Informazione sociale - La solitudine dei numeri giornalistici

20/10/2011 - di Annalisa Bolognesi

L’ideologia dei numeri sta travolgendo l’informazione. Nell’ambito dell’economia e della cronaca, così come altrove, sempre più spesso i dati vengono oggi considerati non solo una necessità, ma anche una sorta di nuova forza argomentativa, la prova oggettiva che, invece di completare, tende piuttosto a sostituire l’inchiesta e la ricerca sul campo. Col rischio di perdere così la ricchezza della ricerca stessa, quel qualcosa in più che ti può dare un viso, un luogo, l’ascolto diretto di una persona, in un’ottica di giornalismo fondato in molti casi sulla velocità, sulla necessità di dover “chiudere il pezzo” per andare in stampa il giorno dopo, su ritmi che non permettono indagini accurate e approfondite.
Ma non c’è solo questo. Questi numeri, che sempre più campeggiano nei nostri giornali e media, vengono spesso lasciati soli: senza alcun parametro di confronto, senza definizioni precise a cui rapportarsi. Privato di questo supporto il numero resta abbandonato a se stesso, perde la sua oggettività e si trasforma frequentemente in oggetto di manipolazione.
Ogni giorno apriamo il giornale, leggiamo cifre, guardiamo tabelle, ma sappiamo veramente di cosa si sta parlando? Come facciamo a fidarci di questi numeri e a capire quale e quanto peso dargli?
E il problema si fa ancora più forte per chi, come me, l’informazione la produce. Vale veramente la pena fornire cifre per informare? E, se si decide di farlo, come fare a dare al numero il giusto valore, senza manipolazioni e strumentalizzazioni?
Anche di questo si è parlato nel corso della XV edizione del seminario per giornalisti promosso dall’agenzia di stampa Redattore Sociale (“Algoritmi. Lezioni per capire e raccontare la società. Oltre i motori di ricerca”), in una sessione dedicata ai metodi d’inchiesta giornalistica che ha visto la partecipazione di Stefano Laffi, sociologo e ricercatore, quindi “produttore di numeri”, ma anche, come egli stesso si definisce, “ex-giornalista, cioè una persona che per anni i numeri li ha chiesti, e, infine, lettore, quindi qualcuno, un po’ come noi tutti, che i numeri li legge e li deve utilizzare come strumento di informazione”.
Ed è proprio partendo dal contributo di Laffi e dal suo triplice punto di vista che ho deciso di cercare di dare qualche risposta a queste domande, fornendo alcuni piccoli consigli, che ovviamente non pretendono di essere esaustivi, a tutti i lettori o giornalisti che, volontariamente oppure no, in questi numeri si imbattono quotidianamente.

Ogni numeratore ha un suo denominatore

Parafrasando il titolo del notissimo libro di Giordano abbiamo parlato di “solitudine dei numeri giornalistici”. Ma cosa deve fare il bravo giornalista per non lasciare i numeri da soli? E il lettore come farà a capire quando il numero è solo e quando invece non lo è?
Innanzitutto, come illustrato da Laffi, “ogni numeratore deve avere un suo denominatore”. Questo significa che ogni dato, ogni numero riportato dai media, per avere qualche validità, non deve mai prescindere da una situazione di riferimento. Tale situazione può essere data dal contesto specifico in cui viene misurato il dato, ad esempio una rapina in una grande città come Milano ha un significato statistico molto diverso da una rapina in un piccolo paesino; oppure da altri dati relativi agli anni precedenti, in modo da poter misurare il cambiamento e le eventuali oscillazioni. Insomma, la domanda fondamentale da porsi quando si vuole misurare qualcosa è: rispetto a cosa lo sto misurando?
Ma non dobbiamo mai dimenticare che esistono anche alcuni avvenimenti che non possono essere misurati tramite numeri. Episodi che per la loro gravità o per il loro profondo significato, pur non avendo una rilevanza statistica, devono essere tenuti in forte considerazione. Se ad esempio muore un ragazzo perché crolla il tetto di una scuola – come nel recente caso avvenuto nel Liceo Scientifico Darwin di Torino – è chiaro che non si deve mai perdere di vista la gravità e la drammaticità di questo episodio, anche se, dal punto di vista numerico, si tratta solo di un ragazzo su un milione di studenti, di uno “zero virgola”, per dirla in termini percentuali.
In poche parole accanto al denominatore numerico esiste anche un denominatore morale da cui non si può e non si deve mai prescindere. Come dire: quando si parla di episodi così tanto gravi i numeri non contano più nulla.

Prima furono le cose e poi i loro nomi. La definizione dietro al numero

“I nomi e gli attributi si devono accomodare all’essenza delle cose e non l’essenza ai nomi; perché prima furono le cose poi i loro nomi”, scrisse Galileo nel 1612 nella sua lettera a Marco Welser (Galileo Galilei, Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, Roma, Theoria, 1982). Secondo il filosofo e scienziato, è partendo dallo studio del fenomeno che l’uomo produce poi una sua definizione; il fenomeno deve essere quindi compreso, studiato, quantificato e infine definito.
Ma nell’informazione spesso avviene proprio il contrario e i nostri numeri, sempre più soli, frequentemente si trovano in cattiva compagnia di definizioni vaghe e vuote, che di per sé non dicono nulla. Che valore può avere ad esempio una tabella da cui emerge che la povertà è in aumento, se non sappiamo la definizione di povertà e i parametri su cui viene definita? Quale significato può assumere la frase “ottocentomila giovani sono disagiati”, se prima non sappiamo cosa si intenda per disagio giovanile?
Il rimedio a questa lacuna spesso non è affatto semplice. “In ogni caso – ci spiega Laffi – ognuno di noi si dovrebbe sempre interrogare prima su cosa significhi quella definizione, su come è stata generata e su cosa si poggia. Solo risalendo alle sue radici ci si può fare un’opinione su un determinato fenomeno, altrimenti i dati non devono essere nemmeno presi in considerazione, né dal lettore, né tantomeno dal giornalista. Il tutto tenendo sempre conto dei mutamenti culturali, che fan sì che certi fenomeni emergano, si rendano visibili, cambino aspetto, oppure godano per la prima volta di una definizione”.

Dati e numeri. Qualità o quantità?

Muovendo dalle considerazioni precedenti nasce spontanea una domanda: ma davvero abbiamo bisogno dei numeri per acquisire o fornire informazioni?
In questo senso è bene ricordare che i dati non sempre coincidono con i numeri. Un dato può esserci fornito da qualunque elemento della realtà: da una conversazione, da un viso, da un’esperienza diretta. Non tutto, abbiamo visto, prende forma di numero; perché a volte non è possibile fornire elementi quantitativi, altre volte non è utile farlo, come nel caso del “denominatore morale”, e, altre ancora, è troppo presto, perché non si hanno ancora sufficienti elementi di misurazione.
Tutti i fenomeni possono invece sempre essere indagati e studiati acquisendo dati attraverso la ricerca qualitativa e diretta, che permette, oltre che di rimediare alla carenza di numeri, di andare oltre le semplici cifre, e di approfondire la realtà in modo ben più accurato.
Ma anche laddove il numero ci fosse, va comunque sempre qualificato, commentato, occorre dargli spessore e senso. Altrimenti si rischia di lasciarlo solo.

 

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