Il magico Alvermann - La posta del cuore secondo David Grossman

27/09/2011 - a cura di Roberto Parmeggiani

Professionisti del giornalismo, soubrette più o meno incapaci, donne, uomini, preti e psicologi, cantanti e politici hanno reso la posta del cuore una delle rubriche più presenti e più lette della stampa nazionale (e non solo), facendola diventare un importante strumento di assistenza sociale, di sostegno e di consiglio, uno spazio virtuale nel quale riversare le proprie pene d’amore e trovare consiglio.
Chi non ha avuto, in adolescenza come in età adulta, l’istinto di mettersi lì e raccontare i propri dilemmi d’amore a una persona più o meno sconosciuta?
In questo, infatti, sta il segreto della longevità della posta del cuore: la non conoscenza tra chi scrive e chi legge. Questo elemento permette a chi scrive di non avere remore, di raccontare tutto, di fare dichiarazioni che mai avrebbe fatto, di piangere o esaltarsi senza vergogne; permette invece a chi legge di offrire un punto di vista non pregiudiziale, né in positivo né in negativo, di dare consigli spassionati e offrire un’opinione senza peli sulla lingua.
Spero quindi non si offenda David Grossman – lo scrittore contemporaneo che stimo di più – se mi permetto di paragonare e un po’ trasformare il suo Che tu sia per me il coltello in una sorta di lunga posta del cuore.

Myriam,
tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso. Ti ho vista l’altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamata “professoressa”. Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. È tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me (ogni tanto) scrivendo. Non che la mia vita sia così interessante (non lo è, e non mi lamento), ma mi piacerebbe darti qualcosa che altrimenti non saprei a chi dare. Intendo qualcosa che non immaginavo si potesse dare a un estraneo. Inutile dire che questo non comporta obblighi da parte tua, non devi fare nulla (sono quasi certo che non mi risponderai).

(Brano tratto da David Grossman, Che tu sia per me il coltello, Milano, Mondadori, 1999, p. 11)

Yair,
un giorno hai visto Myriam di lontano, mentre si stringeva nelle braccia, un gesto impercettibile che solo tu percepisci. Basta questo per scatenare in te un sentimento di commozione e di passione, che ti spinge a scrivere a quella donna vista solo da lontano.
Non vi conoscete, ma iniziate a scrivervi. E vi scrivete d’amore, del vostro amore.
Si sviluppa quindi un carteggio tra due sconosciuti che parlano d’amore, delle difficoltà e degli slanci del cuore, della passione e della paura.
Tu diventerai il coltello per lei e viceversa, penetrerete e taglierete fino in fondo la vostra intimità, separerete, con questo incontro, un prima da un dopo.

Scrivo così a caso, per non pensare. Per resistere alla tentazione di sfogliare le pagine e di tornare a incontrarlo. Incontrare te. Tu, tu. Dove sei ora? Come fai a non sapere che qui c’è un regalo che ti aspetta? Come hai potuto non sentirlo? Sono stata con te un’intera settimana, attraverso le parole. Decine e centinaia di pagine prima di questo foglio. Mentre scrivevo mi sentivo come un guscio di noce in balia delle onde, e adesso penso che avrei dovuto aggiungere una premessa, all’inizio del quaderno, oppure un commento alla fine. Ma cosa avrei potuto scrivere? Forse quello che ti ho detto una volta: secondo me, svelare a una persona qualcosa che non sa di se stessa è un grande dono d’amore. Il più grande.
Ho anche pensato che se tu avessi letto le tue lettere in ordine cronologico, senza le mie, dalla prima all’ultima, avresti potuto scoprire parecchie cose sul tuo conto. Non solo “negative”, come quelle che tu, spesso, ti mostri ansioso di rivelare. Così avresti potuto cominciare a considerare te stesso da un punto di vista diverso, il mio per esempio. Ma ti dirò tutto questo quando ci incontreremo a tu per tu. Ora, ti prego, non disturbare, lasciamo in pace, Yair. C’è dell’altro che voglio scrivere qui.

(Brano tratto da David Grossman, Che tu sia per me il coltello, Milano, Mondadori, 1999, p. 240)

Myriam,
le vostre lettere, messe in ordine cronologico, descrivono l’abisso delle emozioni, sia femminili che maschili, con una chiarezza immediata.
Si legge l’animo umano, diventa comprensibile a tutti, stralci d’amore che parlano la stessa lingua del cuore di noi lettori.
Come una montagna russa ci si sente lontani e poi subito vicinissimi al sentimento che esprimete, così tanto che a volte ti coglie il desiderio di chiudere il libro, per quanto ti faccia sentire nudo, svelato. Ma non puoi, perché speri che, lettera dopo lettera, questo dialogo sveli qualcosa in più di te stesso, di ciò che anche tu fatichi a comprendere.

Tu sai che sono un po’ lenta, tanto più se paragonata a te. Ma da ieri la mia mente si va schiarendo e capisco facilmente cose che prima mi sembravano complicate. Per esempio, che in nessun caso vorrei voltare le spalle a quello che c’è tra noi. Sono disposta ad aspettare quanto occorre, quanto ti occorre. Perché “quello che c’è tra noi” merita l’attesa. Anzi, c’è tempo. Così mi sembra oggi. La vita è lunga e anche un mazzetto di trenta colchici è splendido. Yair, non credo che tu sia la persona in grado di guarirmi dalle ferite interiori; ma forse, in questa fase della mia vita, non ho tanto bisogno di un medico quanto di una persona che ha una ferita simile alla mia.
(Brano tratto da David Grossman, Che tu sia per me il coltello, Milano, Mondadori, 1999, pp. 244)

Yair, Myriam
avete ferite comuni, dolori e fatiche quotidiane, insoddisfazioni e disfatte.
Ferite come radici, dalle quali trae nutrimento il vostro amore virtuale, come davanti a uno specchio riconoscete la vostra vita in quella dell’altro.
In questa terra di mezzo, nella quale ciò che non si conosce diventa conosciuto, sperato e desiderato superate le paure mantenendo una distanza di sicurezza. La corrispondenza diventa un mezzo per esprimere e raccontare la passione mantenendo uno spazio difeso dentro il quale muoversi, evitando quindi un confronto effettivo e definitivo con la realtà.
O forse no.
In fondo anche la vostra corrispondenza è reale, molto più di tante storie d’amore nelle quali viene meno proprio la comunicazione dei sentimenti più profondi, nella quale la nudità fisica va a sostituire quella dell’animo, ben più preziosa e difficile da raggiungere. Yair e Myriam, in fin dei conti siete nudi, uno di fronte all’altra, perché, lettera dopo lettera, vi siete svelati.
Una nudità però solo apparente, troppo fragile.

Sai, in quest’ultimo periodo ho pensato che abbiamo parlato sempre poco di cose che andassero al di là della nostra sfera personale. Ricordo che più di una volta, prima di sedermi a scrivere, ho deciso di raccontarti almeno una cosa che mi era accaduta nel mondo “esterno”, di portare qualcosa della “realtà” nella nostra sfera. Di ampliarla un po’. Ma credo di non esserci mai riuscita. Quello che avevo da raccontarti di noi due era sempre più forte e impellente… Ma quanto tempo, secondo te, una cosa del genere può continuare senza stimoli esterni, quotidiani e reali? E quando tempo sarebbe trascorso prima che questa intimità ci soffocasse? Pensi che qualcuno possa effettivamente vivere così per tutta la vita? (Ora, in questo momento, sento che all’interno di questa intimità potrei davvero ricominciare a respirare)
(Brano tratto da David Grossman, Che tu sia per me il coltello, Milano, Mondadori, 1999, p. 292)

Yair, Myriam
la vostra stessa intimità vi ha soffocato, un’intimità alla quale è venuto a mancare l’ossigeno, un orizzonte ampio che le permettesse di guardare altrove. Il vostro è stato un amore che ha curato e che, come ogni cura, raggiunto l’obiettivo termina, prima di provocare un’altra malattia.
Ogni posta del cuore, in effetti, come la vostra, non può essere infinita, ma deve trovare una via di uscita per trasformarsi in storia, in incontro; lasciare la carta per trovare spazio sulla terra, il sogno per incontrare la vita, la paura per l’infinito… fare in modo, come dici tu Myriam “che tutte quelle migliaia di parole diventino corpo”.
Purtroppo ciò non è successo.
L’addio, sotto la pioggia, è uno sguardo, veloce, malinconico, una fuga da questo amore troppo parlato e poco vissuto.