Beati noi - Persona diversamente comunic-abile

20/10/2011 - di Stefano Toschi

Della recente vicenda di Eluana Englaro, la giovane in stato vegetativo permanente dal 1992 in seguito a un incidente, colpisce una cosa, fra le tante. Per lei, ora, il padre chiede l’eutanasia, da procurarsi per mezzo della sospensione del nutrimento che le viene somministrato per via parenterale. Sembra che la causa del dibattimento sulla liceità dell’indurle la morte sia un difetto di comunicazione, in vari sensi.

Prima di tutto, la legge si è a lungo interrogata se fosse legittima la richiesta di eutanasia, considerando il fatto che la ragazza, prima dell’incidente, non aveva comunicato in forma verificabile e certa la volontà di porre fine alla sua vita, se mai si fosse dato il caso del coma irreversibile. Il padre, per contro, sostiene che, invece, tale volontà gli fosse stata comunicata proprio dalla stessa Eluana, in occasione di un caso analogo capitato a un amico. Ma ben più grave è il fatto che l’impossibilità di comunicare in modo “canonico” della ragazza sia da molti considerata la prova principale del suo declassamento da “persona” a “oggetto inanimato”. La ragazza non solo non si nutre autonomamente, non è in grado di muoversi, né di provvedere a se stessa: il deficit fondamentale è quello comunicativo. Chi le sta vicino, tuttavia, riferisce di come, impercettibilmente, ella avverta che qualcuno si sta prendendo cura di lei, che qualcuno le parla, le si avvicina. In ogni caso, fa riflettere il giudizio restrittivo di “comunicazione” che viene dato nel considerare la vicenda. Sono tanti i deficit comunicativi possibili, e questo avviene su due livelli. Nel primo, le persone comunicano fra loro in modo del tutto “normale”, ma non si capiscono. Nel secondo, c’è qualche ostacolo fisico o psichico alla comunicazione. Per il primo caso, si può ricordare una frase molto significativa di Pirandello, in Sei personaggi in cerca d’autore: “Abbiamo tutti dentro un mondo di cose, ciascuno un suo mondo di cose. E come possiamo intenderci, signore, se nelle cose che io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me, mentre chi le ascolta, inevitabilmente, le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo come egli l'ha dentro? Crediamo di intenderci, ma non ci intendiamo mai”. Quando comunichiamo, in qualunque modo lo facciamo, l’aspetto più rilevante è lo scambio con altri individui. Chiaramente, durante questa transazione di contenuti, qualcuno può andare perso, la possibilità del fraintendimento è molto alta, ma anche questa è una ricchezza della comunicazione. Lo scambio arricchisce, anche e soprattutto quando ci si deve sforzare e ingegnare per farsi comprendere dall’altro. Questo è un bisogno primario e fondamentale per l’uomo. Solo se io individuo una parola per identificare un oggetto, potrò portare sempre con me quell’oggetto e farlo conoscere a tutti, anche a quelli che lo avranno visto solo attraverso le mie parole. Una volta posseduto il vocabolo che identifica una cosa, io possiedo quella cosa, la conosco. E se una cosa la ho, la posso dare agli altri. Se l’altro percepirà lo stesso oggetto in modo differente, questa diversità sarà una ricchezza per entrambi, non una limitazione alla comunicazione. L’uomo ha bisogno di comunicare perché non basta a se stesso: ha bisogno dello scambio con l’altro, necessita di lasciare qualcosa alle generazioni a venire, desidera diffondere il sapere e le conoscenze. Tutto ciò è insito nella natura umana, ma basti pensare che la comunicazione è un bisogno fondamentale persino degli animali. Quando comunichiamo non vogliamo soltanto dire delle cose, vogliamo essenzialmente donare ad altre persone qualcosa che ci appartiene. Spesso, la verità delle cose sembra cambiare a seconda di come vengono trasmesse. Sicuramente non la verità ontologica né quella logica, ma la potenza di una comunicazione indirizza il pensiero di chi la percepisce. Oggi la comunicazione è fondamentale, interessa più il “come” si comunica un concetto del “cosa” si sta trasmettendo. Oggi, la comunicazione viene percepita come un’arte che possa convincere l’altro di qualcosa. Invece, la comunicazione dovrebbe essere uno scambio di conoscenze. Nella sua forma più elementare, il linguaggio verbale, ciò è particolarmente evidente, perché le parole, le lingue, i termini, nascono proprio a questo scopo. Ma anche a un simile livello basilare, la comunicazione presenta difficoltà notevolissime. Si pensi alla varietà immensa delle lingue parlate, antiche, moderne, artificiali, ecc. Già secoli fa la Bibbia si interrogava sui motivi delle differenze linguistiche, spiegandole con l’immagine della torre di Babele. I filosofi si sono interrogati e hanno ricercato la lingua perfetta, quella che tutti potessero capire, dai linguaggi matematici formati da numeri, a quelli simbolici, a esperimenti quali l’Esperanto. Per secoli, il latino è stata un po’ una lingua universale, oggi è l’inglese che tenta di prenderne il posto, ma finora i tentativi di diffusione di un linguaggio che sia realmente e totalmente globale sono falliti: infatti, per essere tale, un linguaggio dovrebbe far scomparire tutti gli altri, sostituendoli, non affiancandoli.
Tuttavia, tornando al nostro secondo punto, non tutti hanno la capacità fisica o psichica di comunicare attraverso il linguaggio. O meglio, non tutti hanno la possibilità di farlo attraverso un linguaggio verbale. Non per questo la comunicazione deve avere meno valore o essere meno efficace. Non per questo, chi comunica in modi insoliti non deve essere ascoltato. Sono tantissime, oggi, anche grazie ai progressi della tecnologia, le forme alternative di comunicazione. Si pensi al linguaggio dei segni, che permette alle persone non udenti di capire e farsi capire perfettamente, al metodo della lavagnetta di plexiglas trasparente con le lettere, al metodo per immagini Bliss, ecc. A volte, grazie ad ausili informatici sempre più raffinati, basta un battito di ciglia per trasformare un pensiero in una parola. Nel mio caso, per esempio, la comunicazione avviene in maniera verbale, ma, da parte mia, in modo molto più lento e difficoltoso del normale. Pertanto, chi mi ascolta potrebbe anche reagire perdendo la pazienza, smettendo di ascoltare. Invece, quasi sempre mi capita che la lentezza con cui parlo catturi più facilmente l’attenzione, perché permette agli ascoltatori di capire ogni singola parola, di avere il tempo di ripensare a tutti i concetti che sto esprimendo, eventualmente di scriversi tutto il discorso senza rischiare che le idee fondamentali vadano perse fra gli appunti e i riassunti. Lo sforzo di attenzione che richiede il fatto di seguire il mio discorso viene premiato dalla completezza del risultato della trasmissione verbale. Dunque, la “comunic-abilità” ha tante forme quante sono le persone.

 

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze