Spazio Calamaio - Una chiacchierata con gli animatori del Progetto Calamaio

20/10/2011 - a cura di Roberto Parmeggiani

Il Progetto Calamaio è rivolto ai bambini e ai ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado e parte dalla nostra esperienza personale, dall’accettazione della nostra diversità, dalla consapevolezza di come noi ci mettiamo in relazione con gli altri, dal nostro percorso individuale di crescita personale come individui, persone con disabilità, professionisti dell’educazione e formazione.
Tutto ciò è assolutamente necessario per poter parlare di diversità e di accettazione di sé come si può evincere dalle parole di Tiziana e Lorella, due animatrici del progetto.

I primi giorni che frequentavo il Calamaio, già avevo accettato la mia situazione di non poter camminare da sola. Però ogni tanto mi veniva in mente e allora mi rattristavo. Poi uno dei primi giorni Sandra mi ha detto che per poter andare nelle scuole bisognava fare un percorso di accettazione di sé.

La prima volta che entrai in classe ero molto timorosa perché non accettavo in nessun modo che i bambini mi facessero delle domande riguardo il mio aspetto fisico, lo trovavo imbarazzante. Per la persona disabile all’inizio andare nelle classi è difficile, è stato traumatico per me, perché i bambini mi facevano e mi fanno notare come cammino, fanno delle osservazioni legate al mio aspetto fisico e al mio parlare lentamente e all’inizio stavo male perché non lo volevo accettare, ma con il passar del tempo e con l’aiuto degli educatori ho superato il mio imbarazzo e la mia difficoltà. È necessario fare questo passaggio per andare a lavorare nelle classi perché vogliamo fare capire che le persone disabili sono e vogliono essere parte attiva nella società, ma per fare questo dobbiamo prima essere consapevoli noi disabili del nostro deficit e accettarlo. Solo questo permette di andare in classe e parlare liberamente di handicap e integrazione e non solo nelle scuole, ma nella vita in generale.

Lavorare al Progetto Calamaio significa far parte di un mondo sempre aperto ai cambiamenti e alle novità, dice Tatiana sottolineando una peculiarità del progetto stesso, quella di potersi riadattare, rimodellare e di essere versatili a seconda delle situazioni, dei gruppi con cui veniamo a contatto e delle loro richieste formative.
Non solo questo però: il nostro obiettivo, infatti, è anche quello di far emergere le capacità personali (sulle incapacità c’è fin troppa attenzione), dare spazio alle proprie passioni e metterle a disposizione in campo lavorativo e non solo.

Le prime volte che sono andata nelle scuole come animatrice, racconta Stefania M., avevo un po’ paura soprattutto a causa del mio deficit e della mia difficoltà a farmi capire. Nonostante questo riesco lo stesso a fare il mio lavoro, perché con il Progetto Calamaio anche chi ha delle difficoltà può lavorare. Questo lavoro mi ha aiutato ad aprirmi di più e a esprimere le mie idee senza paura. Inoltre le cose che ho imparato qui e che mi hanno permesso di crescere – come la fiducia in me stessa, la soddisfazione del poter realizzare qualcosa in autonomia – posso portarle anche in altri ambiti, aiutando così altre persone a superare le loro paure con l’arricchimento della mia esperienza. Tiziana aggiunge che andare nelle scuole mi rende talmente contenta che provo una gioia talmente tanto forte e talmente tanto grande da provare un senso di commozione e tutte le mattine quando ci sono gli incontri mi dico: che bello, vado dai miei bambini. Che non è vero che sono i miei bambini, però provo un senso di gioia e di tenerezza che mi porta alla commozione.

Di seguito un elenco degli strumenti che sono nati dall’esperienza e poi diventati anche il nostro specifico metodo di lavoro.

- la nostra esperienza messa a disposizione dei bambini e del loro desiderio di sapere e di conoscere, infatti, sottolinea Stefania M., con il Progetto Calamaio si possono scoprire le proprie capacità e la voglia di raccontarsi (cosa che non è da tutti!). E qui al Calamaio posso mettere in campo tutte le mie capacità, cosa che prima non accadeva perché ero sempre seguita da qualcuno;

- le emozioni che nascono dall’incontro fra noi e i ragazzi, le nostre e le loro (paura, gioia, difficoltà, imbarazzo, felicità per il superamento della difficoltà, ecc): Penso che l’effetto sorpresa durante il primo incontro sia una geniale trovata, aggiunge Mattias, perché vedo con i miei occhi che si ottiene un rapporto di pieno coinvolgimento tra noi disabili e i bambini; ritengo infatti che sia giusto non informare i bambini dell’arrivo in classe di persone disabili perché così facendo possiamo constatare la sincerità delle loro emozioni e di conseguenza lavorarci sopra. Riguardo a me penso che questo sia un discorso molto importante perché noi andiamo a intervenire prima che i bimbi mettano in atto i loro schemi mentali e si chiudano con le imposizioni e le restrizioni imposte da una società che ci vuole tutti sullo stesso standard, belli e perfetti. Inoltre apprezzo moltissimo il fatto che le menti dei bimbi siano un po’ come lenzuola pulite, candide, pronte da macchiare con il nostro ormai famoso inchiostro;

- il contatto fisico fra noi e i bambini che si realizza nei giochi e nelle attività, scelte appositamente per accorciare le distanze fra noi e loro – attraverso il contatto avviene un incontro più intimo e diretto – e per abbattere lo stereotipo legato al fatto che il corpo del disabile è fragile e “intoccabile”. Attraverso quei giochi noi ci divertiamo moltissimo insieme ai bambini e il divertimento prende velocemente il posto del timore. Non solo nei bambini ma anche, come spiega Susanna, una collega disabile da poco entrata a far parte del nostro gruppo, in noi: Sono contenta di svolgere questa attività all’interno del Progetto Calamaio perché spero di poter cambiare (anche di poco) la mentalità di certe persone riguardo alla disabilità. Mi piacerebbe provare ad abbattere, anche se forse è un obiettivo un po’ ambizioso, certe formalità, certi pregiudizi, certi stereotipi, certi “non puoi” di troppo. In particolare mi dà fastidio essere considerata da molti come una bambola di cristallo fragilissima, solo perché sono magra e ho qualche articolazione dolente. Non ho ancora fatto esperienza nelle scuole ma mi piacerebbe molto perché questo mi permetterebbe di avere un contatto fisico con i bambini, cosa che difficilmente riesco a ottenere con gli adulti;

- la creatività come pensiero divergente: se il problema è nuovo deve essere nuova la risposta. E la risposta la possiamo inventare noi attraverso la nostra intelligenza creativa.
Un elemento altrettanto importante, e in strettissima relazione con la creatività, dice Mario Fulgaro, è la fantasia (non certo la mia, ma quella dei bambini). Fare leva sulla loro fantasia agevola ogni mio incontro. Quindi cerco di dare quanto più è possibile adito a tutto ciò che mi viene trasmesso, e in base a questo cerco di sviluppare un canale di relazione. “Conduco e mi faccio condurre” potrebbe essere lo slogan di ogni mio incontro, così da rendere il più consono possibile a chi mi sta di fronte, il mio linguaggio e il mio modo di pormi. È sempre la fantasia che aiuta a solleticare e ad accrescere la curiosità dei bambini di fronte a tutto ciò che appare loro diverso. La curiosità, a sua volta, spinge a piccoli passi chiunque ad affrontare ciò che lo circonda. È una sorta di “mettersi in gioco” con tutto il proprio modo di essere e tutto il bagaglio di conoscenze acquisite e ancora da acquisire. Questo favorisce un interscambio di emozioni e sensazioni arricchenti e condivise. La conoscenza di chi ci sta accanto abbatte ogni barriera pregiudiziale facilitando ogni forma di dialogo, di scherzo e di gioco;

- il gioco, la musica, i racconti sono strumenti per noi indispensabili per parlare lo stesso linguaggio dei bambini, per creare un clima piacevole e divertente, per favorire un contesto di relazioni e di creatività e, proprio come scrive Tatiana, in modo tale che attraverso il divertimento possano dimenticarsi per un attimo dei nostri deficit, apprezzandoci come persone capaci di educarli e regalar loro momenti piacevoli.
Il nostro obiettivo, continua Stefania M., è quello di raccontare ai bambini la nostra vita e tentare di avvicinarli a un mondo a loro sconosciuto attraverso il gioco. Questo lavoro non è da tutti: quando ho iniziato non avrei mai creduto di poter lavorare in questo modo.

Chiudiamo con le parole di Mario, riassunto del nostro stile ma anche obiettivo che dobbiamo continuare a perseguire: il gioco è lo strumento migliore per insegnare senza annoiare, per imparare senza dimenticare, per apprendere per poi far apprendere ad altri.

 

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze