Il magico Alvermann - "Dove si va, papà?"

20/10/2011 - a cura di Valeria Alpi

Caro Mathieu,
Caro Thomas,

Quando voi eravate piccoli, ho avuto qualche volta la tentazione, a Natale, di regalarvi un libro. […] Non l’ho mai fatto, non ne valeva la pena, voi non sapevate leggere. Non saprete mai leggere. Fino alla fine, i vostri regali di Natale saranno dei cubi o delle macchinine…

Ora che Mathieu è partito alla ricerca del suo pallone in un angolo dove non lo si potrà aiutare a recuperarlo, ora che Thomas, ancora sulla Terra, ha sempre di più la testa tra le nuvole, io vi regalo un libro. Un libro che ho scritto per voi. Affinché non ci si possa dimenticare di voi, affinché voi non siate solo una foto su un certificato di invalidità. Un libro per scrivere delle cose che non ho mai detto. Forse dei rimorsi. Non sono stato un gran buon padre. Spesso, non vi ho sopportato, eravate difficili da amare. Con voi, occorreva una pazienza d’angelo, e io non sono un angelo. […] Quando si parla di bambini disabili, si assume un’aria di circostanza, come quando si parla di una catastrofe. Per una volta, vorrei cercare di parlare di voi con il sorriso. Mi avete fatto ridere, e non sempre involontariamente.
Grazie a voi, ho avuto alcuni vantaggi rispetto ai genitori di bambini normali. Non ho avuto preoccupazioni riguardo ai vostri studi, né sul vostro orientamento professionale. Non abbiamo dovuto decidere tra la filiera scientifica o letteraria. Non ci siamo dovuti inquietare su che cosa avreste fatto dopo, abbiamo saputo molto presto quello che avreste fatto: niente.
E soprattutto, nei numerosi anni, ho potuto beneficiare di un contrassegno handicap per l’auto.

(Brano tratto da Jean-Louis Fournier, Où on va, papa ?, Paris, Éditions Stock, 2008, pp. 7-9, traduzione dal francese di Valeria Alpi)

Chiedo scusa ai lettori, ma non ho saputo resistere alla tentazione di proporre questo piccolo e meraviglioso libro, uscito alla fine del 2008 in Francia e purtroppo non ancora tradotto in lingua italiana. Mi auguro che presto tutto il mondo possa leggerlo, e non solo chi conosce il francese. La tentazione è anche di tradurlo tutto e pubblicarlo su “HP-Accaparlante”, perché davvero ne vale la pena. Ma lo spazio non lo consente. Ne propongo alcuni brani, allora. Difficili da commentare, perché si presentano da soli, da soli sanno autocommentarsi e far parlare di sé.
Jean-Louis Fournier è scrittore, umorista e autore per la televisione. Ma è anche papà, ormai anziano, di due figli disabili gravi, con deficit motori e psichici. Uno dei due, Mathieu, il più grande, è morto adolescente in seguito a una operazione chirurgica. Thomas invece è cresciuto e in qualche modo invecchiato. Où on va, papa ? ci racconta di loro, ma ci racconta soprattutto di Jean-Louis Fournier e del suo ruolo di padre “diverso”, “non come gli altri”. Potrà sembrare troppo diretto il suo stile, a volte pure sarcastico, facilmente ironico. Potrà turbare in qualche modo chi è abituato ai sentimentalismi, a parlare dei figli disabili solo con amore incondizionato. L’amore, in questo libro, c’è. Ma, con il candore che contraddistingue Mathieu e Thomas, c’è anche la descrizione delle difficoltà, dei momenti amari, della voglia di prendersela contro un destino che ha donato per ben due volte la disabilità a questa famiglia. Perché nascondersi e non dire come stanno le cose? È scomodo, e brutale, dire agli altri, che i propri figli non faranno mai niente, non cresceranno, non si sposeranno, non avranno a loro volta dei figli, non andranno al cinema, ai musei, a teatro, non capiranno la musica, non leggeranno dei libri, non avranno un lavoro. Ma è scomodo, e brutale, dirlo anche a se stessi, come questo libro fa. Eppure Jean-Louis Fournier ha già fatto i conti con i suoi limiti e quelli dei suoi figli, e sa trasmettere a noi un ricco patrimonio sulla finitudine umana, ma anche sulla straordinaria capacità di trovarne un motivo per ridere. È difficile commentare, dicevo. Meglio lasciare la parola a Monsieur Fournier.

Dopo che è salito in macchina , Thomas, dieci anni, ripete, come fa sempre: “Dove si va, papà?”. All’inizio, io rispondo: “Si va a casa”.
Un minuto dopo, con lo stesso candore, lui mi rifà la domanda, proprio non riesce a imprimersi la risposta. Al decimo “Dove si va, papà?” io non rispondo più…
Non so più molto bene dove si va, mio povero Thomas.
Un figlio disabile, poi due. Perché non tre…
Non mi aspettavo che mi succedesse.
Dove si va, papà?
Si va a prendere l’autostrada, in contromano.
Si va in Alaska. Si va a carezzare gli orsi. Ci faremo divorare. […]
Si va in piscina, ci si va a tuffare in un bacino dove non ci sia acqua. […]
Si andrà a camminare nelle sabbie mobili. Si va a impantanarsi. Si andrà all’inferno.
Imperturbabile, Thomas continua: “Dove si va, papà?”.

(pp. 10-11)

Come padre di due figli disabili, sono stato invitato a partecipare come testimone a una trasmissione televisiva.
Ho parlato dei miei figli, insistendo sul fatto che loro mi fanno ridere spesso con le loro stupidità e che non bisognerebbe privare i bambini disabili del lusso di farci ridere.
Quando un bambino si sporca tutta la faccia mangiando della crema al cioccolato, tutti ridono; se è un bambino disabile a farlo, non si ride. Un bambino disabile non farà mai ridere nessuno, non vedrà mai dei visi che ridono guardandolo, tranne forse qualche risata di imbecilli che lo prendono in giro.
Ho riguardato la trasmissione, che avevo registrato. Avevano tagliato tutta la parte sul riso. La direzione aveva valutato che occorreva pensare ai genitori. Quella parte avrebbe potuto scioccarli.
(p. 41)

Degli sforzi vengono fatti oggi per permettere l’integrazione delle persone disabili nel mercato del lavoro. […] Non posso fare a meno di immaginare Mathieu e Thomas nel mercato del lavoro. Mathieu, che fa spesso “vroum-vroum” con la bocca, potrebbe fare il camionista, attraverserebbe l’Europa al volante di un semi-rimorchio di parecchie tonnellate, con il parabrezza ricoperto di orsetti di peluche.
Thomas, che ama giocare con dei piccoli aerei e metterli nelle scatole, potrebbe fare l’aviatore, sarebbe incaricato di atterrare sulle grandi portaerei.
Non ti vergogni, Jean-Louis, tu, il loro padre, di prenderti gioco di due piccoli marmocchi che non si possono difendere?
No. Questo non impedisce i sentimenti.
(pp. 46-47)

Mathieu e Thomas dormono. Io li guardo.
Che cosa sognano?
Fanno dei sogni come tutti gli altri?
Forse, la notte, sognano di essere intelligenti.
Forse, la notte, prendono la loro rivincita […]
Forse, la notte, scoprono delle leggi, dei principi, dei postulati, dei teoremi.
Forse, la notte, sanno fare dei calcoli complicati che non finiscono più.
Forse, la notte, parlano il greco e il latino.
Ma quando arriva il giorno, affinché nessuno abbia dei dubbi e per avere la pace intorno, essi riassumono l’apparenza di bambini disabili. Purché li si lasci tranquilli, fanno finta di non saper parlare. Quando gli si rivolge la parola, fanno come se non comprendessero, per non essere obbligati a rispondere. Non hanno voglia di andare a scuola, di fare i compiti, di imparare le lezioni.
Bisogna comprenderli, sono obbligati a essere seriosi tutta la notte, hanno bisogno, di giorno, di rilassarsi. Allora fanno delle stupidaggini.
(pp. 53-54)

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Cultura