Nella musica nessuno è disabile

intervista a cura di Giovanna Di Pasquale e Emanuela Marasca

Intervista a Carlo Celsi uno degli organizzatore del “Festival della Musica Impossibile” che si svolge a Falconara Marittima (carlo.celsi@fastwebnet.it www.gruppofolkvincanto.it), festa nazionale delle espressioni musicali legate al mondo della disabilità.

Che percorso musicale hai seguito?
Studio violino dall’età di dieci anni, prima in modo amatoriale poi, a sedici anni, in modo più intensivo in conservatorio. Il mio talento musicale sembrava inizialmente discreto, poi nel tempo è andato appannandosi. Nauseato da infinite giornate di scale e tecnica e con la musicalità sotto le scarpe sono stancamente approdato al diploma rimediando un otto striminzito.
Negli anni Ottanta non era facile studiare in conservatorio. Non esisteva una vera scuola di violino in Italia e la didattica dello strumento era spesso improvvisata e spontaneistica. Oggi la situazione sta cambiando ma allora, in un momento di forte espansione dei conservatori, molti insegnanti erano stati reclutati senza nessuna senza selezione.
Nella mia storia musicale ci sono poi anni di gavetta fatta suonando, dall’età di quindici anni, il liscio nelle balere; c’è, in seguito, la musica sinfonica e da camera; c’è il jazz e il caffè concerto e c’è il piano bar. Tutte queste esperienze mi hanno consentito di approdare felicemente alla musicoterapia dove la dote principale per un operatore è l’elasticità e la duttilità musicale.
Tra le esperienze professionali che sono confluite in modo proficuo nel mestiere di musicoterapista c’è anche la specializzazione e l’insegnamento della propedeutica musicale.
Da alcuni anni mi occupo di musica folk e collaboro con i “Vincanto”, un gruppo che fa ricerca e rielaborazione del patrimonio della musica popolare delle Marche.

Cos’è per te la musica?
È la chiave che mi permette di penetrare e interpretare la realtà. La musica è ciò che mi dà da vivere; è ciò che consente di espandere la mia creatività; è ciò che amplifica ogni mio sentimento positivo e lenisce ogni sentimento negativo; è ciò che sfama e tiene buono il mio ego; è ciò che mi ha fatto incontrare la persona che ha cambiato la mia vita. La musica è questo e tanto altro ancora.
Quando la sera vado a dormire ripongo sul comodino, a fianco del letto, tutti i miei affetti. Lì vicino metto anche la musica. Quando mi sveglio controllo che tutto ci sia ancora.

Come è nata l’idea di questo Festival?
È nata da uno stimolo di Gianfranco Bedin, responsabile dell’area educativa della Fondazione Don Gnocchi. L’idea iniziale era di fare una festa musicale tra i Centri della fondazione, io ho colto la palla al balzo per organizzare un evento di più ampie proporzioni. Paolo Perucci è il direttore del Centro “E. Bignamini” di Falconara, che organizza il Festival e presso il quale collaboro come musicoterapista. Da buon musicista dilettante ha da subito accolto con favore e appoggiato attivamente l’iniziativa, cercando di coniugare il ruolo riabilitativo del Centro con l’organizzazione di uno spazio pubblico di condivisione della bellezza che più sprigionarsi dalla disabilità.

Cosa ti ha spinto a organizzare un evento come questo Festival?
Mi ha spinto la volontà di creare un momento di autentica comunicazione e condivisione di emozioni tra i cosiddetti normali e coloro che, eufemisticamente, oggi definiamo diversamente abili. L’idea è di creare i presupposti affinché almeno per un giorno si possa realizzare quell’utopia che si chiama integrazione. L’unico medium che possa creare tali presupposti credo sia il linguaggio musicale.
Uno dei luoghi comuni più banali sulla musica è che sia un linguaggio universale. In realtà la musica è effettivamente universale ma non nel senso normalmente considerato, bensì perché, per dirla con il Gardner della pluralità delle intelligenze, è una facoltà intellettiva autonoma e come tale, indipendente dal livello cognitivo della persona. Quindi c’è a prescindere dal deficit cognitivo. È
quindi universale perché è propria di ogni individuo, anche in assenza di funzioni quali la parola, il pensiero logico, il movimento, ecc.
Organizzare il Festival è quindi dare la possibilità a persone disabili di presentare un’immagine di sé attraverso la propria musicalità, al di là del deficit; fornire uno spazio di espressione, di comunicazione effettiva e di dignità.
È doveroso specificare come sia possibile che persone non vedenti, sorde o con qualche impedimento fisico diventino ottimi musicisti, gli esempi non mancano, da Beethoven a Bocelli passando per Petrucciani e via di seguito. Tuttavia è molto meno scontato che diventino buoni musicisti individui affetti da un ritardo mentale che può rendere loro difficoltoso qualsiasi altro semplice apprendimento.

Ti sei avvalso di collaborazioni esterne per la riuscita dell’evento?
I primi a darmi la disponibilità a collaborare sono stati alcuni colleghi musicoterapisti con cui intrattengo da anni un confronto professionale. Il loro sì è stato da subito caloroso e incondizionato. Poi sono arrivate le istituzioni pubbliche che si sono dimostrate subito sensibili alla manifestazione.

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai/avete incontrato?
La difficoltà maggiore è stata quella di presentare gli artisti in modo da mettere in risalto il loro talento musicale lasciando in secondo piano l’handicap. Purtroppo il pubblico dei non addetti ai lavori non sempre ha avuto questa percezione positiva. Ad esempio l’esibizione di una cantante in carrozzina dalla voce bellissima ha suscitato in alcuni spettatori il senso di angoscia, acuito proprio dal contrasto tra la bellezza della musica e un dato esistenziale dell’artista percepito come triste. Devo precisare che questo genere di feedback è pervenuto solo da persone che non hanno mai avuto una relazione stretta con un soggetto disabile. Da parte di educatori, insegnanti e altri operatori del settore il feedback è stato solo positivo. Su questo aspetto sto comunque riflettendo per trovare una formula per un evento che possa suscitare solo sensazioni positive.

Quali sono stati gli aspetti positivi di questa esperienza?
La risonanza affettiva che ho riscontrato è stata fortissima. Ho raccolto le impressioni commosse di ospiti, operatori, genitori. Abbiamo scoperto straordinari talenti musicali. Abbiamo dato un palcoscenico a molti che non sapevano di essere ottimi musicisti e al Festival hanno scoperto di saper entusiasmare un pubblico. Inoltre abbiamo stimolato tanti centri ad avviare un’attività musicale al loro interno.

Prima di questo Festival avevi già avuto modo di conoscere persone disabili?
Già da prima che mi occupassi di musicoterapia facevo assistenza come volontario presso il Centro “E. Bignamini” di Falconara. La musicoterapia mi ha consentito di coniugare la voglia di essere artista con l’urgenza, che ho da sempre, di mettermi al servizio del prossimo.

E… musicisti disabili?
Nella musica nessuno è disabile.

Che messaggio vorresti arrivasse al pubblico con questo Festival?
Il Festival intende proporre un approccio alla disabilità privo del distacco e dell’alone pietistico che investe generalmente il sentire comune. Il Festival vuole stimolare il pubblico a guardare a quello scrigno colmo di umanità che c’è dietro la disabilità. La musica credo sia la chiave giusta per questa apertura.

Secondo te il messaggio che volevi far arrivare è stato recepito dal pubblico?
Siamo soddisfatti ma alcuni aspetti del Festival vanno rivisti affinché il messaggio sia più efficace. L’epoca in cui viviamo non favorisce messaggi di questo tipo. La solidarietà non sembra essere più un valore così indiscusso in un mondo in cui essere è principalmente apparire; un mondo in cui un costante rumore di fondo ci impedisce di ascoltare noi stessi prima ancora che gli altri.

Che impatto emotivo hai avuto nell’ascoltare le esibizioni dei vari gruppi?
Abbiamo invitato alla kermesse gruppi da molte regioni italiane. Ogni gruppo ha una sua storia e un suo modo di lavorare: dalla word music al punk rock. Alcuni gruppi sono organizzati da musicisti professionisti, altri da musicoterapisti, altri da educatori con competenze musicali. L’impatto emotivo è stato forte e di grande sorpresa nel constatare come percorsi tanto differenti siano accomunati dal sentire comune di riabilitare attraverso la bellezza della musica. Molti di questi operatori si sono a loro volta sorpresi nel constatare che in giro per l’Italia in tanti portavano avanti il loro medesimo progetto.

E che cosa hai provato suonando con loro?
Entusiasmo e commozione.