Un tassello accanto all’altro

di Giovanna Di Pasquale e Luca Baldassarre

Pensieri e riflessioni emersi direttamente dal focus-group con i Coordinatori del Servizio di Assistenza Domiciliare delle cooperative che gestiscono il servizio.

La specificità di un servizio

C’è un aspetto che mi ha lasciato un po’ di perplessità nell’intervista fatta ai vari referenti dell’Azienda USL ed è legato al fatto che emerge una visione complessiva che, se da un lato rende conto della complessità della pluralità di servizi presenti, dall’altro fa perdere di vista la specificità di questo servizio territoriale.
Anche alla domanda “Se il servizio non ci fosse più che cosa succederebbe?” la risposta sembra più legata ai servizi che in generale l’Azienda USL eroga, quindi tutti i servizi. Questo mi rinforza nell’idea che ci sia bisogno di questo lavoro il cui intento è quello di dare visibilità a questa tipologia di servizio sul territorio perché, a parte le famiglie che vi usufruiscono, sembra quasi che la conoscenza sia legata agli stretti atti amministrativi che autorizzano il servizio, ma “il cosa c’è dietro” lo sanno in pochi.
È difficile entrare in merito del servizio di assistenza domiciliare (che comprende interventi di tipo assistenziale ed educativo), parlare delle problematiche di questo servizio e non in generale dei servizi relativi alla presa in carico di una persona con disabilità che hanno caratteristiche molto differenti (ad esempio i centri diurni, le case famiglie…) e che sono in un certo senso più visibili.
Da parte delle famiglie c’è invece un racconto preciso del servizio di assistenza domiciliare, come si svolge, cosa si fa.

È un servizio invisibile e mi accorgo della difficoltà con i nostri referenti pubblici a evidenziare l’incisività di questi interventi che invece incisivi lo sono.

Ne esce un quadro generale della situazione, anche le assistenti sociali hanno in mente tutta la globalità dei servizi e fatica a emergere la specificità; invece le voci degli operatori e dei familiari hanno ben presente qual è il servizio e quali sono le problematicità, i cambiamenti che il servizio può subire (da educativo ad assistenziale). Soprattutto le famiglie toccano con mano il servizio, sanno di cosa si tratta, indicano spesso con chiarezza il loro bisogni (ad esempio l’assistenza anche nei giorni festivi) e sono consapevoli del sollievo che questo servizio porta anche a loro.

Sicuramente gli operatori e la famiglia sono gli attori principali del servizio di assistenza domiciliare, è molto normale per loro entrare nello specifico del servizio. Le assistente sociali vedono l’utente all’interno del quadro complessivo dei servizi che quella persona riceve o potrebbe ricevere.

Questo servizio ha una sua parte di avvio quando l’assistente sociale incontra la famiglia e l’utente poi mi sembra che per i referenti Azienda USL esso si perda un po’ nel silenzio, se non per le parti che si possono percepire come problematiche.

La persona giusta nel posto giusto
Un aspetto delicato è che gli operatori dovrebbero essere ad hoc: uomo o donna, alta, grosso, con la macchina o no, giovane o più anziano, possibilmente non extracomunitario (questo fatto spesso viene visto come una penalizzazione). Deve avere determinate caratteristiche che sono legate alle esigenze della persona che riceve il servizio e della sua famiglia; l’assistente sociale appoggia le richieste delle famiglie, spesso è in balia di queste richieste e per non avere problemi nel futuro si cerca di accontentare il più possibile le richieste della famiglia.
Spesso il nostro compito è quello di trovare un compromesso, un equilibrio tra le richieste della famiglia e le tutele degli operatori anche tenendo conto del quadro normativo di riferimento, ad esempio la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

È la famiglia a dettare le caratteristiche dell’operatore ideale ma è anche il tipo di intervento educativo che determina la necessità di avere una figura con determinate caratteristiche.
Occorre fare un distinguo fra interventi educativi e interventi assistenziali.
Il confine fra le richieste di tipo educativo e assistenziale è sempre più fumoso; ci sono interventi che necessiterebbero di un intervento educativo dove per varie ragioni viene invece attivato altro.

Uno dei problemi è che spesso si pretende che un operatore socio-sanitario abbia le caratteristiche di un educatore. Gli obiettivi delle due figure professionali non sono però gli stessi; l’operatore socio-sanitario deve dare risposta ai bisogni primari delle persone e questo può significare anche accettare che ci sia una diversificazione delle persone che soddisfano questi bisogni e un livello di studi più contenuto; mentre per un intervento di tipo educativo è maggiormente coerente garantire una competenza alta e la continuità per la figura che interviene.

Il nostro? Un ruolo di mediazione
Il rapporto con il servizio pubblico è spesso difficoltoso nella fase di attivazione degli interventi che possono risultare estremamente frammentati. Per quanto riguarda gli interventi assistenziali facciamo fatica ad avere una periodicità degli incontri di valutazione e confronto sull’andamento, dato che si ritiene più semplice questo tipo di intervento rispetto ad altri, a meno che non succeda una crisi, un’emergenza; mentre per gli interventi educativi questo confronto è maggiormente cadenzato nel tempo.

Nelle interviste vengono fuori gli elementi che caratterizzano gli interventi domiciliari: la differente possibilità di spendere risorse, le difficoltà di interagire con i vari servizi, di lavorare in équipe. Per il nostro ruolo noi ci troviamo a gestire queste difficoltà e a rielaborarle all’interno delle nostre cooperative spesso in solitudine, ma soprattutto in un confronto con le famiglie che può essere, quando va bene tranquillo, quando va male anche molto duro.
I referenti dell’Azienda USL dicono che le risorse non sono usate in maniera sufficientemente equa in tutto il territorio, che ci sono utenti che hanno più servizi e quelli che ne hanno meno, e dicendo questo ci dicono tanto. Sarebbe bene che riflettessero un po’ di più su questo perché noi che lavoriamo su più territori vediamo come l’interpretazione del bisogno ha delle risposte diversificate, ad esempio per quanto riguarda l’accompagnamento nel tempo libero. È come se ci fosse un’ampia possibilità di definire in modo diverso di volta in volta le scale delle priorità.

Gli utenti spesso hanno dei piani di intervento incoerenti che vengono messi in discussione dopo l’attivazione, forse per un automatismo forte che ci può essere nella presa in carico, che spesso si concentra sulle domande “Si trova l’operatore?”, “Quando si parte?”, piuttosto che “Come si parte?”. Il “come” a noi interessa moltissimo.
Durante la prima visita all’utente, al di là delle informazioni che troviamo sulla scheda di attivazione, ecco che c’è un mondo da scoprire e spesso abbiamo davanti situazioni difficili e dure fino ai casi limite dove l’assistenza che era stata pensata non è possibile.

Il lavoro che facciamo con le famiglie è quello di tener conto che gli operatori non sono dei volontari ma figure motivate che hanno il diritto di svolgere il proprio lavoro in determinate condizioni. Questo può creare contrasto perché, ad esempio, noi tendiamo a proporre una rotazione delle persone per evitare affaticamenti e da parte della famiglia e della persona disabile ci sarebbe bisogno di continuità, di un componente sano nel nucleo familiare che tante volte è logorato e affaticato.
Noi dobbiamo continuamente tenere d’occhio gli operatori e le famiglie per rimandare loro l’idea che questo è un servizio, e questo comporta che si possa arrivare in situazioni di collisione che ci fanno far fatica. Quindi il naturale procedere del servizio è sostenuto da un impegno per mantenere insieme visioni diverse che è per noi molto impegnativo; è un procedere che necessita costantemente di fare il punto. Questa verifica con i referenti dell’Azienda USL non riesce a esserci tutte le volte che occorrerebbe, per cui noi coordinatori ci troviamo quando ci sono gli incontri di verifica a fare una lunga carrellata sui casi, su come le situazioni evolvono.

Gli operatori scontano il fatto di lavorare con persone in situazione di cronicità e non cambiamento, li porta ad avere degli scompensi, nelle interviste dicono continuamente di aver bisogno di un confronto e di un supporto e anche di avere maggior informazioni. Anche perché spesso sono loro a portare a noi informazioni più precise e dirette di quel contesto.

Per una presa in carico comune
Da una parte abbiamo referenti Azienda USL che non sono tanto consapevoli di questo servizio, dall’altra anche noi potremmo spingere di più quando ci rendiamo conto che in una determinata situazione non ci sono le condizioni per attuare un servizio domiciliare. Noi facciamo fatica a dire “Guarda che per come è strutturato quel servizio lì non serve”, soprattutto quando ormai c’è stato un accordo tra assistente sociale e famiglia e quando da parte di quest’ultima ci sono aspettative.

Anche da parte dei responsabili dell’Azienda USL comincia a delinearsi la convinzione che si potrebbe cominciare a lavorare per una presa in carico comune, che sarebbe davvero un grande passo avanti.
Noi ci troviamo a gestire un servizio che viene strutturato da qualcun altro e interveniamo in un quadro dove tutto è stato definito, e quando portiamo a conoscenza tutte le difficoltà che ci sono nel portare avanti il servizio inizia la contrattazione sia con le assistenti sociali che con la famiglia per vedere se è possibile migliorare.

Da quando siamo partiti dei passi avanti ce ne sono stati e dei riconoscimenti ci sono stati, per cui in virtù di questo noi oggi abbiamo un po’ più di margine per poter dire la nostra rispetto al passato. Anche in forza del fatto che le cooperative riescono a essere un soggetto unico attraverso la costituzione dell’ATI (Associazione Temporanea di Impresa) e possono fare fronte in modo compatto.

La presa in carico comune permette di rispondere meglio alle richieste, anche a quelle più frammentate o legate a situazioni di emergenza. Non si tratterebbe più di prendere un “pacchetto” chiuso da gestire ma di costruire insieme un pacchetto che tenga conto delle esigenze delle famiglie attraverso una lettura comune di queste esigenze.