Il magico Alvermann - La cattedrale dei rapporti umani

03/10/2011 - di Giovanni Di Giuseppe giornalista e fotografo

“Mi dovrai scusare”, gli ho detto. “Il fatto è che non ci riesco proprio a spiegarti com’è fatta una cattedrale. Non ne sono proprio capace”. Il cieco è rimasto seduto immobile e mi ascoltava con la testa abbassata.
Ho detto: “Il fatto è che le cattedrali non è che significhino niente di speciale per me. Niente. Le cattedrali. Sono cose da vedere in tv la sera tardi. Tutto lì”.
È stato a quel punto che il cieco si è schiarito la gola. Poi ha detto: “Ho capito, fratello. Non è un problema. Capita. Non stare a preoccupartene troppo”, così ha detto. “Ehi, sta’ a sentire. Me lo fai un favore? Mi è venuta un’idea. Perché non ti procuri un pezzo di carta pesante? E una penna. Proviamo a fare una cosa. Ne disegniamo una insieme. Prendi una penna e un pezzo di carta pesante. Coraggio, fratello, trovali e portali qua”, ha detto.
E così sono salito di sopra. Ho trovato delle penne a sfera in un cestino sulla scrivania. Sono sceso in cucina e ho trovato una busta di carta del supermercato che aveva ancora delle bucce di cipolla in fondo. L’ho svuotata scuotendola per bene. L’ho portata di là in soggiorno e mi sono seduto per terra vicino alle gambe del cieco. Ho spostato un po’ di roba, ho allisciato la busta e l’ho stesa sul tavolino.
Lui si è tirato giù dal divano e si è messo a sedere accanto a me sul tappeto. Ha passato le dita sulla busta. Ne ha sfiorato su e giù i margini. I bordi, perfino i bordi. Ne ha tastato per bene gli angoli.
“Perfetto”, ha detto. “Perfetto, facciamola”.
Ha trovato la mia mano, quella con la penna. Ha chiuso la sua mano sulla mia.
“Coraggio, fratello, disegna”, ha detto. “Disegna. Vedrai. Io ti vengo dietro. Andrà tutto bene”, ha detto il cieco.
E così ho cominciato. Prima ho disegnato una specie di scatola che pareva una casa. Poteva essere anche la casa in cui abitavo. Poi ci ho messo sopra un tetto. Alle due estremità del tetto, ho disegnato delle guglie. Roba da matti.
“Benone”, ha detto lui. “Magnifico, vai benissimo”, ha detto. “Non avevi mai pensato che una cosa del genere ti potesse succedere, eh, fratello? Be’, la vita è strana, sai. Lo sappiamo tutti. Continua pure. Non smettere”.
Ci ho messo dentro finestre con gli archi. Ho disegnato archi rampanti. Grandi portali. Non riuscivo a smettere. I programmi della televisione erano finiti. Ho posato la penna e ho aperto e chiuso le dita. Il cieco continuava a tastare la carta. La sfiorava con la punta delle dita, passando sopra a tutto quello che avevo disegnato, e annuiva.
“Vai forte”, ha detto infine.
Ho ripreso la penna e lui ha ritrovato la mia mano. Ho continuato ad aggiungere particolari. Non sono certo un artista. Ma ho continuato a disegnare lo stesso.
“Sì, così. Così va bene”, ha aggiunto. “Certo, ce l’hai fatta, fratello. Si capisce bene, adesso. Non credevi di farcela, eh? Ma ce l’hai fatta, ti rendi conto? Adesso sì che vai forte. Tra un attimo qui avremo un vero capolavoro. Come va il braccio?”, ha chiesto. “Ora mettici un po’ di gente. Che cattedrale è senza la gente?”.
“E adesso chiudi gli occhi”, ha aggiunto, rivolto a me. L’ho fatto. Li ho chiusi proprio come mi ha detto lui.
“Li hai chiusi?”, ha chiesto. “Non imbrogliare”.
“Li ho chiusi”, ho risposto io.
“Tienili così”, ha detto. Poi ha aggiunto: “Adesso non fermarti. Continua a disegnare”.
E così abbiamo continuato. Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato prima in vita mia.
Poi lui ha detto: “Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l’hai fatta”.
Ha detto: “Da’ un po’ un’occhiata. Che te ne pare?”.
Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po’. Mi pareva una cosa che dovevo fare.
“Allora?”, ha chiesto. “La stai guardando?”.
Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero in casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente.
“E’ proprio fantastica”, ho detto.

(Brano tratto dal racconto “Cattedrale”, in R. Carver, Cattedrale, Roma, Minimum Fax, 2002, pp. 227-229)

Nello stesso istante in cui ripenso al racconto del quale vi suggerisco la lettura giungo a capire che la parola del titolo ne racchiude in sé l’intero significato. Cattedrale. Nel gergo figurato questa parola è sinonimo di imponenza e lusso, ma anche di complessità. Per costruire una cattedrale, ammette Carver per bocca di Tom, voce narrante del racconto, servono intere generazioni e nonostante l’impegno profuso nell’opera si rischia di non vederne mai la fine.
Per me Cattedrale ha sempre rappresentato la complessità dei rapporti umani. La sintesi delle innumerevoli incomprensioni e degli errori che costellano la vita di ciascuno di noi, ma anche la bellezza – come quella di una cattedrale – allorché un legame sorto tra gli uomini, costruito mattone per mattone, riesca a non impigliarsi negli equivoci, nei futili malintesi, nello stress da velocità, al punto di raggiungere finalmente una solidità imprevista.
In fondo, la nostra stessa esperienza di vita dimostra che nessun progetto ambizioso prelude già al suo risultato. In altre parole chiunque abbia in mente la possenza e lo splendore di una grande cattedrale, sa perfettamente che erigere una costruzione simile non esigerebbe solo la bontà del piano iniziale e la materia prima, occorrerebbero comunque il coraggio, la pazienza e un pervicace impegno che travalichi qualsiasi obiettivo altro.
Il paragone sembra perfino scontato, perciò, con i rapporti umani. Nient’altro infatti implicherebbe l’impegno di una vita, come impone invece la crescita di un legame saldo e fraterno tra due persone; un legame basato su energia e fiducia reciproca, sulla disponibilità ad ascoltare, un legame che per sopravvivere e continuare, in qualche frangente, deve necessariamente anteporsi all’interesse individuale di ciascuno.
Per esempio, appare evidente che nel racconto di Cattedrale il punto di rottura consterebbe nella nascita di un’amicizia inedita o di un rapporto duraturo a scapito dei preconcetti e delle differenze. Tuttavia il significato più recondito, credo, ruota attorno alla scoperta di se stessi attraverso gli altri e attraverso le relazioni.
Nondimeno, oltre al consueto apologo del diverso – qui interpretato con rara maestria dall’autore contrapponendo il non-vedente normodotato di tutti i giorni al cieco in grado di guidarlo fuori dalla pigra indolenza dei sensi – l’episodio narrato fa emergere con la più cristallina semplicità la propria metafora. Quest’ultima, lo abbiamo detto, consiste nella scoperta. Di se stessi. Dei propri limiti. Delle possibilità che ci offre il confronto con gli altri.
Così Tom ottenebrato dal pregiudizio sulla condizione di Robert, l’uomo col bastone bianco venuto a fargli visita dal Connecticut, dovrà in qualche misura lasciarsi guidare nel viaggio proposto dall’altro, il “cieco” appunto. E nel farlo ritroverà nel proprio corpo una energia nuova e inattesa.
Nella fattispecie, ovviamente, l’oggetto della storia resta qualcosa di più della disabilità di Robert. Il racconto si regge infatti su quel che c’è d’insondabile, che scorre sotto le parole e i gesti minimi, la mano nella mano, il foglio e la penna, la condivisione di una medesima fantasia. Fintantoché a divenire pesante come un macigno, nel fondo di queste poche righe, sotto l’apparente semplicità dei dialoghi, non sia l’emergere di un insegnamento che soltanto la disabilità e le condizioni diverse possono riportarci. E cioè che il pregiudizio, molto più della stessa condizione fisica, finisce per deteriorare il mondo di possibilità che avremmo dinanzi ogni giorno. E qui naturalmente alludo a quella cortina che tante volte separa i cosiddetti normodotati dai diversamente abili, convincendo i primi che la diversità costituisca una barriera insormontabile, tale da rendere off limits anche gli scambi più semplici o le tante attività facilmente praticabili alla scoperta reciproca dei limiti gli uni degli altri.
Del resto, per come l’ho sempre vista, comprendere la disabilità è anche questo: ammettere che le belle parole possono certamente servire da sostegno psicologico, ma sempre più spesso esse fungono da simulacri della realtà. Specchietti luccicanti, insomma. Allora tocca a noi, individualmente, intuire in tutta coscienza il mare di opportunità di azione sotteso alle relazioni umane. Scegliere di esplorarlo, esulando dalle soluzioni perbeniste e dai complessi, approdando alla schietta sostanza delle cose. Concretamente. Un po’ come accade nella letteratura di Carver, maestro del pragmatismo americano.
 

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Cultura, Letteratura