Sul grande schermo - L'acquisizione nasce da un atto d'oblio

27/09/2011 - di Luca Giommi

Tempo fa mi è capitato di leggere un’interessante intervista al comparatista Daniel Heller-Roazen, realizzata in occasione della pubblicazione in Italia del suo saggio Ecolalie. Saggio sull’oblio delle lingue (Macerata, Quodlibet, 2007, traduzione di Andrea Cavazzini).
A un certo punto l’intervista si concentrava sulla questione della “lallazione infantile” così come era stata affrontata da Roman Jacobson in “Linguaggio infantile, afasia e leggi generali della struttura fonetica”, secondo il quale un bambino riesce facilmente ad accumulare un enorme numero di articolazioni che nessuna lingua particolare possiede. Partendo da queste considerazioni, Heller-Roazen ha cercato di capire come sia possibile “dimenticare” questa capacità ricettivo-produttiva nel passaggio dalla fase prelinguistica a quella di apprendimento di una lingua. Riporto le parole del comparatista: “Il lavoro sulle afasie mi ha, in effetti, fornito un punto di partenza. Contiene una memorabile evocazione di ciò che Jacobson chiama ‘l’apice del balbettio’: uno stato […] in cui non si può porre alcun limite alle capacità fonatorie del borbottio infantile. In questo stato, per quanto riguarda l’articolazione, gli infanti sono capaci di tutto. Pur non parlando ancora, possono già produrre qualsiasi lingua umana, il tutto senza il minimo sforzo. Tanto più sorprendente, nota Jacobson, è il fatto che, “quando il bambino passa dallo stadio prelinguistico all’acquisizione delle prime parole, perde interamente la sua capacità di produrre dei suoni”. Non solo non può più produrre quei suoni contenuti nel suo balbettio che non servono nella sua nuova lingua, ma molti suoni comuni al balbettio infantile e al linguaggio adulto spariscono anch’essi, ora, dal repertorio linguistico dell’infante. Solo a questo punto può dirsi veramente iniziata l’acquisizione di una singola lingua. Il mio libro Ecolalie inizia con alcune riflessioni su questo evento che […] costituisce una sorta di mito dell’origine del linguaggio. Come ogni mito, anche questo suscita delle domande. Che cosa succede ai molteplici suoni un tempo emessi facilmente dall’infante? E che cosa ne è stato dell’abilità – che possedeva prima di apprendere i suoni di una singola lingua – di produrre quelli contenuti in tutte le lingue? È come se l’acquisizione del linguaggio fosse possibile solo attraverso un atto di oblio, una sorta di amnesia linguistica infantile (o amnesia fonica, dato che ciò che l’infante sembra dimenticare non è il linguaggio, ma una capacità infinita di articolazione). Forse l’infante deve dimenticare le infinite serie di suoni che poteva un tempo produrre ‘all’apice del balbettio’ per padroneggiare il sistema finito di consonanti e vocali che caratterizza una singola lingua. Forse la perdita di un arsenale fonetico illimitato è il prezzo da pagare per ottenere i documenti che gli garantiscono piena cittadinanza nella comunità di una singola lingua”.
Questa parole mi sono tornate in mente mentre assistevo alla proiezione di Hear and Now, al quale sembravano adattarsi in maniera perfetta, al di là delle (tante) differenze del caso.
Sono, in un certo senso, la descrizione del momento di una scelta, per quanto involontaria, della dismissione di una particolare capacità in presenza della quale sarebbe forse impossibile acquisirne un’altra, necessaria e propedeutica allo sviluppo di competenze ulteriori.
È necessario abbandonare, dimenticare il possesso di tutti i “suoni” per accedere a una lingua finita e condivisa. Una declinazione specifica della più generale necessità di abbandonare qualcosa (di sé e non solo) per poter aver accesso alla vita sociale.
Hear and Now è un documentario sulla storia dei genitori della regista, Paul e Sally Taylor, entrambi sordi dalla nascita, che decidono di sottoporsi all’età di sessantacinque anni all’applicazione di un impianto cocleare, un’operazione che potrebbe dar loro la capacità di udire. Il film è un ritratto intimo che segue il viaggio dei due coniugi da un “confortevole” mondo di silenzio a un nuovo e complicato mondo di suoni. Il legame di parentela tra la regista, Irene Taylor Brodsky, e i protagonisti ha consentito una vicinanza estrema della telecamera a Paul e Sally e un accesso fluido, mai artefatto, all’intimità dei corpi e degli spazi della realtà filmata. L’appuntamento con un’operazione potenzialmente destabilizzante fornisce l’occasione per “aprire” la narrazione a momenti di ricordo spesso incredibilmente densi: il racconto di quando Sally smise di cantare alla figlia ancora bambina essendosi accorta che quest’ultima cominciava a percepire come anormale, o non completamente conformi alla normalità, la sua voce e, con la voce, la madre in sé. O il ricordo di quegli eventi della vita quotidiana che rivelavano progressivamente alla regista la vulnerabilità dei propri genitori, nonostante la loro capacità di adattarsi ottimamente alle “regole” del mondo.
Ancora, le sequenze in cui Paul e Sally rivivono il passaggio, traumatico per entrambi, dalla scuola privata per sordi alla scuola pubblica per tutti.
O il ricordo delle invenzioni del sig. Taylor, come il videotelefono, che permetteva ai due coniugi la lettura del labiale e quindi di stabilire comunicazioni e contatti a distanza: una sorta di “scoperta” della distanza, della non-prossimità.
Il film può essere letto anche come il racconto di una storia d’amore che, a un certo momento, deve affrontare un ostacolo e, insieme, sperimentare una possibilità, entrambi frutto di una scelta volontaria condivisa, che riguarderà, forse con esiti diversi, i due protagonisti: in ultima istanza, essi non sanno come usciranno da questa prova, da questo tentativo, tanto singolarmente quanto come coppia. Hanno sempre condiviso la stessa condizione di sordità, hanno condiviso la scelta di operarsi, ma non sanno se condivideranno le stesse condizioni di vita successive all’operazione, non sanno se sentiranno allo stesso modo, se reagiranno allo stesso modo.
Ma, al di là degli aspetti legati alla vita della coppia, l’approssimarsi dell’operazione, del cui esito definitivo non sappiamo niente fino alla fine del film, coincide con il sorgere di numerosi dubbi da parte della regista e dei diretti interessati: come si trasformerà la relazione tra loro e con i propri figli? Cosa potranno guadagnare o perdere per sempre? Cosa saranno Paul e Sally dopo l’intervento? Sordi che sentono? Sordi e non sordi allo stesso tempo?
È a questo punto che il ricordo delle parole di Heller-Roazen si fa attuale e applicabile al documentario: così come l’infante deve “dimenticare” per “acquisire”, allo stesso modo il problema principale per i coniugi Taylor non è tanto la riuscita tecnica dell’operazione chirurgica, quanto la loro capacità, una volta inserito l’impianto cocleare, di imparare a udire. I signori Taylor non sono bambini, ma, come il bambino che inizia a parlare per la prima volta, così loro si apprestano a udire per la prima volta, a quasi settant’anni d’età, e questo comporta difficoltà ancora maggiori nella gestione e nel processo di conoscenza dei suoni.
Perché udire è innanzitutto imparare a non-udire quello che non si vuole o non si può, è la capacità di sapersi sintonizzare su quello che si vuole, di selezionare tra i suoni e i rumori, di scegliere un flusso sonoro tra i tanti compresenti. Non è sufficiente poter udire, occorre saper udire. Dobbiamo imparare a non udire tutto per sentire qualcosa. Il destino dell’uomo, almeno in questo mondo, non è l’onnipotenza…

Hear and Now

Durata: 84’
Regia: Irene Taylor Brodsky
Montaggio: Irene Taylor Brodsky, Geoff Bartz (Supervising Editor)
Fotografia: Irene Taylor Brodsky, Crofton Diack
Musica: Original Music by Joel Goodman
Suono: Michael Gandsey
Produzione: Irene Taylor Brodsky, Eve Epstein (Senior Producer), Sheila Nevins (Executive Producer, HBO), Sara Bernstein (Supervising Producer, HBO)
Nazionalità: USA
Anno: 2007
 

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze