Lo sguardo sullo scafale - Sordità minorile in Bas-Congo: il nuovo istituto "Florentia"

10/10/2011 - di Nadia Luppi

A Boma, città portuale congolese adagiata sull’estuario del fiume Congo, è sorto un nuovo istituto che accoglierà circa un centinaio di bambini sordi e darà loro la possibilità di essere curati e istruiti e di sperare in un futuro di più facile inclusione sociale. L’istituto “Florentia” è il risultato del progetto “La Sordità non ha Colore”, portato avanti con caparbietà dall’omonima associazione e da una rete di solidarietà guidata dal Prof. Giuseppe Gitti, direttore del Centro di Riabilitazione Ortofonica di Firenze e grande esperto per tutto ciò che riguarda la sordità minorile.
È proprio il prof. Gitti a chiarire le ragioni di un tale progetto e le sfide che lo animeranno.

Sappiamo che nonostante le grandi ricchezze naturali la Repubblica Democratica del Congo resta uno dei paesi più poveri del globo, nel quale prima una feroce dittatura e poi un conflitto armato tra i più sanguinosi della storia hanno completamente distrutto Stato e comunità. Può aiutarci a tracciare un quadro più preciso della situazione nella quale vi siete trovati a operare?
Innanzitutto consideriamo che il nuovo istituto per bambini sordi “Florentia” si trova a Boma, in Bas-Congo, in una zona cioè che per povertà e assenza di infrastrutture non fa purtroppo eccezione rispetto al resto del paese.
Lo Stato è sostanzialmente inesistente e diritti che per noi sono scontati, come l’accesso alle cure mediche e all’istruzione restano ancora un privilegio riservato a chi ha certe possibilità economiche, mentre continuano a essere un miraggio per la maggior parte degli abitanti.
In una situazione come questa è facile immaginare che le persone disabili non ricevono dallo Stato nemmeno i servizi più essenziali, quando per di più le famiglie stesse versano in condizioni tanto drammatiche da non poter provvedere in alcun modo al loro sostentamento e alla loro cura.

Qual è, da un punto di vista più specifico, la situazione rispetto alla sordità in Repubblica Democratica del Congo?
Premesso che in Congo è pressoché impossibile stilare statistiche, abbiamo comunque potuto verificare che contrariamente a quanto si potrebbe pensare la percentuale dei sordi laggiù non è molto diversa da quella italiana. Questo perché le prime vittime dello spaventoso tasso di mortalità infantile sono tutti i bambini con qualche disabilità, quindi anche quelli sordi. Un dato interessante – anche se mancano numeri precisi – è il fatto che tra le cause ereditarie della sordità figuri anche il matrimonio tra consanguinei, una pratica che io stesso ho potuto constatare durante i miei viaggi in Bas-Congo.
Per quanto riguarda l’educazione e abilitazione dei bambini sordi la situazione è a dir poco disastrosa. Esistono piccolissime realtà a Kinsasha e in altri centri, gestiti con indubbia generosità da congregazioni religiose, ma che hanno a che fare con difficoltà oggettivamente insormontabili. Gli abitanti del Bas-Congo non possono contare sulla presenza di ambulatori medici facilmente raggiungibili… Basti pensare che prima dell’apertura del centro “Florentia” non esistevano centri specializzati per le patologie dell’udito nel raggio di 400 km, una distanza infinita se consideriamo la carenza di vie di comunicazione e di mezzi di trasporto della zona.
Non dobbiamo dimenticare che la qualità della vita di una persona affetta da deficit uditivo dipende essenzialmente dalla tempestività della diagnosi e dalle cure che le vengono offerte. Un bambino sordo non è condannato a essere muto e ancor peggio a restare escluso dalla comunità, ma per scongiurare questo rischio occorre mettere in campo risorse, competenze e azioni specifiche.
Proprio per questa urgenza di fare qualcosa e di dare una chance a quei bambini, ci siamo avvicinati all’idea di attivare un filo diretto con il Congo. Ma l’esperienza ci ha insegnato che se non si valuta obiettivamente il contesto nel quale si va a operare si rischia di vedere vanificato il proprio lavoro. È indispensabile costruire realtà sufficientemente strutturate in grado di garantire una certa continuità di azione, altrimenti si finisce per creare piccole o grandi “cattedrali nel deserto” che non servono assolutamente a nulla. Da qui è nata l’idea di costruire l’istituto “Florentia” per bambini sordi.

Si tratta di premesse attente e importanti: quali saranno allora le varie anime dell’istituto “Florentia” di Boma?
L’istituto “Florentia” è senza dubbio alcuno una struttura complessa, che vuole rispondere alle varie esigenze degli ospiti che vi abiteranno e della comunità che l’ha visto sorgere.
Il plesso è stato progettato e costruito per accogliere circa 50 bambini in internato, e se sarà possibile, 50 in esternato. Il nostro obiettivo è quello di offrire ai piccoli ospiti condizioni di vita più dignitose, sollevando le famiglie dal lavoro di cura. I giovani che vivranno in istituto incontreranno le famiglie con regolarità ma restando al “Florentia” potranno ricevere le cure adeguate e intraprendere percorsi di rieducazione e abilitazione specifici. A tal fine l’istituto è completo di ambulatori di audiologia, otorinolaringoiatria, odontoiatria, neuropsichiatria e in esso sarà possibile intraprendere percorsi individualizzati di protesizzazione, fondamentali per il buon sviluppo del linguaggio e della comunicazione.
Uno dei punti fondamentali del progetto è la nostra volontà di dare ai bambini di cui ci occuperemo gli strumenti per la loro futura inclusione sociale: in un paese nel quale l’analfabetismo è quasi la regola l’istruzione resta una priorità, ma oltre alle aule in cui i ragazzi seguiranno le lezioni scolastiche più tradizionali, abbiamo predisposto anche laboratori – come la falegnameria, la sartoria, la panetteria – nei quali i ragazzi possano acquisire competenze concrete e specifiche da spendere poi in futuro, contribuendo allo stesso tempo all’autofinanziamento del centro. Infine saranno presenti anche strutture che consentiranno attività di agricoltura e allevamento nelle quali saranno coinvolti i ragazzi e gli abitanti della zona.

Nonostante tutti i limiti del nostro vivere insieme in Italia siamo abituati a pensare a un sistema che includa le persone disabili nella comunità, prima di tutto in ambiti come quello scolastico. A cosa è dovuta la vostra scelta di costruire un “istituto per sordi” che potrebbe sembrare a prima vista una struttura quasi totalizzante?
Non avevamo scelta. Abbiamo agito in questo modo per cercare di creare una struttura che desse continuità al progetto. In Italia gli istituti per sordi non esistono più, ma pensare che a breve possa essere così anche in Congo equivale a negare la realtà dei fatti. Ad oggi pensare all’integrazione dei bambini sordi nelle scuole congolesi è inconcepibile e sicuramente ogni tentativo in quella direzione sarebbe un fallimento. È indispensabile a mio parere limitarsi a realizzare ciò che è possibile senza creare aspettative irrealizzabili al momento. Teniamo conto che in Repubblica Democratica del Congo lo Stato ancora non esiste e la situazione economica è disastrosa.
Questo non significa dimenticarsi dell’importanza di legare il progetto alla comunità: l’intera struttura sarà proprietà e verrà gestita dalla Curia di Boma, mentre i professionisti che svolgeranno nell’istituto il proprio lavoro saranno i congolesi impegnati al momento in stage e percorsi di studio e formazione in Italia. E come al momento della costruzione delle strutture e degli edifici erano operai congolesi a dare vita al centro, saranno i professionisti a curare i piccoli, aiutati nel loro grande impegno – speriamo – da personale volontario proveniente dall’Europa. Vorremmo che l’istituto “Florentia” non fosse un luogo isolato, ma al contrario siamo decisi a fare in modo che divenga un luogo chiave della comunità, a essa legato, in essa inserito.
Vorrei concludere con una nota sul concetto di integrazione, tanto discusso e tanto importante: in base alla mia esperienza ho avuto la netta sensazione che in Congo l’integrazione non sia da intendersi come un obiettivo, ma un dato di fatto, soprattutto se si considera che la comunità è formata da famiglie molto allargate e risulta animata da reti di relazione ben più strette di ciò che si verifica nella nostra società occidentale.

Per saperne di più: www.lasorditanonhacolore.it
 

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Mondo e Terzo Mondo