Donne con le gonne - Fotoromanzi, belletti e reggiseni imbottiti

20/10/2011 - a cura di Valeria Alpi

Nel marzo del 2007, in occasione della Festa della Donna, si tenne a Bologna un importante convegno intitolato “Al silenzio…, all’imbarazzo…, all’invisibilità. Tra femminile e disabilità”. Importante perché declinava al femminile alcune tematiche riguardanti il deficit, soffermandosi su aspetti propri dell’essere donne: la cura di sé e del proprio corpo, la bellezza, la maternità, il rapporto con la propria madre… Importante perché fece emergere come tanti aspetti fossero comuni a tutte le donne, e non specifici delle donne disabili: ad esempio il rapporto conflittuale con la madre, o il rapporto conflittuale con lo specchio, o l’ansia di non saper gestire un neonato…

Accanto alla promozione del convegno, voluto dall’AIAS di Bologna insieme al gruppo donne disabili “Nessun’Altra”, fu lanciato anche un concorso letterario, aperto alle donne disabili che volessero raccontarsi.
Oggi, quel convegno è scaturito in un volume, dal titolo omonimo, dove è possibile reperire materiale di documentazione per chi si occupa di disabilità e dove tutte le donne (disabili e non) possono confrontarsi con le altre, per uscire dal silenzio, dall’imbarazzo, dall’invisibilità.
Vogliamo proporre, allora, uno dei racconti selezionati attraverso il concorso di scrittura, e pubblicato nella seconda parte del volume (l’intera raccolta degli atti e dei racconti è consultabile on line sul sito www.aiasbo.it, alla voce “Pubblicazioni”).

Fotoromanzi, belletti e reggiseni imbottiti

Mi chiamo Liliana.
Sono nata 51 anni fa; la mia disabilità risale probabilmente a un trauma da parto, e sono rimasta spastica lieve.
Ho frequentato una scuola elementare in provincia di Torino. Qui c’era una sezione speciale per i bambini come me, ma non c’era integrazione: i genitori dei “normali”, quando venivano a prendere e portare i loro figli, ci guardavano con disprezzo, e non volevano che ci fosse la sezione speciale
all’interno di quella scuola. Ma mio padre e altri genitori di bimbi “disgraziati”, come ci chiamavano, avevano lottato per ottenere che anche noi potessimo frequentare la scuola, seppur separatamente. Fatto sta che ho portato a termine le elementari, e ho imparato a leggere e scrivere.
Da grande ho frequentato un centro di lavoro protetto, poi sono passata a un Centro Diurno dove da anni svolgo attività ricreative, e da dove vi sto scrivendo.
Da giovane, non avevo nessun amico, sono sempre stata con i genitori e un fratello. Andavo in giro con i miei genitori, a trovare parenti e a ballare.
Una mia cugina mi portava spesso al cinema. Io stavo bene per alcuni versi, però stavo male perché vedevo mio fratello che aveva un’altra vita. Ero gelosa di lui perché lui aveva tre fidanzate. La terza infine l’ha sposata, e ha avuto tre figli.
Invece, io leggevo i fotoromanzi. Mi piacevano le storie d’amore, perché ero giovane e mi piaceva sognare.
Guardavo questi due attori che si baciavano e che si amavano e io sognavo che prima o poi sarebbe successo anche a me.
Avrei voluto farmi bella, truccarmi un po’, ma anche qui non ho potuto decidere di me da sola, perché mia madre non era d’accordo. Anche il taglio dei capelli e la scelta dell’abbigliamento non dipendevano da me, era sempre mia madre a scegliere. Io non sono mai andata d’accordo con lei. Volevo decidere io. Volevo scegliere quello che volevo fare, ma lei era quella che “comandava”. Io a volte le rispondevo male e lei si arrabbiava. Diceva sempre che io ero la “cocca” di papà, e che mio padre mi copriva di vizi. Lo ripeteva sempre, forse non le piaceva che mio padre fosse molto legato a me. Mio padre e io eravamo “un’anima sola”. Lei invece non è mai stata affettuosa né con me né con mio fratello.
Speravo di avere anch’io una famiglia tutta mia, e avere dei figli miei. O almeno un compagno. Appendevo poster di tramonti romantici e cartoline raffiguranti un uomo con una donna, e tutto mi portava a sognare ancora di più. Ma il compagno non arrivò.
Quello che mi successe invece, una ventina d’anni fa circa, fu di innamorarmi di un operatore del vecchio Centro Diurno dove allora trascorrevo le mie giornate. Costretta a vederlo tutti i giorni, ma anche costretta a soffocare questo sentimento. Mi aveva regalato alcune sue foto. Per lui, diceva, era un “amore platonico”; ogni tanto mi baciava sulle guance, ma per me era un sogno e una tortura.
Per di più, i suoi colleghi, che erano a conoscenza di questo amore impossibile, ci prendevano in giro entrambi con canzoni accompagnate persino alla chitarra. Tante volte, quando potevo, me ne rimanevo a casa per evitare tutta questa sofferenza. Mia mamma sapeva quello che mi stava succedendo.
L’avevano chiamata dal Centro per dirle la situazione in cui mi trovavo. Lei piangeva. Odia quest’uomo ancora oggi, come se lui fosse il colpevole del mio essermi persa. C’era ancora mio padre allora, anche lui l’aveva saputo. Lui mi diceva teneramente “Al cuor non si comanda…”, e
riusciva anche a consolarmi un po’. Alla fine lo allontanarono dal Centro, andò a lavorare in un altro posto, e io mi ripromisi di non affezionarmi più a nessuno.
A 40 anni ho cominciato ad avere dei problemi al seno, mi avevano riscontrato la presenza di ghiandole e avevo anomalie al capezzolo. Con due operazioni separate mi hanno asportato l’utero, a causa di un polipo, e i seni. L’idea di rimanere senza seni mi faceva sentire più disabile di quel che ero. Mia madre avrebbe voluto che mi limitassi a portare un reggiseno imbottito, invece io volevo un seno “vero” a tutti i costi.
Così parlai al mio ginecologo e, qualche anno dopo, mi feci ricostruire i seni con il silicone. Dopo mi sono sentita bene, proprio bene; potevo vestirmi come prima. Mi sentivo una donna “completa”; prima della ricostruzione non uscivo più di casa perché non riuscivo a convivere con la mia aumentata disabilità.
Ogni anno aspetto l’8 marzo. Una volta aspettavo S. Valentino. Mi aspettavo un regalo da un Principe Azzurro che sarebbe giunto in quel giorno dal mio mondo dei sogni. Ma non arrivava mai. Allora ho abbassato le mie pretese, e mi accontento di qualche mimosa per la Festa della Donna. Meno preziosa ma più probabile. Comincio a pensarci a febbraio e so che arriveranno mimose e la cena fuori con gli operatori del Centro. Fino all’anno scorso ci hanno accompagnato le donne, quest’anno ci hanno accompagnato gli operatori maschietti e ci hanno regalato un po’ di allegria e poesie.
Io sono comunque contenta di come sono oggi; una volta avrei proprio voluto essere “normale”. Oggi, a 51 anni, la mia vita è fatta di tempo al Centro dove sto bene e mi diverto, qualche gita, qualche volta a teatro, qualche mimosa, e parlare d’amore… sono tutte stupidaggini…

 

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze