Beati noi - Una squadra speciale

10/10/2011 - di Stefano Toschi

Navigando in internet mi sono imbattuto in una storia che mi ha incuriosito molto e che mi ha fatto riflettere sulla percezione che ogni persona ha dei propri limiti: è quella del Team Hoyt. Su YouTube circolava un video, di quelli con frasi a effetto che si susseguono sullo schermo sopra le immagini, con annesso sottofondo musicale strappalacrime… Ho voluto approfondire la storia dei protagonisti, al di là della realtà romanzata del video. Ho scoperto un padre e un figlio, con nomi che all’inizio mi hanno fatto sorridere: Dick e Rick. Nomi abbastanza banali, e anche la storia dell’handicap di Rick mi è sembrata altrettanto banale: nato con il cordone ombelicale stretto intorno al collo, ha subìto una paralisi cerebrale per la mancanza di ossigeno al cervello. Una storia abbastanza comune, forse, almeno fino a qualche anno fa, uno dei modi più frequenti per acquisire un deficit da parte di un bambino sano. Anche gli anni a venire sembrano segnati da una “normalità dell’handicap”: un bambino sveglio intrappolato in un corpo totalmente inattivo, i dottori che vedono Rick solo come un vegetale, che non ne riconoscono l’intelligenza, che lo condannano alla previsione di una vita da “pianta da appartamento”.
I genitori, invece, ne scrutano l’intelligenza e, qui, la mia prima sorpresa, il dettaglio che mi fa intuire che la storia del Team Hoyt merita uno sguardo più approfondito. I genitori di Rick convincono il suo medico riguardo alle sue capacità intellettive chiedendo al luminare di raccontare una barzelletta a Rick. Il medico racconta perplesso una di quelle freddure che fanno rabbrividire… e Rick ride. Ecco, ho trovato questo modo di dimostrare l’intelligenza di una persona molto poetico. La cosa assurda è che quando io mi metto a ridere, magari perché solo io ho trovato divertente qualcosa, che, per esempio, mi ha riportato alla mente un episodio simpatico, i più pensano che io rida da solo perché sono “semplice”, uno sciocco, insomma. Invece, l’ironia è una delle principali forme di intelligenza, è una delle forme verbali di più sottile e difficile comprensione. Ci sono persone per così dire “normali” che non sono dotate del minimo senso dell’umorismo. Rick, invece, dimostra al mondo la sua intelligenza ridendo a una battuta.
Una volta conclamata la sua intelligenza, finalmente i medici si decidono a trovare un modo per farlo comunicare. Attraverso uno speciale computer, a 12 anni Rick, per la prima volta, parla. Le prime parole che digita, però, non sono “ciao mamma” o cose simili, bensì… “Go Bruins!”, un incitamento per la sua squadra del cuore. Solo in quel momento, il mondo, genitori compresi, scoprono che è appassionato di sport. Anche questo fatto è abbastanza significativo. Un ragazzino di 12 anni, che fino ad allora non ha mai avuto modo di esprimersi, si racconta per la prima volta in vita sua dicendo al mondo di essere un tifoso di una certa squadra. Insomma, per un giovane segnato da un handicap così grave è abbastanza particolare riassumere il proprio sé in un atto da tifoso sfegatato di uno sport che mai potrà praticare in vita sua. Inoltre, non è facile per un ragazzo con un grave deficit, che viene accudito in tutto e per tutto, nascondere per anni un simile “segreto”, che può essere interpretato come una bella manifestazione di indipendenza e libertà del pensiero. Anche una persona come Rick, che non può nascondere nulla del suo corpo e delle sue (poche) azioni a chi lo accudisce quotidianamente, può coltivare una passione sua propria, qualcosa che, quando rivelata, è in grado di stupire tutto il suo mondo.
Con gli anni Rick, che ha evidentemente ereditato lo spirito battagliero dal padre, ex colonnello dell’esercito, ottiene anche una laurea, impresa non da poco per uno che fino a poco prima era considerato un vegetale. Ma il bello della storia viene quando Rick decide di rendere concreta e attiva la sua passione per lo sport. Un giorno, chiede al padre di partecipare, insieme, a una maratona. Chiede al padre, cioè, di correre una maratona spingendo lui sulla carrozzina. Il padre all’inizio è titubante, dal momento che è sulla quarantina e non molto allenato. Naturalmente, prevale il desiderio di rendere felice il figlio. Dick comincia così un duro allenamento. È significativo notare come il padre si alleni e cerchi di trasformare il suo corpo perché esso possa sopperire alle mancanze fisiche del figlio, quasi come se dovesse diventare forte abbastanza per tutti e due. In fondo, è come se Rick in tal modo abbia indotto anche il padre a confrontarsi con i suoi limiti fisici e a cercare di superarli. Probabilmente, il padre, durante l’allenamento, scontrandosi con le difficoltà che conseguono lo sforzo fisico e con i suoi limiti, si sarà sentito ancora più vicino al figlio, ai suoi deficit, perché avrà scoperto le proprie mancanze e compreso quanto siano “normali”. Semplicemente, nel padre esse sono visibili solo nel voler correre la maratona, nel figlio sono invece più trasparenti, più immediate, limitanti per cose meno complesse di una lunga corsa, ma non per questo meno simili. Dopo quella maratona, ne sono seguite molte altre. Anzi, sia il padre, sia il figlio hanno cercato di andare veramente oltre i loro limiti, passando addirittura dalla maratona al triathlon, dura disciplina per veri atleti che consiste in gare di corsa, nuoto e bici. Ancora più incredibile, dal triathlon sono approdati addirittura all’Ironman, disciplina solo per atleti estremamente forti e allenati che prevede le stesse discipline del triathlon, ma su distanze raddoppiate. Tale sport è così impegnativo che i pochi temerari che lo praticano si sentono davvero un gruppo, ne fanno uno stile di vita. Come dice il nome stesso, Ironman, “uomo di ferro”, coloro che lo praticano si sentono quasi superuomini, con caratteristiche di prestanza fisica ben superiori alla media. Il padre, nel raccontare le loro imprese, sempre più ardue, sempre in team, scontrandosi spesso con le diffidenze degli organizzatori e degli altri atleti, oltre a descrivere le tecniche usate per trasportare il figlio sulla bici o sul canotto, spiega come lui si senta solo due gambe e due braccia prestate al vero atleta, il figlio. Tuttavia, la cosa che più mi ha colpito è stato leggere che, al momento di correre in due questa coraggiosa maratona, il ragazzo ha detto al padre che, mentre prima si sentiva diverso, handicappato nel senso più limitante del termine, dopo la prima corsa, per la prima volta, e sempre, da allora, quando gareggiano, si è sentito davvero “normale”, forte, uguale a tutti gli altri. Questa frase ha commosso tutti, viene sempre citata dal padre come il vero motivo di gioia per lui e di sprone a tutti i sacrifici cui si sottopone per gareggiare col figlio. Tuttavia, mi ha subito fatto pensare che io, al suo posto, mi sarei sentito davvero handicappato solo nel momento in cui mi fossi messo a gareggiare con atleti forti e dal fisico perfetto, e semplicemente perché ero trasportato da un’altra persona, non certo per una conquista mia personale. Da giovane, durante le vacanze con altre persone disabili giocavo a calcio in carrozzina ma questo sport non mi ha mai convinto del tutto perché era chi mi spingeva a decidere la mia posizione in campo e dove andare quando avevo la palla tra i piedi, mentre ho sempre pensato che un giocatore è bravo quando sa muoversi con o senza palla autonomamente. Ho sempre creduto che le scuole speciali che ho frequentato nell’età dell’obbligo siano state un vero toccasana per la mia autostima e la mia crescita equilibrata. In una classe di ragazzini normodotati, il mio deficit mi sarebbe pesato molto, per quanti talenti avessi avuto e per quanti sforzi avessi fatto, sarei comunque partito in una condizione di svantaggio. Frequentando, invece, una scuola speciale, mi trovavo a partire nella stessa condizione di “trasparenza” e potenzialità dei compagni. Pertanto, nel tempo, ho avuto modo di apprezzare le differenze fra noi, di gioire dei miei successi, talvolta, ebbene sì, di sentirmi più bravo degli altri, cose che per un bambino sono indispensabili per cementare la propria autostima, figuriamoci per un bambino con limiti così evidenti. Ho imparato ad apprezzare ciò che avevo, le mie qualità, le mie capacità, perché queste hanno avuto lo spazio e il modo per risaltare adeguatamente. Per questo motivo, le parole di Rick mi hanno fatto pensare, ma esse sono anche il segno che, fortunatamente, non tutti la pensano allo stesso modo, neanche sui propri deficit e la propria autostima. Questa è una cosa molto positiva, perché chi meglio di noi può affermare che la diversità è una ricchezza?