Mai libero: Blind Tom (1849-1909)

Dopo la guerra civile che segnò la fine della schiavitù per più di quattro milioni di uomini e donne di colore, sul palcoscenico, se le donne nere erano protagoniste della musica vocale, gli uomini regnavano invece come strumentisti.
Il più celebre fra i primi pianisti fu Thomas Green Bethune (1849-1909), meglio conosciuto come “Blind Tom”. Nato cieco e schiavo a Columbus, in Georgia, mostrò un’attitudine precoce per la musica e il suo padrone James M. Bethune gli concesse, già da bambino, libero accesso al pianoforte. Dopo che Tom ebbe sviluppato le sue capacità fino a poter suonare a orecchio ogni pezzo che sentiva, la signora Bethune e le figlie gli dettero lezioni informali, permettendogli di ascoltare la musica e di costruirsi un repertorio.
I Bethune cominciarono a esibire il talento di Tom in circoli privati quando aveva cinque o sei anni; nell’ottobre del 1857 Tom fece il suo debutto alla Temperance Hall di Columbus. Per i tre anni seguenti, James Bethune mise Tom al servizio di Perry Oliver, un coltivatore della Georgia, che portò il bambino prodigio cieco in tour sia al Nord che al Sud. Tom avrebbe dovuto essere liberato nel 1863, quando l’Emancipazione affrancò gli schiavi negli stati che si erano separati dall’Unione, ma i Bethune mantennero il controllo su di lui durante l’intero arco della sua vita: inizialmente attraverso un vincolo fiduciario (1864) e poi con contratti inattaccabili.
Dopo la morte di James Bethune nel 1863 suo figlio John si assunse la tutela di Tom, e dopo la morte di John, la vedova e il suo secondo marito, Albert Lerché, ne diventarono i manager-proprietari.
Durante i suoi quasi trent’anni di carriera, Blind Tom si esibì negli Stati Uniti, in Europa e in America Latina. I suoi manager assunsero maestri di musica e professionisti che lo aiutarono a incrementare il suo repertorio.
Si narra che Blind Tom potesse suonare quasi settemila brani a richiesta, e gli si attribuisce la composizione di più di cento pezzi. I suoi recital consistevano tipicamente in otto parti, ognuna con un titolo, per esempio: Selezioni classiche, Assoli di pianoforte, Fantasie e capricci, Marce, Imitazioni, Musica descrittiva, Canzoni e Selezioni da salotto. Il pubblico riceveva una lista dei pezzi del suo repertorio e poteva scegliere quelli che gradiva ascoltare.
Ovunque suonasse, il suo talento e la sua straordinaria memoria venivano sottoposti a prove rigorose. Nel 1866 fece il suo debutto europeo a Londra, e da quel momento iniziò a ricevere lettere di ammirazione per il suo genio da musicisti affermati. Alla fine dell’Ottocento c’erano pochi posti dove Blind Tom non avesse suonato: era diventato un’istituzione americana.

Da: Eileen Southern, La musica dei neri americani. Dai canti degli schiavi ai Public Enemy, Milano, Il Saggiatore, 2007, pp. 254-55

Il bluesman texano: Blind Willie Johnson (1902?-1950?)

Blind Willie Johnson, bluesman texano virtuoso del “bottleneck” o chitarra slide, nacque a Marlin, Texas, intorno al 1902 e diventò cieco all’età di sette anni. Imparò a suonare la chitarra da solo e si accompagnava mentre si esibiva alle riunioni della Associazione Battista e nelle chiese vicino Hearne, nel Texas. All’età di 25 anni sposò una giovane cantante di nome Angelina, sorella del chitarrista blues L. C. “Good Rockin’” Robinson (1915–76). Angelina accompagnò Johnson in alcune delle sue registrazioni per la Columbia Records tra il 1927 e il 1930.
Blind Willie fece il suo debutto professionale come artista Gospel; era noto presso i suoi fans come artista “capace di eseguire canzoni religiose come se fossero blues” e di dotare le sue canzoni profane di “sentimento religioso”. La voce unica di Johnson e le composizioni originali influenzarono i musicisti di tutto il Sud, specialmente i bluesmen texani. Egli cantava con voce rauca, e suonava la chitarra con la tecnica del “bottleneck” con forza da mancino, accuratezza e agilità. La sua voce era così potente che si dice che una volta fu arrestato per aver incitato a uno sciopero semplicemente stando in piedi di fronte agli uffici doganali di New Orleans cantando If I Had My Way I’d Tear This Building Down, una botta e risposta cantata che stimolò un grande entusiasmo di pubblico.
La carriera come celebrità di Johnson finì con la Grande Depressione, dopo la quale egli continuò a esibirsi come artista di strada ma non incise più nulla. Morì a Beaumont intorno al 1950. Si lasciò dietro un’eredità di capolavori musicali, alcuni dei quali sono stati registrati dalla Yazoo Records. Le sue canzoni, tra cui The Soul of a Man e Dark Was The Night - Cold was the Ground alla fine sono diventate dei classici che hanno dato un considerevole contributo al gospel-blues.

Da: www.bluesandblues.it

Disbanded: Louis Hardin “Moondg” (1916-1999)

Louis Hardin era un singolare personaggio della New York bohemienne degli anni ’50.
Si faceva chiamare Moondog (“cane lunare”) e ha percorso instancabile per oltre vent’anni i marciapiedi di New York tra la Sixth Avenue e la Cinquantaduesima Strada paludato in una strabiliante, inconfondibile tenuta da vikingo completa di elmo cornuto, lancia e mantello, modulando le sue composizioni musicali con strumenti di fortuna e distribuendo poesie su volantini ciclostilati.
Nato nel 1916 a Marysville, nel Kansas, figlio di un predicatore episcopale, cresciuto in Wyoming, iniziò a suonare percussioni con le tribù pellerossa del luogo.
Cieco dall’adolescenza a causa di un incidente, Moondog frequentò la Iowa School For The Blind, dove studiò composizione, piano, violino e batteria, e poi la Missouri School for the Blind (St. Louis), dove imparò a comporre in Braille. Nel 1943 arrivò a New York, dove fece conoscenze importanti ma visse la vita di musicista di strada.
Intanto componeva quartetti per archi, sinfonie e opere, ma soprattutto decine e decine di brevi vignette strumentali senza senso, documentate su dischi oggi introvabili. Lasciò traccia più consistente della sua folle musica di strada sull’album Moondog (Prestige, 1956). Arrangiando per piccoli ensemble, rumori naturali e voci saltuarie, l’umile Moondog coniò un genere musicale in anticipo sui tempi. Esemplari di quest’arte di “cut up”, di musica da camera, di danze esotiche, di filastrocche nonsense e di improvvisazioni pseudo-jazz sono i quintetti “ecologici” (Tree Trail con versi d’uccello, Frog Bog con versi di rana) e ancor più la Surf Session, un quartetto classicheggiante condotto al ritmo incalzante di una danza orientale e con l’accompagnamento delle onde marine. Poi Moondog tacque per sette anni, ma le composizioni di questi anni, di spessore sinfonico, vennero finalmente raccolte su Moondog (Columbia 7335, 1969) e su Moondog II Nonostante l’umiltà di mezzi e di intenti, l’arte di questo eccentrico autodidatta precorse tanto la world music (danze orientali, ritmi cubani) quanto la musica concreta (suoni della natura) senza mai abbandonare una certa aulicità, quel voler essere musica “classica” a tutti i costi. La grandezza di Moondog sta quindi soprattutto nell’aver saputo conferire dignità musicale a ogni possibile rumore, dal fischietto di un poliziotto al verso di una rana, dal dialogo di due persone alla cantilena di una bambina, dal jazz delle big band ai concerti di Bach, e nel rivalutare la purezza e la semplicità delle emozioni. Moondog è morto l’8 settembre 1999 di arresto cardiaco all’età di 83 anni in Germania.

Da: www.scarufi.com


La volontà di aprire gli occhi: Ray Charles (1930-2004)

Il glaucoma, nonostante si tratti di una patologia comune e spesso curabile, è responsabile della cecità di circa 7 milioni di persone (12.3% dei casi di cecità) concentrate prevalentemente nel Sud del Mondo. Purtroppo in questi paesi, povertà e assenza di servizi sono problemi endemici, e la prevenzione e la cura delle malattie che conducono alla cecità non sono un fatto scontato, così come non lo erano negli anni ’30 della Georgia segregazionista, dove nacque, si ammalò e diventò cieco Ray Charles.
Ed è proprio una delle frasi di quest’ultimo che ci fa capire la portata di una malattia del genere: “Quando sono uscito da quella porta ho camminato da solo nel buio”…
Queste parole racchiudono, infatti, il senso di una vita trascorsa sotto le luci della ribalta, ma da uomo solo, nella solitudine del buio causato dalla cecità che, se fosse stata curata in tempo, sarebbe stata evitabile.
L’intensa storia di un uomo dalla vita sfortunata, segnata dalla cecità e dall’uso delle droghe, ma che anche grazie alla forza della madre, donna povera, ma piena di dignità e di coraggio, fu spinto a combattere e a non arrendersi dinanzi alla sua disabilità.
Ray impara quindi il linguaggio Braille (con il quale scrisse quasi tutte le sue canzoni), scoprì la matematica e intuì la correlazione tra matematica e musica: un vero esempio delle mille potenzialità nascoste in tutte le persone non vedenti e disabili.
La storia di questo geniale artista è anche un messaggio di speranza per quanti, hanno “la volontà di aprire gli occhi” e di gridare al mondo che “cieco è soltanto colui che chiude i propri occhi agli altri e alla bellezza del mondo”.

Rielaborato da: www.cbmit.org

Oltre che di molte composizioni musicali, si dice che Ray Charles sia l’autore di una famosa battuta sul suo handicap. Durante un’intervista, a un cronista di un noto giornale razzista che gli domandava se il fatto di essere diventato cieco in tenera età gli avesse causato dei complessi di inferiorità, rispose: “Non mi lamento, poteva andarmi peggio. Pensi se fossi nato negro!”.
Il padre gesuita John Powell ha scritto, nella sua raccolta di articoli Stories from my Heart, di aver sentito rispondere Ray Charles – a una persona che gli chiedeva se avrebbe accettato da parte di Dio la restituzione della vista – che non la avrebbe accettata e che avrebbe preferito rimanere cieco, motivando così la propria scelta: “Quando non si vede, si apprezzano meglio gli altri. A volte la tua vita viene toccata da persone meravigliose, che magari non hanno un aspetto meraviglioso, ma tu sei cieco e non lo sai. Quando mio figlio mi sale in grembo, sento solo che c’è qualcuno che mi ama e anch’io lo amo. Se vedessi, potrei vedere lo sporco sui suoi vestiti o sopra le scarpe e forse direi: vai a pulirti prima di salirmi in braccio. Invece, non vedendoci, non lo vedo come pulito o sporco, bianco o nero, ma sento solo quel bambino come 33 chili d’amore”.

Da: www.wikipedia.it

Il semplice e profondo ritmo dell’Africa: Mohammed “Jimmy” Mohammed (1958-2006)
Mohammed “Jimmy” Mohammed è stato un fenomenale cantante cieco nato ad Addis Abeba in Etiopia. È stato sconvolgente quando abbiamo saputo che era morto. Il 17 dicembre 2006. È stato sepolto il giorno stesso. La settimana prima della sua morte, Jimmy è stato ricoverato in ospedale e i medici aveva riscontrato una grave polmonite, probabilmente il risultato di un’altra malattia. Jimmy era appassionato cantante delle canzoni di Tlahoun Gessesse, il più grande cantante di Etiopia. Ancora, Jimmy è sempre rimasto fedele a se stesso e ha cantato con profondità e passione, ma anche con il suo stile oscillante e pieno di improvvisazione. È stato sempre molto fragile fisicamente; il suo spirito e la mente, però, sono stati incredibili. Poteva dormire tutta la giornata, quasi scomparendo. Ma, quando arrivava il momento del canto e dell’esecuzione, era forte e in forma. Davanti al pubblico, diventava più grande, più forte. Non dimenticheremo i suoi concerti, ormai classici, al Moers Jazzfestival, al festival Banlieues Bleues a Parigi, al Paradiso di Amsterdam, al Grand Mix a Tourcoing e quasi tutte le apparizioni che faceva.

Rielaborato da: www.subdist.com/terpAS10.htm

La musica del menestrello cantore Mohammed “Jimmy” Mohammed è definibile come uno swing arabo che tocca e interroga l’ascoltatore senza che egli se ne renda conto. Questo suono, aggrappandosi alle onde di una Fender che contribuisce a riempire l’aria di distorsioni, accompagnato altresì da percussioni inebrianti, sembra essere uscito direttamente da un vecchio ricevitore Fm poggiato sul marciapiede di una strada di Addis Abeba, capitale dell’Etiopia di cui Mohammed è originario.
Un’atmosfera che spinge dapprima dolcemente a cadenzare il ritmo con il piede, poi irresistibilmente a danzare.
Mohammed “Jimmy” Mohammed canta da tempo immemorabile, prevalentemente le canzoni del suo idolo di sempre, ma anche il più grande artista etiope, Tlahoun Gessesse.
Scovato in particolar modo dal percussionista olandese Han Bennink durante una delle sue tournées in Africa, Mohammed è stato invitato a esibirsi anche in Europa: in Francia nel 2002 alle Nuits Azmari di Francis Falceto ma anche durante l’edizione 2005 del Moers Festival in Germania, particolarmente rinomato per i suoi scambi con l’Africa e dove Bennink ha avuto modo di proporgli di esporre il suo repertorio assieme ai suoi amici musicisti etiopi e di registrare questo Takkabel!.
Uno stile mutevole e ricco di improvvisazione, un luogo di ritrovo per il Krar, chitarra a cinque corde suonata con sentimento da Mesele Asmamaw, una sonorità a tratti tradizionale e distorta che sorprende sin dal primo brano Aykedashem Lebe, delle percussioni tradizionali suonate invece da Asnake Gebreyes che riproducono perfettamente il semplice ritmo della terra d’Africa e delle vibrazioni vocali che riflettono il versante profondo, gravido di emozioni di quest’uomo, cieco e affascinante.
La sua voce invita all’ascolto, sia per la sua accorata passionalità, sia per la sua fragilità.
In Sethed Seketelat si rinviene tutta la potenza delle sue note gracili poste innanzi attraverso dei sottili vibrato del Krar. Ma tutto l’album permane in ogni suo tratto delizioso come una moka etiopica, pigmentata con brio da labili tocchi passionali di una magnifica batteria di Han Bennink o da note vibranti del sassofono di Getatchew Mekuria, che fanno realmente tremare su Mela Mela.
Veritiero amalgama tra tradizione e passione, la musica di Mohammed “Jimmy” Mohammed è realmente un virus contagioso che genera irrequietezza, un invito a “swingare” nell’animo.
Takkabel! assicura un viaggio prezioso, senza mai cadere nella vacua ripresa folkloristica per turisti in cerca di paesaggi preconfezionati. Tutti i suoi brani, piuttosto dilatati, uno soltanto è sotto i sei minuti, rappresentano l’immagine di questo personaggio generoso e vero, sfortunatamente venuto a mancare da qualche mese, e di una cultura Africana che merita di essere conosciuta.

Recensione di Paolo Marchegiani da: www.artistsandbands.org/ita/modules/recensioni/detailfile.php?lid=387


Can you see the light?: Jeff Healey (1966-2008)

A volte gli ostacoli nella vita sembrano insuperabili, eppure ci sono persone che hanno la forza tale di lottare per raggiungere i propri scopi e per superarsi. Questo è ciò che si può pienamente affermare per Jeff Healey.
Jeff Healey fu un ottimo chitarrista che sparava assoli blues a raffica, e che più tardi scoprì il fascino della tromba e del jazz. Niente di strano direte voi, eppure Jeff fu diverso da altri, poiché all’età di un anno appena il musicista si ammalò e dovettero asportargli gli occhi, rendendolo completamente cieco. Ma una forza di volontà enorme Jeff ce l’aveva già da piccolo, tant’è che per i suoi tre anni imbracciò per la prima volta una chitarra, rimanendone talmente affascinato che tre anni più tardi fu già in grado di suonare davanti a un pubblico. Per i suoi diciassette anni Healey suonava in quasi ogni locale della sua città natale Toronto, dei postacci malfamati da cui riuscì a pescar fuori un batterista, Tom Stephen, e un bassista, Joe Rockman, e formare il suo gruppo, che diventò pian piano sempre più conosciuto in zona. Nel 1988 la Jeff Healey Band viene scoperto da nientemeno che Stevie Ray Vaughan, il cui sanguinoso blues è stato un punto di estrema ispirazione per Healey & Co. Da quel momento la carriera cominciò a decollare, incidendo il primo disco Se The Light (1988), per conto di una piccola casa discografica.
La tecnica di Jeff Healey fu molto particolare: egli appoggiava la chitarra sulle ginocchia e la suonava con le dita di entrambe le mani, creando un effetto molto sorprendente e sbalorditivo, soprattutto agli occhi di chi vede i suoi filmati per la prima volta.
Ascoltando i dischi fin da questo stupendo See The Light non si direbbe proprio che Jeff non fu in grado di vedere ciò che suonò; il disco, datato 1988, è una sequenza unica di suoni forti, una carrellata invadente di note suonate con grinta per rendere il proprio blues graffiante. Esempio perfetto di questa grinta sono Nice Problem to Have, un mitico blues strumentale a doppia chitarra, e la storica cover di John Mayall Hideaway, riarrangiata in chiave leggermente più moderna. E se le schitarrate alla Jeff sono da pelle d’oca, anche la sua voce non è da meno. Calda, profonda e delicatamente roca, una giusta combinazione capace di emozionare se avvertita in canzoni quali River Of No Return o la intensa, lancinante e carica Angel Eyes.
La Jeff Healey Band dà comunque il meglio di sé con i pezzi più compatti, dove chitarra, basso, batteria e voce si intersecano naturalmente per creare un rock blueseggiante deciso: Someday Someway, Confidence Man, My Little Girl sono le più caratteristiche. Una nota a parte va inoltre fatta alla title-track, poiché See The Light è in assoluto il pezzo più bello e spedito del disco, una di quelle canzoni che dovrebbe essere ricordata quando si fanno le classifiche o le compilation, e che puntualmente viene dimenticata. L’abilità di Jeff di far cantare e piangere la sua sei corde è impressionante.
Purtroppo l’8 marzo 2008 Jeff Healey ha lasciato questo mondo, i suoi fan e la sua famiglia in seguito alla ricomparsa del tumore che lo aveva reso non vedente negli anni della sua infanzia. Can You See The Light? cantava lui della luce senza poterla vedere, facendola solo risplendere con il suo immenso talento.

Recensione di shooting star da: www.debaser.it/recensioni

Fuori classifica!: Robert Wyatt (1945-)

“Mi pare che in un’intervista mi avessero chiesto quali fossero le mie dieci canzoni preferite, una specie di ‘i dieci dischi del rock’ che ti porteresti dietro in un’isola deserta. Io avevo subito accettato perché mi diverte stilare questi elenchi. La lista finì nelle mani di Simon Dreppart della Virgin che notò la presenza di un vecchio successo dei Monkees e mi chiese ‘Ma dicevi sul serio?’. Io avevo bluffato ma lui era venuto a vedere e quindi risposi di sì, entrai in studio e incisi I’am a Believer”.
Il brano uscito originariamente in 45 giri nel 1974 venne poi inserito in altre raccolte come questa Solar Flares Burns for You che Wyatt pubblicò nel 2003, una delle tante nella stupenda, lunga e gloriosa carriera del musicista inglese.
Il disco che originariamente era nato per raccogliere solo le due sessioni di registrazione per la BBC effettuate da Wyatt tra il 1972 e il 1974 si è poi espanso e ha incluso altre incisioni degli anni ’70 fra cui il brano che dà il titolo all’album e la versione di I’am a Believer dei Monkees.
È proprio con questo singolo che Robert Wyatt ha raggiunto delle ottime posizioni nelle classifiche inglesi. Andò anche alla BBC, al programma “Top of the pop” dove ci fu anche una grande polemica con il produttore del programma che considerava il fatto che Robert Wyatt fosse in sedia a rotelle una cosa poco adatta alla visione da parte delle famiglie.
“Andai a ‘Top of the pop’, c’era quel balordo Robin che mi disse: le dispiacerebbe sedersi su qualcos’altro? Non sta bene mostrare sedie a rotelle in spettacoli di intrattenimento per famiglie. Mi venne una gran rabbia ed evidentemente se ero sopravvissuto senza classifiche fino ad allora potevo farlo ancora e finché avessi avuto soldi per il the e per le sigarette potevo continuare a vivere felicemente in quella terra di nessuno dove mi ero insediato”.

Da: “Battiti”, magazine musicale di Radio 3 del 4.8.2006 (www.radio.rai.it/radio3/battiti)