in ogni luogo o contesto del mondo?
Posto che non esistono principi e modelli applicabili ovunque, e che in ogni contesto occorre fare opportune valutazioni e scegliere via via le strategie d’intervento migliori, è indubbio che questo tipo di approccio risponde in modo efficace a esigenze ben precise riscontrabili nella maggior parte dei PVS.
Mi riferisco da un lato alla povertà diffusa, alla scarsità di servizi sanitari e di operatori professionalmente preparati a gestire la domanda di cure, e infine alla mancanza di mezzi di trasporto e di vie di comunicazione che colleghino i villaggi e i piccoli centri abitati alle poche strutture mediche esistenti.
In contesti simili è indispensabile fare affidamento sulle risorse interne presenti nelle comunità di base, quali il villaggio o il nucleo familiare. In questo senso, concepire l’intervento riabilitativo come un affare della comunità e non una sfida del singolo apre nuove possibilità di inclusione e benessere per il destinatario dell’intervento rendendo più partecipato il suo percorso di recupero, mentre offre alla comunità – intesa come rete familiare o villaggio – l’opportunità di stabilire un contatto con la persona disabile, individuando anche possibili relazioni di aiuto.

Quindi è necessario dare alle comunità gli strumenti tecnici e culturali per potersi attivare nel percorso riabilitativo del soggetto disabile. Diventano cruciali attività di formazione, di trasferimento di competenze e capacità…
Si tratta infatti di uno dei punti chiave della teoria della RBC. Nelle attività di formazione di questo tipo ci si rende ben conto di come piccoli accorgimenti, l’utilizzo di personale con formazione di base, tecnologie a basso costo, possano in realtà produrre dei grandi cambiamenti.
Vorrei chiarire che in questi “percorsi formativi” non si considera la disabilità solo in prospettiva medico-sanitaria, ma si affrontano vari aspetti della questione. Si tratta di un approccio olistico, globale, che riserva grande importanza alla partecipazione del disabile alla vita di comunità non come un peso, ma come una risorsa. Di conseguenza, in una simile cornice di intervento i malati, i disabili e le loro famiglie si sentono meno stigmatizzati, la comunità può offrire loro un sostegno, e si creano di continuo opportunità di confronto e formazione. Sono i membri delle comunità che, acquisite le competenze necessarie, diventano parte attiva nella stesura dei progetti di cui sono destinatari, formulando in modo sempre più preciso richieste di intervento che non sono ancora in grado di soddisfare e per le quali si rimettono agli attori internazionali.

Il rovescio della medaglia di un tale approccio consiste però nell’atteggiamento prevenuto e ostile che la comunità potrebbe mettere in campo. Come vi confrontate con pregiudizi e stereotipi culturali?
Il coinvolgimento della comunità è di per sé una questione molto complessa, di fronte alla quale è necessario approcciarsi consapevolmente. Nel corso delle nostre esperienze abbiamo potuto notare che in linea generale la chiarezza e la trasparenza sui nostri intenti hanno sempre effetti positivi.
Prima di tutto, per coinvolgere l’intera comunità, dobbiamo individuare al suo interno le persone più sensibili ai messaggi di prevenzione e di integrazione che vogliamo diffondere. Stabilendo una relazione con chi è disposto all’incontro, possiamo capire meglio la complessità del contesto e instaurare dei meccanismi di trasformazione, evitando errori e azioni controproducenti.
Pregiudizi e stigmatizzazioni non sono mai eterni, e ritengo sia effettivamente possibile modificare l’immaginario collettivo con l’evidenza dei fatti. Un paraplegico che va su un deltaplano o una ex bambina soldato che organizza un corso di cucina combattono sul piano dei fatti il pregiudizio.
Con questo non intendo sottovalutare l’importanza degli stereotipi culturali. Al contrario se ne consideriamo seriamente la portata, ogni pregiudizio ci suggerisce sempre un possibile approccio per smentirlo.

Per coinvolgere attivamente la comunità e intercettarne più facilmente le risorse, la teoria della RBC suggerisce di conciliare competenze scientifiche occidentali e metodi di guarigione tradizionali. In virtù di questo continuo tentativo di conciliazione cambia in qualche modo anche il rapporto del medico col suo sapere?
Certamente la prospettiva cambia molto. Non possiamo trascurare il fatto che ciascuna cura dipende in maniera decisiva anche dal contesto culturale in cui viene somministrata. Qualsiasi patologia è connotata da risvolti antropologicamente molto distanti dai nostri, e la cura o il processo riabilitativo non possono non tener conto di tutte queste differenze di contesto. I metodi tradizionali non sono da trascurare, ma da integrare. Anche quando assistiamo – e accade spesso – a pratiche inaccettabili per la nostra comunità scientifica non possiamo limitarci a rigettarle: in quei casi siamo chiamati da un lato a riconoscere che certe tecniche mettono palesemente a rischio la salute e dall’altro siamo tenuti a considerarne la valenza sociale cercando di stimolare una riflessione collettiva in proposito, e integrare ove possibile la scienza medica occidentale con le pratiche tradizionali.
Questo perché se pensiamo di avere delle conoscenze utili in campo sanitario, non possiamo imporle dall’alto, ma siamo obbligati a veicolarle e proporle utilizzando percorsi di cura e idee di corpo, di malattia e di guarigione il più possibile condivisi.

Chi ha lavorato nel settore della cooperazione internazionale sa bene che il bilancio costi/benefici e i calcoli di sostenibilità sono una parte fondamentale di ogni progetto. In senso metaforico, qual è il prezzo di un progetto costruito sui principi della RBC?
Premetto innanzitutto che l’esperienza di FSF rivela come la quantità di denaro investita non è di per sé elemento garante di qualità.
Facciamo un esempio. Un progetto che preveda la costruzione di un centro di riabilitazione riccamente attrezzato e la formazione di dieci specialisti con adeguate competenze, si accolla anche il rischio che questi dieci decidano, una volta formati, di aprirsi uno studio privato aumentando i propri guadagni, ma non contribuendo al progetto originale. Viceversa, poiché le strutture sanitarie utili a un progetto di RBC sono meno sofisticate, la strumentazione e la formazione degli operatori sono meno onerose e presentano un rischio di dispersione molto ridotto.
Infine la RBC ha sicuramente il vantaggio di una maggiore sostenibilità a lungo termine, anche nel momento in cui gli aiuti stranieri cessano. Abbiamo detto più volte che si tratta di un approccio che implica l’attivazione delle risorse già presenti nelle comunità locali, si assiste a un positivo cambiamento nel modo di considerare la disabilità e la malattia, nel quale si creano anche i presupposti per le campagne di prevenzione: si instaura in questo modo un meccanismo di trasmissione delle competenze alle comunità, le quali possono svincolarsi da rapporti di dipendenza dagli aiuti internazionali.

Un punto debole di questa teoria della RBC?
Non si tratta di un punto debole di questo specifico approccio, ma piuttosto di un sentimento condiviso da chi opera in contesti di povertà: si ha la percezione che tutto questo non basti.