Donne con le gonne - "L'essenziale è invisibile agli occhi" : storia di una badante

27/09/2011 - di Annalisa Bolognesi

Quasi tutte donne, quasi tutte straniere. Capita di poterle scorgere nei parchi delle nostre periferie mentre accompagnano un anziano a contemplare il verde, oppure d’intravederle mentre sostengono la solitudine e il disagio fisico di chi da solo non va più da nessuna parte. Ma più spesso stanno nelle nostre case, a prendersi cura di persone che in molti casi non possono uscire.
Così, un po’ nell’ombra, un po’ nell’indifferenza trascorre la vita di molte badanti, tra la necessità di mettere da parte i soldi guadagnati e il desiderio di tornare al proprio paese.
Dietro ognuna di loro c’è però un racconto, una storia mai conosciuta. “Vite” che divengono immagini di immigrazione, di lavoro e cura, talvolta di sofferenza e, quasi sempre, di sacrificio.
Sono storie di donne che chiedono di essere ascoltate, conosciute, raccontate: senza retorica però, senza pietismo, senza troppi consigli su come poter fare una vita diversa. Ed è per questo che ho deciso di incontrare Mariana.

Conosco Mariana attraverso “Casa Base”, l’agenzia che le ha trovato lavoro e che si occupa proprio di fare da tramite tra le lavoratrici straniere e le famiglie in cerca di una badante. “Amor, io se posso fare qualcosa lo faccio molto volentieri… Mi piacerebbe fare l’intervista!” – mi dice la prima volta che la sento al telefono. Immediatamente intuisco la sua voglia di raccontarmi di sé e con quel “Amor” inevitabilmente mi avvicina già alla sua vita.
Ha cinquant’anni ed è originaria dell’Equador. Subito mi dice anche che la signora per cui lavora e da cui lei vive abita a poco meno di un chilometro da casa mia. “Strano” – penso però appena la incontro – non l’ho mai notata in giro per il quartiere”.

Ci sediamo al tavolino di un bar e prendiamo un caffé.
“È un anno e due mesi che sono qui in Italia” – mi inizia a raccontare ancor prima che io le faccia una prima domanda –. “Ho scelto questo paese perché qui abita da anni una parte della mia famiglia: mia figlia, il mio genero, mio fratello e mia sorella”. Mariana ha il tono di voce un po’ indolente come se sapesse di dover fare questo preambolo. “In realtà sono venuta con mio figlio più piccolo, quello di diciotto anni, ma lui in Italia non si è trovato bene ed è voluto tornare da solo in Equador”.
Cerco attraverso i miei di occhi di farle capire che non sono per nulla in imbarazzo, che sono lì proprio perché non sono in difficoltà davanti alle sue emozioni.
Ora il figlio di Mariana sta studiando all’Università per entrare in marina e lei lavora anche per aiutarlo, perché il percorso di studi che ha scelto è molto oneroso per loro.
Ma i soldi servono anche per poter riaprire un giorno la sua attività, il suo ristorante nel suo paese che ora ha dovuto chiudere perché necessitava di lavori di ristrutturazione piuttosto costosi.

Mi accorgo, mentre Mariana mi parla di quando avevano il loro locale, di come osserva gli altri tavoli, la disposizione, le altre persone e, più di tutto, cosa gli altri mangiano. “La cucina equadoregna è molto buona, molto sabrosa” – mi dice. E così inizio a scoprire piatti fantastici: Mariana è una cuoca dalle mille ricette e mi colpiscono le sue attente analisi su come si cucina il pesce e su come nella sua regione vengono preparati certi alimenti.
Così, parlando di cucina e del lavoro in Equador, inizia a sciogliersi ogni imbarazzo e Mariana si apre con me, sulla sua vita, sui suoi ricordi, sul suo lavoro.

Il lavoro di badante non è certo ciò che sperava, ma è l’unico che sia riuscita a trovare e sa che questa è già di per sé una piccola fortuna. “Al mio paese ho una laurea in contabilità e prima di aprire il ristorante ho lavorato al Ministero delle Finanze. Ma qui in Italia non c’è uguaglianza. Noi donne straniere, anche se abbiamo studiato, riusciamo a trovare lavoro solo come badanti. Ho persino amiche medico che fanno le badanti” – mi dice con rassegnazione.
Quello di Mariana è anche un lavoro molto faticoso, perché si deve prendere cura di una persona di ottantasette anni con ridotte capacità cognitive e immobilizzata in un letto. “Lavoro dal lunedì al sabato tutto il giorno e anche tutta la notte, perché dormo in casa della signora” – mi racconta. “La difficoltà del mio lavoro è proprio che non ci si ferma mai: se la signora ha bisogno e mi chiama alle due di notte io devo svegliarmi per andare da lei e calmarla o darle una mano. Molto raramente riesco a muovermi di casa, perché lei non può uscire e io devo rimanere lì, visto che non può essere lasciata sola. Ci vuole tanta pazienza e tanta buona volontà”. Le sorrido compiacente. Vorrei solo dirle, senza timore di apparire superficiale, che la comprendo pienamente.
Ma oltre la pazienza e la volontà il lavoro di Mariana richiede anche una certa esperienza e capacità nell’ambito dell’assistenza di base; oltre a pulire la casa e fare da mangiare alla signora, Mariana si deve prendere cura di lei fisicamente: lavarla, pulirla, alzarla da letto, assisterla insomma in tutte le esigenze quotidiane che può avere una persona anziana con una grave disabilità fisica e mentale.
Mariana, pur avendo avuto tutt’altre esperienze lavorative, aveva già assistito sua nonna, malata grave, quand’era nel suo paese. Ma prendersi cura di un estraneo è un’altra cosa. “Quando ero al mio paese avevo accudito mia nonna e questa esperienza mi è servita tanto, perché ho imparato a fare molte cose che oggi mi sono tornate utili” – mi dice. “Ma farlo per lavoro è diverso. Prima di lavorare per questa famiglia mi prendevo cura di un anziano, un uomo, e dovere lavarlo e pulirlo era molto imbarazzante, sia per me che per lui”. Mariana abbassa gli occhi e fa una risata nervosa.

Prendersi cura di una persona anziana o con una grave disabilità crea poi vincoli di enorme intensità; l’assenza del reale legame affettivo o parentale non consente attimi di stacco, non ci si può permettere di sfogarsi; talvolta si litiga, non ci si trova bene, si discute, ma non si può certo uscire di casa sbattendo la porta. “La signora sgrida molto” – mi ripete spesso Mariana. “Ha dei disturbi mentali, quindi molto spesso si arrabbia e si sfoga con me. Io sopporto. Ho bisogno di lavorare e non posso fare altro”.
Sembrerà un luogo comune, ma, anche in questi casi poi ci si lega. Mariana e la signora che assiste, in fondo, passano molto più tempo insieme che non con le proprie famiglie e, alla fine, nonostante il rapporto e le frequenti discussioni, si finisce per volersi bene o, forse, vedersi insieme in un comune percorso.
“Mia figlia mi dice sempre che, se la signora mi sgrida molto, è perché l’ho fatta affezionare troppo, l’ho un po’ viziata” – mi dice scherzosamente. “So che mi vuole molto bene e anch’io sono molto legata a lei, perché penso che un giorno potrei trovarmi in una situazione simile e spero che quello che sto facendo ora per questa persona qualcuno lo faccia un domani per me. È la legge della compensazione: hoy por ti magnana por mi, diciamo in Equador”. (trad: Oggi per te, domani per me, NdR).
Ripenso alla sua frase mentre la guardo. Poi penso a sua figlia che la rincuora e le dà forza e coraggio, penso a cosa sia per lei ascoltare le difficoltà della sua mamma, sapere che fa la badante qua in Italia, lontano dalla loro terra, dal loro ristorante, dall’altro figlio. Penso alla stima e al grande amore che sostiene il loro legame.

Ci alziamo e ci avviamo verso la casa della signora. “Ciao Mariana, grazie di cuore”. “De nada amor, grazie a te per il caffé”.
Mi dà un bacio veloce, ma sentito.
“Abitiamo vicine” – penso ancora una volta tra me e me.
 

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