Lo sguardo del Sud - Deistituzionalizzazione in Serbia: la specificità del contesto e la cooperazione italiana

27/09/2011 - a cura di Nadia Luppi

Quando si parla di integrazione delle persone disabili e del loro diritto a non restare per forza imprigionate in una segregazione che nega diritti a chi la subisce e impoverisce la comunità che la impone, ci si accorge che le azioni politiche e l’organizzazione dei servizi sociali variano in modo profondo a seconda del contesto, e che spesso benessere economico e politiche d’inclusione non viaggiano di pari passo. Così i confini tra Nord e Sud si fanno ancora più labili, smettono di essere muri tra progresso e sottosviluppo, e divengono semplicemente punti di vista, prospettive che si incontrano, si contaminano, si migliorano vicendevolmente.
In Serbia, repubblica balcanica di certo non ascrivibile al concetto di Sud del mondo, è in atto una riforma del welfare, incentivata anche dalle pressioni dei donors e dalla necessità di adeguarsi a disposizioni e standard internazionali, che prevede un cammino di deistituzionalizzazione nel quale, attraverso azioni di rafforzamento dei servizi sociali, si vuole incoraggiare la permanenza dei minori disabili in famiglia, e la loro partecipazione alla vita sociale.
Per meglio percorrere la strada dell’inclusione, Belgrado ha chiesto l’aiuto della cooperazione italiana, che avrà il compito di intercettare le forti energie in fermento nella società civile, per far sì che anche l’apparato istituzionale, tradizionalmente meno disposto al nuovo, si faccia promotore di un cambiamento di prospettiva che dovrà tradursi in azioni integrate, a livello locale e nazionale, organizzativo e politico, sociale e culturale.
E anche in questo progetto si fa ampiamente riferimento alla necessità di valorizzare le risorse esistenti in seno alla comunità, riconoscendo nuovamente valore alla dimensione locale, che prende senso in virtù delle relazioni e delle reti di solidarietà che la animano.

Per meglio comprendere l’importanza di un simile impegno e per svelare le sfide che porta con sé, ne abbiamo parlato con Cristina Roccella, Consulente di politiche di protezione sociale per la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri, che ha avuto il compito di dare il via al progetto “Support to the deinstitutionalisation of children, in particular those with disabilities, in the Republic of Serbia” realizzando il Convegno iniziale svoltosi a Belgrado a fine marzo, al quale hanno preso parte anche Claudio Imprudente, presidente del Centro Documentazione Handicap, Luca Baldassarre, presidente della Coop Accaparlante e Roberto Parmeggiani, educatore del Progetto Calamaio.

Per chi vive in Italia, o in altri contesti nei quali l’integrazione è un diritto, se non proprio una realtà a tutti gli effetti, è difficile immaginare cosa stia dietro il termine istituzionalizzazione. Può aiutarci a capire?
Premesso che in Serbia il percorso per un riconoscimento legislativo del minore come titolare di diritti la cui lesione costituisce un crimine non è ancora stato portato a compimento, ad oggi non esiste nemmeno un sistema di monitoraggio attendibile sulla presenza e sulle condizioni di vita di bambini disabili. Tuttavia basandosi sulle stime delle organizzazioni internazionali, i pochi dati disponibili dimostrano che al momento la maggior parte dei minori con disabilità è affidata a famiglie, mentre solo una parte ridotta vive negli istituti. Non c’è nessun obbligo di ricovero dei minori, ma è indubbio che l’istituzionalizzazione sia tuttora considerata la prima possibilità con cui lo Stato può farsi carico dei minori che non hanno una famiglia in grado di prendersene cura.
In ogni caso – e sono le loro mamme a sostenerlo - fin da quando nascono questi bambini sono isolati dagli altri perché considerati malati. Viene loro negato l’accesso alla scuola regolare, e anche le scuole speciali si riservano il diritto di appellarsi alla presunta “ineducabilità” di quelli giudicati troppo gravi. Esiste una proposta di legge che potrebbe cambiare questa situazione, ma non è ancora stata approvata.
In un simile contesto l’istituzionalizzazione, che spesso riflette il fallimento di sistemi familiari non sufficientemente sostenuti, rafforza lo stigma sociale e completa quel percorso di progressivo isolamento che vive la maggior parte delle persone disabili.
Ci sono stati casi in cui si è tentato di “aprire le porte” degli istituti alla comunità, ma il solo fatto che si tratti di strutture geograficamente isolate spesso non aiuta. L’istituto, dove lavoreremo principalmente con il progetto finanziato dal Governo Italiano, si trova in cima a una collina ed è circondato da boschi…
Di positivo c’è che la riforma del welfare sta creando le condizioni per una presa di coscienza collettiva del diritto di ognuno alla vita nella propria comunità e all’accesso ai servizi, che iniziano a essere concepiti non solo come erogatori di sussidi economici ma anche come realtà costruite intorno alla relazione d’aiuto.

Quindi a fronte di leggi e istituzioni ancorate a posizioni che a noi possono sembrare superate, qual è l’atteggiamento della società civile rispetto a temi quali la diversità, la disabilità, l’inclusione sociale, la deistituzionalizzazione?
Si tratta certamente di un panorama complesso e difficile da delineare. In Serbia, come altrove, persiste un atteggiamento diffuso che tende a giudicare il mondo e la società attraverso categorie e standard di riferimento piuttosto rigidi, in base ai quali ognuno acquisisce o meno la possibilità di prendere parte ai vari aspetti della vita collettiva. Di conseguenza la diversità viene spesso accolta con diffidenza, a volte con compassione o accondiscendenza, e solo più raramente come una risorsa.
Questo non ha impedito però che la società civile o parte di essa potesse cogliere l’urgenza e la necessità di valori quali l’inclusione sociale dei disabili e il processo di deistituzionalizzazione, nonostante si trattasse in qualche modo di tematiche calate dall’alto, sollecitate dagli interventi dei donors, e non necessariamente prodotte da una riflessione collettiva.
E come di frequente accade, è stato ben più evidente e rapido il cambiamento di prospettiva generatosi nella società civile rispetto a ciò che è accaduto all’interno delle più rigide strutture istituzionali che faticano ancora a far propria un’alternativa allo status quo.

Quali sono i punti di forza dell’esperienza di cooperazione italiana che possono arricchire il processo di riforma in atto in Serbia?
Innanzitutto vorrei ricordare che la Cooperazione Italiana ha già sostenuto diversi progetti di inclusione sociale e deistituzionalizzazione in vari paesi, nati sulla base di traguardi raggiunti in Italia. Nonostante alcuni punti oscuri, nel nostro Paese è stato realizzato un sistema di protezione sociale che reputo tra i meglio strutturati tra tutti quelli che ho avuto modo di conoscere nella mia esperienza lavorativa.
Inoltre, anche se so che potrebbe sembrare paradossale, trovo che l’imperfezione del nostro modello sia ciò che lo rende adatto all’interazione con Paesi che ancora sono agli inizi del cammino, e che troverebbero difficoltà ben maggiori nel confronto con sistemi “perfetti” e troppo costosi, come quelli nordeuropei. Da quest’imperfezione nasce l’invito alla creatività e alla flessibilità necessarie a individuare le soluzioni più adatte a ogni contesto.
A mio parere il punto di forza della modalità di cooperazione italiana, che a volte viene interpretato come un modus operandi approssimativo, ma è invece frutto di scelte precise, è proprio la determinazione a non voler proporre modelli, linee guida, o format specifici come soluzione ai problemi individuati insieme alle controparti. L’intenzione è quella di porsi in un confronto alla pari con altre realtà che stanno compiendo il loro percorso di ricerca, per mettere in comune idee, risorse e buone prassi, con la volontà di raggiungere un risultato interamente originale, frutto della contaminazione di più punti di vista, che si riveli occasione di crescita per entrambe le parti.
In questo modo, anche principi largamente condivisibili come quelli contenuti nelle Convenzioni internazionali sui diritti dei minori o sui diritti delle persone disabili, ma che spesso sembrano destinati a restare sradicati dalla realtà. Con queste modalità, invece,possono trovare una declinazione originale e partecipata che permette di articolare concretamente la messa in pratica.