Lettere al direttore - Risponde Claudio Imprudente

30/09/2011 - Claudio Imprudente

Ciao Claudio,
spero che il viaggio di ritorno sia andato bene!
Qui in Serbia è tornato il silenzio, e io sono ancora alle prese con il mio attacco abbandonico. Allora, per cercare di lasciare andare le cose per bene, ti scrivo alcune cose che avrei voluto dirti, quando ci siamo salutati; non ho potuto perché, come ti ho detto, mi sarei emozionata troppo, e magari mi si scioglieva il rimmel, ecc. ecc.

Allora, Claudio, volevo dirti che ho capito perché hai la bocca così grande: perché, quando ridi tu, da lì esce il suono dell’universo.

Tra tutte le persone nella vita di cui ho conosciuto parole e opere (non necessariamente di persona, anche persone di cui ho solo letto o sentito), mi è capitato solo in tre casi di pensare che, se avessi dovuto votare per una delegazione da mandare in altre galassie a rappresentare l’umanità, avrei votato per loro. Uno era Fabrizio de Andrè, e ce lo siamo già giocato.
Adesso voterei anche per te. Tu comincia a prepararti per viaggi interplanetari, non si può mai sapere! Certo, scegliere chi potrebbe accompagnarti, è un po’ dura... Ma una mezza idea ce l’avrei...

Torniamo a noi. Tu riesci a trasmettere a chiunque il senso e il verso dell’esistenza, credo.
Ma per quello che sono stata e sono io, per il mestiere che cerco di fare, e anche per il sentiero personale che sto ancora cercando, tu sei un lampadiere.
Diceva Tom Benettollo (un altro che ci siamo già giocati): “In questa notte scura,/ qualcuno di noi, nel suo piccolo,/ è come quei lampadieri che,/ camminando innanzi,/ tengono la pertica rivolta all’indietro,/ appoggiata sulla spalla,/ con il lume in cima.
Così,/ il lampadiere vede poco davanti a sé,/ ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri./ Qualcuno ci prova./ Non per eroismo o narcisismo,/ ma per sentirsi dalla parte buona della vita. Per quello che si è./ Credi”. Io ci credo.

Continua con la tua buona vita, Claudio, io cercherò dalle mie parti di fare del mio meglio.
Levo in alto il bicchiere con il mitico spritzer, e brindo guardandoti negli occhi, nella più squisita tradizione serba.

Cristina Roccella

Ho appena messo la Racchia in frigo… La Racchia non è una donna di brutto aspetto, anche perché non ho un frigo così capiente. È invece la tipica grappa serba, una grappa dura, forte, che i serbi bevono mattina, pomeriggio e sera, prima, durante e dopo i pasti. Quando ero là, per non mancare di rispetto e per curiosità verso le usanze locali, mi sono adeguato volentieri ai loro ritmi. Ma la Racchia è servita anche ad affrontare il viaggio di ritorno… Piuttosto rocambolesco, o carambolesco: per la prima volta in vita mia sono salito su uno di quegli aerei con l’elica davanti, e sembrava di essere in un film di guerra ambientato durante il primo o secondo conflitto mondiale… modello “Barone Rosso”. Ma torniamo, cara Cristina, alla tua lettera. Leggendola, un po’ come quando mi capita di ascoltare “Canzone per un’amica” (per capirci quella che inizia con “Lunga e diritta correva la strada…”), ho avvertito la vaga necessità di toccare ferro o qualcos’altro. Perché le persone di cui parli, de Andrè e Benettollo, come dire, ci guardano entrambe dall’alto (da più in alto del Barone Rosso), e io ancora posso accontentarmi di guardare gli altri negli occhi… Insomma, la lusinga dei paragoni cedeva il passo alla forza della superstizione.
Posso farti una domanda? Ma qual è il suono dell’universo? Battiato canta “Tutto l’universo obbedisce all’amore”… Ma questo non ci aiuta a definirne il suono, dato che l’amore è un sentimento dalle mille sfumature… e, quindi, dai mille suoni…
È la prima volta che qualcuno mi dice che dalla mia bocca esce l’universo, solitamente le persone devono confrontarsi con altre fuoriuscite, forse meno nobili…
Però volentieri affronterei un viaggio intergalattico. Immagino già i disabili extraterrestri: se capitassero sulla Terra sarebbero doppiamente emarginati, ma non possiamo essere certi che io sui loro pianeti subirei una duplice emarginazione. Certo è che a Belgrado i disabili sono quasi degli extraterrestri, e questo mi ha fatto molto riflettere. Condivido con te qualche pensiero.
L’automobile per il trasporto disabili che ho utilizzato quando ho lavorato nella capitale serba, guidata dall’ottimo Boban, ho scoperto essere l’unica della città, e nei giorni in cui l’autista è stato a nostra disposizione, in tutta Belgrado non era disponibile nemmeno un mezzo che potesse garantire quel servizio di trasporto.
Ma la dis-organizzazione dei trasporti di Belgrado non è che il sintomo visibile di una situazione generale che tende all’esclusione sociale tout court delle persone disabili… gli extraterrestri, i mutanti del caso! Le strutture e le politiche sociali, infatti, dipendono direttamente dalla visione che abbiamo di certi fenomeni, dalle priorità che riconosciamo come tali, dal valore che attribuiamo a determinati bisogni, esigenze e desideri. È allora la (sovra)struttura culturale a determinare l’esistenza di una precisa struttura organizzativa dei servizi e delle politiche che riteniamo essenziali. È dalla visione del mondo che discendono certe pratiche, difficilmente avviene il contrario. Cerco di spiegarmi meglio.
Se a Belgrado le persone disabili vivono tutte in istituti, che bisogno c’è di immaginare un sistema di trasporti che possa facilitare la loro azione e la loro visibilità nella scena sociale? Se il pensiero prevalente, la cultura diffusa riconoscono ancora come legittime le politiche di “istituzionalizzazione” delle persone con deficit, prevedo che non sia facile decretare “dall’alto” politiche di segno diverso. Devono prima trovare spazio e diffondersi idee e sensibilità differenti… Altrimenti si continua ad accogliere i mutanti a colpi di cannone…
So che le cose non sono così semplici e lineari, e che spesso i cambiamenti più significativi sono dovuti alla forza del pensiero di poche persone (Basaglia, ad esempio) o di pochi attori sociali, e che molte istanze si sono affermate dapprima come voglia di riscatto da parte delle famiglie, delle associazioni più direttamente interessate… Ma queste, in Italia e altrove, hanno trovato col tempo canali di vario tipo per diffondersi, per intraprendere il cammino che potesse renderle di dominio e attenzione pubblici. Di farsi cultura visibile e condivisa.
A Belgrado, questo il sentire comune, “deistituzionalizzare” vorrebbe dire solamente creare dei problemi laddove non esistono… Perché complicarsi la vita? Perché rischiare di immettere sul mercato del lavoro dei potenziali concorrenti?
Quello che manca, evidentemente, non sono le persone disabili, ma una cultura sufficientemente diffusa che, al contrario, voglia problematizzare la questione e renderla oggetto di riflessione e, poi, di azione politica che possa incidere materialmente sulla vita di tante persone.
Perché vi ho raccontato l’episodio di Belgrado? Intanto per rispondere a Cristina, poi… Non per fare confronti con la situazione in Italia, ma perché ai miei occhi ha confermato l’importanza dell’aspetto culturale per mantenere alta la “tensione” e l’attenzione su certi temi, proprio qui in Italia. C’è ancora strada da fare e sopratutto tanta “materia” sulla quale vigilare perché non si facciano passi indietro. Non possiamo mai dare per scontata l’impermeabilità del tessuto sociale a certe derive: è necessario di conseguenza portare avanti parallelamente un discorso sui servizi, le leggi e le opportunità materiali, e uno, ripeto, essenziale, che si rivolga agli aspetti culturali. Ben sapendo che le involuzioni in questo campo sono più difficili da prevedere, cogliere e, poi, contrastare.
Il viaggio a Belgrado è stato quasi un viaggio nel tempo, non proprio un viaggio interplanetario: rispetto alla disabilità sembrava di essere tornati all’Italia degli anni ’60-’70, quando i Beatles spopolavano. Eppure, “ritornato al futuro”, è servito per accrescere la consapevolezza che l’azione di vigilanza nel nostro Paese va praticata con tenacia ancora maggiore. Vedi, Cristina, che il tuo ragionamento sui “lampadieri” è davvero attuale: lampadieri per indicare una via e lampadieri per far luce anche su quanto di buono già esiste e deve essere conservato. Tu, Cristina, e voi, lettori, siete tutti arruolati!
Dimenticavo: Cristina, grazie per le fotografie della trasferta, le ho subito caricate sul mio profilo di Facebook.
Buona Racchia a tutti!
 

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