Di Giovanna Di Pasquale e Emanuela Marasca

 Nell’approfondire il tema di questa monografia, il binomio musica e disabilità, siamo partite da ciò che con chiarezza non volevamo fare più che da certezze ed indicazioni sicure su cosa cercare ed ottenere. Non abbiamo voluto affrontare cioè la questione dal punto di vista delle finalità educative e riabilitative che la musica può svolgere, in particolare nei confronti delle persone, giovani o adulti, che vivono con una disabilità o in condizioni di difficoltà specifiche.
Ci ha interessato, invece, mettere al centro di questo lavoro il fare musica, le esperienze musicali che hanno come nucleo forte la ricerca di significati espressivi ed artistici, le persone disabili che suonano per passione ed interesse, a volte per professione.
Nostro desiderio è stato quello di fare emergere esperienze che partono da un credere collettivo in questa forma potente ed ancestrale dell’esistenza e attivano una serie di capacità per creare e dare possibilità alle persone di dire di sè attraverso quest’arte, ognuna secondo modi e stili specifici. Desiderio, quindi, di conoscere musicisti o gruppi che riescono a esprimere un proprio modo di stare in quella casa comune che è la musica.

Le domande
E’ stato un impegno di grande coinvolgimento anche emotivo, che ci ha dato la possibilità di conoscere e documentarci su esperienze, iniziative e progetti che da un territorio a noi vicino si aprono verso il mondo e dialogano con il tempo. Artisti, musicisti singoli o gruppi musicali, professionisti o semplicemente persone che con la loro dote di creatività sono riusciti a far emergere attraverso lo strumento, la voce, il corpo, una semplice melodia o una complicata sinfonia, un concerto o solamente una canzone, un ritmo cadenzato o incalzante. Sono riusciti a lasciare un segno di sé.
Il percorso di realizzazione di questo nostro lavoro è iniziato da una molteplicità di domande, che si sono riproposte in più fasi e che hanno di fatto orientato la direzione, fornendo ulterori stimoli all’esplorazione del terreno su cui ci siamo mosse.
La musica richiede studio, passione, conoscenze, competenze, coinvolgimento, uso di tecniche specifiche e strumenti.
Tutto questo cosa attiva, diventa, come si trasforma quando chi fa musica ha una disabilità?
Quanto conta il risultato/prodotto (ciò che si ascolta) e quanto invece il percorso (ciò che si sperimenta)?
Cosa significa per una persona disabile stare sul palco?
Che “messaggio” manda con la sua musica, con il suo corpo, con le sue tecniche? Qual è il messaggio che viene recepito dal pubblico?
Che immagine la persona disabile vuole passare? Che immagine arriva ?

Le risposte?
Forse alcune risposte le abbiamo anche ottenute o comunque ci portiamo a casa alcune convinzioni.
C’è una dimensione ambigua molto forte che marchia il rapporto tra la musica e la disabilità, ambiguità che non esaurisce quindi i termini di questo collegamento in una sola possibilità ma la amplifica verso direzioni diverse. D’altra parte l’ambiguità può essere una risorsa preziosa per avvicinarsi alle situazioni tentando una comprensione che possa anche consentire di portarle un po’ con sé.
Per molti aspetti la musica è il campo delle espressioni con più contrasti e diversità al suo interno, diversità che non sono solo stilistiche ma fondanti, riguardano il senso, la funzione, la struttura stessa della musica
Per questo potremmo aspettarci che l’ambito musicale sia capace di un’“accoglienza” naturale rispetto a chi vi si avvicina a partire da una condizione di disabilità cioè anche di diversità. E in parte questo accade ed è accaduto, anche se nessuno meccanismo è dato ma questo forse ha anche a che fare con la difficoltà di trovare oggi le “perle nascoste” nella compatta ed omogene offerta di musica da grandi numeri…
Molti musicisti hanno avuto modo di riconoscersi la possibilità di un talento (se non di vero e proprio genio) e di essere riconosciuti come tali. E questo riconoscimento è avvenuto sotto il segno della musica e non del deficit. Come ben esemplificano le parole di Evelyn Glennie, percussionista di fama,“io spero che il pubblico sarà stimolato da quello che dico attraverso il linguaggio della musica e che lasci la sala del concerto col sentimento di essersi piacevolmente divertito. Se il pubblico invece continua a chiedersi soltanto come una musicista sorda possa suonare le percussioni, allora avrei fallito come musicista. Per questa ragione la mia sordità non è menzionata in nessuna delle informazioni fornite dal mio ufficio stampa o dai promotori dei concerti” (1)
Dentro questo meccanismo gioca un ruolo determinante l’assenza di riferimenti diretti alla propria vita che tende a sfuocare o a mettere addirittura fuori dal quadro visibile la convivenza quotidiana con la disabilità che c’è e contemporaneamente non c’entra, pur essendo uno dei motori del processo creativo perché dato non negabile della storia personale. Come dire, ognuno certo fa musica come sa ma anche per ciò che è.
C’è nelle storie che presentiamo un grande voglia di appartenenza a bisogni comuni, suonare, divertirsi e fare divertire, provare e dare piacere, stare insieme nella forma di comunizione profonda che la musica può essere. C’è la forza di chi si ritrova a fare musica con lo stesso intento degli altriaccettando l’invito: “balla, balla e tiene il tempo, piede che batte con lo stesso intento, dare suono e calore intenso..”(2)
E ci sono le singolarità e i modi con cui le persone pensano e vivono la propria disabilità nel proprio essere musicista: con pochi accenni o con ironia pensosa, mettendola al centro di una rivendicazione più ampia, con altre sfumature che in parte ritroverete nei contributi di questo numero.
Essere a pieno titolo in una comunità di musica, accettando il confronto-incontro sul livello delle capacità; esserci anche con il bagaglio di cui si dispone: è il doppio binario che queste storie percorrono. Non in modo esclusivo ma certo con una dose di determinazione e spinta che non si fa dimenticare. Determinazione, energia e forza, caratteristiche queste che ci hanno portato a scegliere come titolo di questa monografia le parole centrali di una frase che, in chiusura, vogliamo riportare per intero
“Né la neve, né la pioggia, non il caldo e neanche il buio della notte potranno tenere lontano questi corrieri dal veloce completamento dei giri stabiliti”(3): come gli antichi corrieri dell’impero persiano a cui la frase si riferisce anche i musicisti che trovano spazio in queste pagine e molti altri ancora non sono stati e non potranno essere tenuti lontani dalle loro musiche

1) Evelyn Glennie, Saggio sull’udito in “Come l’aria nei polmoni” HP n
2) La banda di Piazza Carimento, Aprile da “Babelsound”, Promo Music PM CD 0815<br>
3) Gino Castaldo Il buio, il fuoco, il desiderio. Ode in morte della musica, Einaudi Stile Libero, Milano, 2008