Progetto di vita - Una casa domotica? No, didattica!

20/10/2011 - di Valeria Alpi

Una villetta a schiera come tante altre, su tre piani, in una via di Bologna. Ho appuntamento a casa di Valentina Zincati, una giovane donna con disabilità, che mi aspetta per mostrarmi la sua abitazione domotica. Arrivo, e il cancello si apre, percorro un breve percorso con una rampa, e non mi stupisco perché so che Valentina usa la carrozzina per muoversi. Finita la rampa mi si apre davanti una porta blindata, senza che io debba toccare niente, ed eccola, Valentina, nella sua casa. Ci eravamo conosciute allo sportello del Centro Risorse Handicap del Comune di Bologna, quando era venuta per presentare il bando per ottenere un rimborso sulle spese per le automazioni domotiche della sua nuova casa, dove sarebbe andata a vivere da sola. Ero incuriosita da questa casa di cui avevo seguito il percorso sulla carta, e ora eccomi, una casa domotica vera, di quelle che si leggono nelle riviste.

Una casa adattata ma normale
Mi guardo intorno, e la casa mi piace subito. È bella, accogliente, sembra una casa normalissima, chissà cosa mi aspettavo... forse sensori e fili che uscivano dappertutto... e invece mi trovo in un bilocale arredato con gusto e semplicità, con alcuni oggetti etnici. Mi piace anche la scelta degli oggetti, dei quadri, è una casa giovane, che rispecchia l’età di Valentina e anche la mia. Pensare a una casa “adattata” per una persona disabile in carrozzina forse fa pensare a un ambiente che debba rinunciare a essere una casa normale per essere una casa appunto con degli adattamenti, e quindi “diversa”. Mi viene subito mostrato il terrazzo, che in realtà è una sorta di giardinetto interno, a piano terra con la casa. Il terrazzo è circondato da muri e su uno di questi è dipinto un grande murales, con Charlot e il disegno di una pellicola cinematografica e, sotto, la scritta “Vale”. È una dedica degli amici a Valentina, un progetto per lei che – scopro – è laureata al Dams, sezione Cinema, e nella vita fa la sceneggiatrice e la regista di video e cortometraggi. “Credevo che fare un murales fosse una cosa semplice, e invece è durato per giorni. Sembrava dipingessero la Cappella Sistina”, mi racconta. E inizia anche il racconto del percorso di questa casa. “Io ho avuto un trauma neonatale, e ora mi muovo con la carrozzina anche se riesco un po’ a stare in piedi e a fare qualche movimento; ho tanti movimenti involontari e delle difficoltà anche alle braccia. La mia casa è su più piani e questo era un problema, prima facevo le scale gattonando. Poi anche la mia camera non era comoda, il letto era troppo alto e avevo sempre bisogno di aiuto. Volevo un po’ di indipendenza, uno spazio per me. La casa era grande, anche se siamo una famiglia numerosa e ci abitiamo in tanti. Questa che vedi come mio appartamento, in realtà era la tavernetta. Insieme a mio padre e a mia madre abbiamo iniziato il progetto nel 2005, ma ci è voluto tanto tempo. Innanzitutto il primo anno lo abbiamo passato esclusivamente a documentarci: abbiamo un dossier alto come un grattacielo!”. Poi sono iniziati i lavori veri e propri. I primi contatti sono stati con Vaccari, di “HelpICare”, un team che già faceva impianti domotici per privati e ospedali. “Vaccari mi propose subito l’utilizzo di comandi vocali, ma per me era fantascienza! Pensavo che non sarei mai riuscita adusarli, perché ho un po’ di difficoltà nella voce...”. E invece ora tutto a casa di Valentina è comandato vocalmente con la sua voce. Da settembre 2006 sono iniziati i lavori grossi di muratura: un suo amico architetto ha riprogettato lo spazio della tavernetta, spostando innanzitutto la collocazione del bagno e inserendo un muro divisorio, ma non del tutto chiuso, tra la zona giorno e quella notte. A un’estremità della tavernetta prima c’era il bagno, lungo e stretto, e senza doccia, ed era molto scomodo per il passaggio della carrozzina. Ora il bagno è stato spostato al centro dell’estremità, costruendo un ambiente nuovo e ampio, con la doccia. Ai due lati di questo nuovo ambiente, sono stati ricavati da un lato l’armadio praticamente a muro con ante scorrevoli e dentro semplici carrelli Ikea, e dall’altro il punto cucina. Al centro dell’appartamento c’è la zona soggiorno e la zona studio/lavoro, e al di là del muro divisorio la camera da letto. “Il mio amico Bellei ha idee moderne ed essenziali e per me è molto meglio avere una casa con spazi comodi anziché una casa piena di roba. Anche il piano di lavoro l’ha studiato sospeso, sembra una mensola, ma alla fine è una scrivania, però senza gambe, così non solo ci passo sotto con la carrozzina, ma mi posso girare dappertutto senza andare a sbattere contro le gambe del tavolo”.

“Quante cose in più riesco a fare”

Terminati i lavori murari, sono iniziati quelli domotici: “Sotto il pavimento passano una quantità enorme di fili, sembra una centrale nucleare!”. Di tutti questi fili ora non restano che alcuni “occhi” inseriti nel soffitto. In realtà potrebbero sembrare dei faretti di luce, invece sono ricettori a raggi infrarossi. Chiedo a Valentina se ha già scoperto l’utilità di questa casa, se è vero che può fare cose in più e da sola, cosa è cambiato nella sua vita. “La casa è nuova e la inizio a vivere adesso, ma mi rendo già conto di quante cose in più riesco a fare. Innanzitutto l’accesso al terrazzo: prima non era così, c’era un gradinone enorme e per me impossibile. Poi per esempio posso bere da sola: nel lavello ho fatto mettere un bicchiere con cannuccia e io mi avvicino e bevo, senza dover prendere in mano il bicchiere perché non riuscirei. Da quando ho questa casa ho trovato tante piccole idee per essere più autonoma, ma sono idee che ti vengono in mente se hai l’ambiente adatto”. Mi faccio allora raccontare cosa può fare in questa casa e come funziona. “Innanzitutto se suonano il campanello, si accende la tv, vedo chi è, e se voglio apro, oppure no. Poi con la voce riesco a gestire le luci, ad aprire tutte le porte, il cancello, la porta blindata, e pure la porta del bagno. Le porte esterne poi hanno dei tempi di apertura e di chiusura, per il discorso della sicurezza. La porta blindata, quando la chiudo, si chiude in automatico anche a chiave, sempre per la sicurezza. C’è un impianto di allarme che neanche a Fort Nox hanno! Anche quello lo comando con la voce. Tutto quanto funziona sia con la mia voce, perché il riconoscimento vocale è su di me, sia attraverso i comandi manuali di una pulsantiera. Anche la tv e il lettore dvd sono gestiti dalla voce, anche se la televisione fa rumore e purtroppo interferisce con i comandi vocali, perché i sensori con il rumore di fondo mi sentono poco. Allora il telecomando domotico, anziché lasciarlo sulla mensola al centro della casa dove è ora, lo attaccherò alla carrozzina, così la mia voce sarà sentita meglio e potrò limitare il margine di errore. Se sono fuori e devo entrare in casa, ho una sorta di chiave fatta a sensore per cui basta che l’avvicini alla porta e questa si apre. Tutte le tende oscuranti alle finestre e alla porta- finestra del terrazzo sono automatiche e le controllo con la voce”.

I costi emotivi dell’autonomia

Mi accorgo però che sia le finestre che la porta-finestra sono rimaste “normali”, cioè si aprono a mano. “Le abbiamo lasciate così un po’ per una questione di costi, un po’ perché riesco a gestirle anche da sola. La porta del terrazzo riesco ad aprirla da sola, e poi sto aspettando una nuova carrozzina, che avrà anche la possibilità di alzarsi, per cui arriverò anche ad aprire le finestre”. Noto allora che anche la cucina non è adattata, a parte lo spazio sotto il lavello per la carrozzina, per il resto è una cucina normalissima. “I mobili della cucina non sono adattati perché sono tarati su di me” – mi risponde Valentina. E la cosa subito mi colpisce, perché di solito avviene il contrario: si fa l’adattamento proprio perché il mobile viene tarato sulla persona. “Bisogna calcolare bene le azioni che una persona riesce a fare e non fare. Io comunque non potrei prendere ad esempio giù i piatti da una mensola, e apparecchiare la tavola. La cucina è un luogo in cui avrò sempre bisogno di aiuto, per cui perché adattarla? Invece nel bagno sapevo che c’era un margine per imparare delle dinamiche nuove, magari anche strane, ma mie, per poter fare delle cose in autonomia, e quindi ho voluto un bagno tarato su di me. L’altezza del lavandino, per esempio, è stata studiata appositamente in modo che io possa utilizzarlo sia da seduta che da in piedi Con il wc abbiamo fatto delle vere e proprie sedute di ore per fissare le altezze giuste e la posizione delle doccine, il fontaniere ha avuto una pazienza assoluta”. Ridiamo a pensare alle “sedute”, ma subito Valentina torna seria: “Una casa come questa ti pone in modo nuovo davanti a te stesso, soppesando quello che vuoi fare e quello che puoi fare. È una casa che io definisco didattica! Ma la cosa bella è che tutte le persone che ci hanno lavorato sono state bravissime perché sentivano che era una casa sperimentale, che era didattica anche per loro”. Mi piace questo ragionamento, perché coloro che si occupano di adattamenti domestici non hanno la soluzione magica ai problemi, non promettono la piena autonomia. Ma suggeriscono soluzioni per l’autonomia, là dove il concetto di autonomia viene relativizzato alla persona, a quelli che sono i suoi desideri, a quello che spera di ottenere, alle abilità residue che ha. Parlare di autonomia in questo senso significa che la persona deve avere già fatto un percorso su stessa, o deve essere disposta a farlo. Deve in qualche modo essere in pareggio con i conti tra sé e il proprio deficit, i propri limiti, le proprie risorse. Mentre parlo con Valentina mi accorgo che forse una casa domotica non è per tutti, non solo per i costi economici, ma per i costi emotivi, per il fatto di essere disposti a mettersi di nuovo in gioco con l’handicap.
Ci spostiamo in camera da letto, e a parte il letto che si inclina attraverso un motore comandato anch’esso con la voce, la camera non ha niente di tecnologico. Mi aspettavo un sollevatore e invece, attaccato al muro divisorio costruito per la separazione giorno/notte, è stato costruito un altro muretto con una serie di misure strategiche e maniglioni, cui Valentina si appoggia per alzarsi e andare a dormire da sola. “Mi era stato proposto il sollevatore a soffitto, ma ho voluto la soluzione delle maniglie perché volevo sfruttare quello che riesco a fare, non volevo una casa per rimanere immobile, ma attiva. Ci è voluto molto tempo però, circa un anno, per fare delle prove e per inventarmi la soluzione più adatta. Adesso sono allegra, ma è stato un percorso complicato. In pratica questa casa è stata anche una palestra! Il sollevatore inoltre avrebbe vincolato la casa, non avrei potuto fare il muro divisorio, il bagno avrebbe dovuto essere vicino al letto, e avrei avuto meno spazi per la zona giorno. La mia casa invece deve diventare anche la sede della mia associazione “Teorema”, per cui volevo un ambiente confortevole e spazioso”. Come ultima cosa notiamo il pavimento, simpatico e colorato. Valentina mi spiega che è di un materiale che attutisce i colpi, per cui se uno cade si fa meno male. È anche antiscivolo, duro, resistente, e tiene il peso, cosa importante perché le carrozzine elettriche pesano tanto. È anche antincendio, si lava con facilità, difficilmente si graffia. Francamente penso che un pavimento del genere farebbe comodo in qualsiasi abitazione! Al termine dell’esplorazione della casa mi rendo anche conto che comandare una casa con la voce non è così semplice come avevo pensato, ci sono tutta una serie di comandi da memorizzare e delle parole specifiche da usare. “Addirittura alcuni vocaboli i sensori li capiscono meglio, altri peggio, per cui c’è voluta pazienza per studiare i vocaboli migliori sia per me che per i sensori. All’inizio avevo un po’ di caos in testa, ma poi diventa abitudine”. Mi congedo e Valentina, urlando, chiama sua madre, che vive al piano di sopra. Ci fa ridere questa cosa: in un appartamento con tutte queste tecnologie, non sono interessate ad avere un comando anche per chiamarsi da un’abitazione all’altra: “Meglio i vecchi metodi!”. Ringrazio Valentina e sua madre per l’ospitalità e per avermi accolta con tanta disponibilità (e un vassoio di pizzette!). Lascio Valentina con una battuta: ha faticato tanto per andare a vivere da sola, ma ora difficilmente avrà il tempo per stare da sola, perché tutti vorremo frequentare casa sua.
 

Parole chiave:
Barriere architettoniche