di Massimo Semprini, musicista e artista del progetto Mus-e Bologna

Manualità
Per individuare una strategia ottimale nel lavoro con le persone disabili, l’operatore musicale è costretto ad adottare una metodica diversa a seconda del tipo di disabilità che si trova ad affrontare.
Un primo importante discrimine è l’uso delle mani. In ogni pratica musicale l’uso delle mani è una delle componenti primarie dell’attività. Il fare musica è un fare manuale, molto vicino al lavoro di un artigiano. Il musicista passa gran parte del tempo dedicato alla musica nell’esercitarsi a compiere movimenti coordinati in cui le mani rivestono sempre un’importanza centrale.
Si possono naturalmente proporre attività legate alla musica che non implichino un uso della manualità, ma si dovrà, allora, necessariamente spostare il focus su qualcosa che non sia il contatto con la pratica strumentale. A meno che si voglia inventare qualche strumento suonabile diversamente. Qualcosa di autocostruito, che funzioni come percussione o xilofono a scala difettiva, per semplificare le operazioni, e che magari possa utilizzarsi con il movimento dei piedi. Opzione, quest’ultima, tutt’altro che irrealizzabile e sicuramente di grande impatto e interesse per il lavoro dell’operatore musicale e per il disabile.
Inoltre, ci sono, notoriamente, tante attività (danza, movimento corporeo) che utilizzano la musica per diversificare, stimolare, estendere possibilità al movimento.

Improvvisazione musicale
Un percorso interessante per il lavoro con persone disabili che abbiano la possibilità di usare le mani e, quindi, di maneggiare strumenti musicali di qualunque tipo (percussioni, strumenti tradizionali, strumenti autocostruiti) è sicuramente l’improvvisazione musicale. Parlo, in particolare, della musica improvvisata, e cioè di quel genere musicale che si realizza con l’improvvisazione, senza l’intervento della musica scritta e sovente compiuta senza avvalersi dell’apparato melodico-armonico proprio della musica tonale (popolare o colta).
Nella pratica dell’improvvisazione è possibile focalizzare l’attenzione, gli esercizi, e quindi anche la performance, soltanto su alcuni parametri propri della musica.
Ad esempio, si può lavorare soltanto sul ritmo, o solo sull’intensità. Si possono adoperare scale, oppure note a caso, oppure scegliere sequenze inventate.
L’improvvisazione, spesso, è una qualche forma di organizzazione del caos. Organizzazione che può realizzarsi in tempo reale, mentre si suona, oppure stabilendo anticipatamente delle regole.
Molti musicisti avvezzi agli incontri di improvvisazione preferiscono non stabilire niente, trovando così, nell’interazione reciproca soluzioni istantanee per lo sviluppo della musica che stanno creando. Così il processo creativo diviene evento, performance. Assume esso stesso il ruolo di opera completa.
Nel caso del lavoro con disabili mi sembra proficuo proporre degli esercizi adattandoli alle possibilità che si hanno a disposizione, componendo così un percorso ad hoc, adeguato al profilo del gruppo che si ha di fronte.
Sarà opportuno insistere su certi esercizi ed eliminare quelli infattibili.
Esistono testi per le scuole primarie che propongono esercizi appositi da fare con i bambini per educarli “al suono e alla musica”.
Personalmente ho partecipato durante il mio percorso di musicista a laboratori con musicisti improvvisatori e da qualche tempo sto conducendo un laboratorio di sperimentazione musicale all’Istituto “Lettimi” di Rimini durante il quale invento, rielaboro e raccolgo materiali e documentazione sulle esercitazioni per l’improvvisazione musicale. In questa mia esperienza ho constatato l’importanza dell’improvvisazione, e penso che nel lavoro con la disabilità offra opportunità insostituibili.

Improvvisazione e composizione
Ancora più interessante dell’esercizio per diventare improvvisatori è la pratica di utilizzo dell’improvvisazione per comporre della musica.
Le composizioni saranno costituite da una buona parte di improvvisazione, ma questa sarà governata, regolata, organizzata in modo tale che trapeli la sensazione (per chi ascolta) di far parte di un disegno preciso. In effetti è esattamente così.
Non si tratta di scrivere le note, ma di stabilire, ad esempio, il carattere e la lunghezza di certi interventi, la simultaneità di determinati episodi, la sequenza di alcune frasi musicali. Molto importanti, ad esempio, sono i segnali: quando un musicista decide di intervenire facendo una determinata cosa (che può essere una sequenza prestabilita di note, oppure un effetto particolare sullo strumento, tipo un tremolo prolungato, uno staccato su una stessa nota, un breve ostinato di due o tre note, ecc.) di seguito qualcun altro farà una cosa di risposta, eccetera, innescando un effetto domino che imprime una svolta sensibile al brano musicale che sta manifestandosi.
Ho sperimentato con musicisti questa possibilità e si è rivelata particolarmente efficace. Ritengo che nel caso del disabile questo possa offrire l’opportunità di essere creativo, responsabile della composizione, integrato nel gruppo. Ognuno interviene secondo le proprie attitudini e capacità, non c’è errore, non ci si deve uniformare a un modello preesistente. Ogni gruppo crea le proprie regole assecondando le capacità dei partecipanti.
Il risultato è una musica che mostra i propri legami interni e, più o meno velatamente, mette allo scoperto i meccanismi del processo creativo.

Musica con il corpo
L’improvvisazione si fa con tutto il corpo. Il musicista che improvvisa è del tutto presente e partecipa interamente al concerto, con il suo personale movimento. Suona senza frapporre leggio, spartito, fra sé e il pubblico. Ha bisogno di vedere gli altri musicisti, sentirli tutti.
Per questi motivi la musica improvvisata presenta una forte componente visiva. Ascoltare soltanto la registrazione di un evento di questo tipo restituisce soltanto una parte insufficiente all’ascoltatore per permettergli una comprensione totale.
Il disabile sul palco, in questo tipo di lavoro, metterà in gioco tutto se stesso, ma senza lo stress di doversi misurare con qualcosa o confrontarsi con qualcuno, ma portando allo spettatore la propria specificità nell’atto creativo, il proprio ruolo, semplicemente.

Minimalismo
Volendo rimanere nell’ambito della tonalità, pur mantenendo una buona quota di improvvisazione, si può utilizzare con efficacia la musica minimalista.
Si possono sperimentare improvvisazioni su una tonalità precisa, sovrapponendo brevi frammenti ripetuti, operando di tanto in tanto dei minimi cambiamenti. Il brano cambierà lentamente e impercettibilmente, passando da una situazione di incastri ritmico-melodici a una completamente diversa. Questo è un po’ il modello di diverse composizioni di Steve Reich, un importante compositore contemporaneo, appartenente alla corrente minimalista.
Al nostro scopo serve per improntare su questo modello la nostra improvvisazione. Per il disabile i vantaggi sono indubbi: può muoversi utilizzando, ad esempio soltanto i tasti bianchi del pianoforte (v. “in C”, S. Reich), ripete brevi frammenti che si inventa e sui quali si sente sicuro, decide quando imprimere un piccolo cambiamento al brano musicale.
Non ci sono frammenti particolarmente importanti, o emergenti, il cambiamento avviene lentamente e per accumulo di eventi convergenti (v. anche “Music for a large ensemble”, “Music for 18 musician”, S. Reich).
È possibile, naturalmente, inventare procedure ispirate al minimalismo, composte ad esempio da soli suoni percussivi, con maracas, alberi della pioggia, tamburi, dove il ritmo sia irregolare, ma che scorra ugualmente per via degli interventi ciclici dei singoli musicisti.
Per concludere, mi sembra importante avvicinare chi è disabile a un mondo musicale in cui si possa sentire a suo agio, in cui non debba a tutti i costi confrontarsi con delle tecniche o dei procedimenti che lo facciano subito sentire in difficoltà. Per esprimere la propria creatività bastano pochissimi strumenti e una partecipazione sensibile.