Una somma difficile da calcolare - Superabile, ottobre 2011 - 1

10/10/2011 - Claudio Imprudente
clip_image001.jpg

Ogni inizio di anno scolastico porta con sé tante speranze, aspettative, desideri, espressi e sentiti da tutti gli "attori" coinvolti, insegnanti, alunni, personale amministrativo, dirigenti... Allo stesso tempo ogni anno scolastico è una finestra aperta su un mare di dubbi, preoccupazioni, criticità. Anzi, una doppia finestra: la prima guarda a quello che verrà, la seconda a quanto viene dal o resta del passato e si è sedimentato, accumulato, in questo caso con riferimento a quegli elementi che potremmo definire problematici. Come se la fine di un anno scolastico non coincidesse con la fine delle istanze che nell'arco del suo svolgimento si erano presentate e che, allora, si presentano puntuali a due-tre mesi di distanza. Aggiungendosi a quelle che invece potrebbero presentarsi per la prima volta.

Perché il mondo dell'educazione e dell'insegnamento non è mai uguale a se stesso, e non solo dal punto di vista pedagogico. Spesso a comportare delle differenze sostanziali (oltre, ovviamente, alle politiche nazionali e locali in materia di scuola pubblica o meno) è la composizione stessa delle classi, la qualità e le caratteristiche dei singoli alunni che insieme strutturano il "gruppo-classe". Ogni sezione è diversa dalle altre, certo, e questo è vero da sempre. Ma possono esserci alunni che alla scuola (oggetto di questo articolo, ma il discorso vale per tanti altri ambiti che con la scuola intrattengono legami più o meno forti) richiedono un "adattamento" meno meccanico, più complicato e, quindi, per certi versi, un riassestamento a più livelli.

La rivista Hp-Accaparlante aveva pioneristicamente dedicato al tema la monografia del numero 2 del 2008, Una casa di vetro lungo il fiume. Migranti con disabilità: contesti, vissuti, prospettive, riservando un capitolo ad una ricerca svolta dall'Università di Bologna - Facoltà di Psicologia di Cesena, condotta dal prof. Alain Goussot e relativa proprio ai bambini migranti con deficit. Dalla quale emergeva, a grandi linee, che i bambini disabili stranieri hanno gli stessi "bisogni speciali" degli altri ragazzini, ma con "l'aggravante" di conoscere, più o meno bene, una lingua diversa. Anche la cultura differente e la fatica dei maestri, dei professori e degli insegnanti di sostegno di rapportarsi con la famiglia di origine, nonché la loro scarsa preparazione sui temi dell'approccio interculturale alla disabilità, si presentavano come variabili che rischiano non solo di non dare risposte concrete all'integrazione scolastica, ma anche di incidere sulla diagnosi funzionale dei bambini disabili figli di genitori immigrati. Soprattutto quando si tratta di distinguere tra difficoltà e disturbi dell'apprendimento.

Di pochi giorni fa la notizia di uno studio condotto a Piacenza dalla ricercatrice Caterina Martinazzoli, che sottolinea la doppia condizione di svantaggio vissuta dai bambini allo stesso tempo "migranti" e disabili e i problemi inediti che la loro presenza pone alle figure docenti. Come è già avvenuto e tuttora avviene con la "semplice" disabilità, la condizione di disabile-straniero ci garantisce un punto di osservazione privilegiato per vedere non solo se e come la scuola sarà in grado di modellarsi per riuscire a gestire e valorizzare anche situazioni così problematiche, ma per valutare la risposta della società nel suo complesso (l'idea, da me espressa più volte, che la disabilità sia un potente "monitor sociale").

Se, come già emergeva dalla ricerca cesenate, una delle difficoltà principali è la capacità di comprendere se le difficoltà di apprendimento siano legate allo svantaggio socio-culturale dovuto alla migrazione o a una effettiva disabilità, a questa si aggiungono le difficoltà dei genitori ad accettare l'eventuale deficit (spesso non certificato nel paese d'origine), vissuto a volte con vergogna. Ma superato questo primo passaggio, le famiglie accettano e collaborano con le insegnanti per cercare di stendere un progetto educativo e di sostegno quanto più adeguato. Tenendo presente che le ricerche empiriche e, in generale, il materiale di documentazione sono praticamente inesistenti, così come non è ancora possibile rinvenire modelli didattici specifici e "replicabili": si tratta, quindi, il più delle volte di creazioni, elaborazioni ex-novo, la cui efficacia è tutta da verificare, caso per caso.

Si tratta, indubbiamente, di una sfida aperta che necessita di essere affrontata con convinzione ed organizzazione da subito, dal momento che è difficile immaginare un futuro in cui questi casi diminuiranno piuttosto che aumentare. Una sfida che cade in un momento non facile per la scuola italiana, che di tutto avrebbe bisogno tranne che di nuove urgenze e priorità con cui confrontarsi, date le condizioni in cui si trova ad operare, soprattutto negli ultimi anni. Ma anche una sfida, ne sono certo, che darà nuova linfa e nuovi stimoli a chi ha fatto e farà dell'insegnamento il proprio ambito ed orizzonte di vita e che saprà restituirci in modo ancora più evidente la qualità dei maestri ed egli insegnanti della nostra scuola; e che, di necessità, richiederà una collaborazione ancora più stretta (e potenzialmente molto fertile) tra l'istituzione scolastica e tutte quelle realtà e professionalità che operano in ambiti affini (associazioni, cooperative, enti no-profit, mediatori culturali...) e che hanno avuto già modo di indagare il fenomeno e di affrontarlo nella sua concretezza.

A proposito di concretezza: mi piacerebbe che questo articolo fosse di stimolo a chi ha già vissuto esperienze di questo tipo a condividerle e metterle in circolazione. Mi offro come calamita e come messaggero: scrivete a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook. Cercherò di far girare quanto più possibile ogni segnalazione, racconto, progetto, programma che possa arrivarmi. (Claudio Imprudente)

(3 ottobre 2011)

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze