Lo sguardo del Sud - Disabili e comunità: l'inclusione come via per la pacificazione

27/09/2011 - di Nadia Luppi

La Repubblica di Liberia nasce come Stato nel XIX secolo, quando la Società di Colonizzazione Americana acquista il territorio, prima facente parte della Sierra Leone, per rimpatriarvi ventimila ex schiavi percepiti come un “problema sociale”. La conseguente e quasi totale concentrazione del potere nelle mani dei discendenti degli “americani” e l’esclusione delle etnie native continuarono fino al 1980 quando il generale Samuel Doe prese il potere con un colpo di stato e annunciò l’avvio di un processo di apertura democratica, una prospettiva che in realtà non divenne reale se non molto dopo. La Liberia è stata dilaniata da decenni di guerra civile, nei quali le mostruosità commesse da gruppi ribelli ed eserciti governativi hanno distrutto infrastrutture e legami sociali mentre gli equilibri internazionali e l’economia globale del lusso avevano un peso maggiore dell’estremo bisogno di pace di un intero popolo.
Ad oggi la Liberia è guidata dal governo presieduto da Ellen Johnson Sirleaf, prima donna Presidente in Africa, eletta regolarmente nel 2005.
In un paese nel quale circa l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, mentre il 74% delle donne e il 70% degli uomini è analfabeta e dove la guerra civile ha danneggiato i legami sociali più profondi, le condizioni di vita delle persone disabili sono drammatiche sotto ogni punto di vista: gli atteggiamenti discriminatori e l’esclusione sociale si sommano alla mancanza di servizi e di aiuti economici, alla miseria e alla mancanza di istruzione per i bambini.
Dal 1997 AIFO, Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau, collabora in Liberia con il Sampson Saywon Boah Institute (Ssbi), un’ONG locale che ha avviato il primo progetto di Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) in tutto il paese con l’obiettivo di promuovere l’inclusione sociale e l’autosufficienza economica delle persone disabili, favorendo la diffusione di atteggiamenti positivi da parte della comunità in cui esse vivono.
Per conoscere più da vicino il contesto liberiano nel quale il progetto di AIFO e Ssbi è stato implementato, abbiamo posto alcune domande alla Dott.ssa Simona Venturoli, project manager di AIFO.

La strategia della Riabilitazione su Base Comunitaria ha spesso dimostrato di essere una valida alternativa ad azioni di aiuto unilaterali e poco partecipate, che rischiano di non radicarsi nelle comunità che si propongono di aiutare. Cosa rende la RBC adatta anche al contesto liberiano? Qual è stata la risposta da parte della comunità?
Premesso che la RBC non è un modello preconfezionato ma una strategia flessibile e adattabile a qualsiasi tipo di contesto sociale e culturale, si rende preziosa anche in paesi come la Liberia dove i tessuti sociali sono stati minati alle fondamenta da un lungo e violento conflitto interno. Le cause della guerra civile sono complesse e profonde, ma è certo che tra queste abbia avuto una grande importanza la sistematica esclusione di una parte della società dalle istituzioni di political governance e dall’accesso agli assetti economici. Di qui si comprende come una pace duratura, conditio sine qua non per lo sviluppo del paese, può essere raggiunta solo costruendo e diffondendo una cultura della partecipazione e dell’inclusione. In questo senso la RBC diventa una risorsa non solo per le persone con disabilità ma per tutto il paese, perché promuove un’idea inclusiva del processo di sviluppo, dove la partecipazione delle persone con disabilità assume importanza strategica per il successo del processo di riconciliazione nazionale.
La RBC si è rivelata anche nel caso della Liberia una strategia fruttuosa perché capace di valorizzare le risorse locali, sia umane che tecniche, attraverso il coordinamento degli attori pubblici e privati, locali o internazionali che si occupano di disabilità. In questo modo i disabili non sono soltanto beneficiari del progetto, ma protagonisti attivi di esso con le proprie potenzialità. Si innesca in questo modo un circolo virtuoso nel quale la responsabilizzazione della persona disabile combatte l’atteggiamento passivo dilagante in comunità – come quella Liberiana – in cui la maggior parte dei disabili vive di elemosina e di aiuti esterni.
In Liberia il programma di RBC sta avendo un grande successo tanto che ha avuto inizio una sua ulteriore espansione nella Contea di Grand Bassa. La partecipazione finora è stata molto alta perché le persone con disabilità e i loro familiari hanno percepito fin da subito la dimensione comunitaria del programma, al quale sentivano di poter partecipare attivamente facendo proposte, perfezionandolo a seconda delle proprie esigenze, e traendone vantaggi concreti.

L’OMS stima che in Liberia vivano circa 231.000 disabili, ai quali bisogna aggiungere coloro che hanno contratto la propria disabilità a causa del conflitto, in combattimenti con armi da fuoco, per l’esplosione di mine anti-uomo o in seguito a violenze e torture. Gli atteggiamenti discriminatori, l’esclusione sociale, l’abbandono, sono problemi che riguardano entrambe le categorie o ci sono differenze a seconda della causa del proprio essere disabili?
Il rischio di isolamento, di esclusione sociale e di discriminazione colpisce tutti i disabili, ma non vi è dubbio che gli ex-combattenti con disabilità vivano una situazione privilegiata rispetto agli altri. Se è vero che a causa dei massacri e degli orrori commessi durante il conflitto tutti gli ex-combattenti – disabili o meno – sono percepiti dalla gente come un fardello, è altrettanto innegabile che molti programmi speciali sono stati implementati da Governo e cooperazione internazionale a loro vantaggio, per favorire il loro reinserimento sociale. L’isolamento di cui soffrono gli altri Liberiani disabili invece ha le proprie origini nelle credenze tradizionali. Quasi sempre si cercano le ragioni della disabilità – fisica o psichica – nel mondo degli spiriti e del maligno. Per questo motivo la disabilità viene spesso ricondotta a una punizione divina seguita al male commesso dalla madre, aggiungendo stigma allo stigma, senza che vengano fatti sforzi rilevanti per aiutare anche economicamente i disabili e le loro famiglie.

Che cosa accade in Liberia quando la disabilità si aggiunge all’essere donna? Come può essere d’aiuto la strategia della RBC? Ricordi un caso in particolare dove hai potuto osservare miglioramenti grazie al progetto di AIFO e Ssbi?
Quando la disabilità è donna le difficoltà aumentano. Spesso le donne con disabilità sono vittime di abusi sessuali e sono ancor più facilmente oggetto di scherno e di insulti.
Anche in questo caso la strategia di RBC aiuta moltissimo perché le volontarie del progetto, appartenenti alla stessa comunità di cui fanno parte le donne disabili, riescono meglio di chiunque altro ad avvicinarsi e instaurare una relazione con loro perché possono contare sullo stesso background culturale e sull’appartenenza al medesimo genere. Si tratta tuttavia di un processo di coinvolgimento molto lungo e faticoso, anche a causa della scarsissima fiducia che queste donne hanno in sé stesse.
Ricordo la storia di Cecile, che io stessa ho conosciuto qualche anno fa. Aveva 26 anni e viveva insieme ai genitori e alle sue tre bambine in una casa alla periferia di Monrovia. Quando ci videro scendere dalla macchina, i suoi famigliari capirono che eravamo lì per lei così andarono a chiamarla. La vidi avvicinarsi dal fondo del corridoio, con la più piccola delle figlie in braccio. Sentii pronunciarsi sul mio volto un sorriso che celava un forte imbarazzo perché Cecile era in grado di camminare soltanto sulle sue ginocchia trascinando il resto delle gambe che non riusciva a muovere. Pensai alla sua vita come a una quotidiana Via Crucis, percorsa tutta in ginocchio. I suoi volontari raccontavano come Cecile fosse perfettamente autonoma in tutto dentro casa mentre lei ci ringraziava per la sedia a rotelle che il progetto le aveva fornito, grazie alla quale poteva finalmente uscire, andare al mercato, recarsi in posti nuovi. Cecile era analfabeta perché non aveva frequentato alcuna scuola, ma grazie al progetto di RBC avrebbe ricevuto un piccolo prestito per avviare un’attività generatrice di reddito per poter crescere le sue figlie ed essere economicamente autosufficiente. Le chiesi quale fosse la causa della sua disabilità: mi rispose sicura che pur essendo nata sana, all’età di un anno le passò accanto un dragone maligno che la lasciò storpia.
Seppi che le tre bambine di Cecile erano figlie di tre padri diversi, tutti scomparsi nel nulla, e mi spiegarono che il progetto si stava occupando legalmente del caso per rintracciare gli uomini e fare in modo che si prendessero le loro responsabilità. Allora ero scettica, ma a distanza di due anni seppi che Cecile si era sposata con il padre della sua figlia più piccola. Grazie al duro e lungo lavoro di accompagnamento da parte dei volontari del progetto, paura e vergogna erano state sconfitte.