Informazione sociale - Quando la bellezza non è un fotomontaggio

27/09/2011 - di Valeria Alpi

A volte ritornano, si è soliti dire. Bene, questo è il mio caso di ritorno, pure fortunato.
Ho passato giorni e giorni a pensare a cosa poter scrivere questa volta sulla rubrica Informazione sociale, ma dopo tanti anni di giornalismo – proprio nel sociale – gli argomenti sembrano scontati e le idee ripetitive. Speravo in un evento esterno, in qualcosa che colpisse la mia esperienza in questo campo, che mi facesse lodare una riuscita informazione sociale oppure criticarla. Nel frattempo occupavo il mio tempo libero con Facebook (sì, lo ammetto), il potente social network che sta raccogliendo sempre più proseliti, grazie al quale ho ritrovato amicizie del passato e anche qualche docente universitario che “ai miei tempi” era “solo” un dottorando di ricerca. Mentre sbirciavo nel profilo web di uno di questi docenti, ho ritrovato vecchi stimoli cerebrali di qualche anno fa, quando lo studio delle nuove tecnologie era la mia materia preferita. Questa persona, ho scoperto, continua a leggere “Wired”, la rivista sempre attenta al futuro.
“Wired”… Se devo essere sincera me l’ero dimenticata… Il lavoro, gli impegni quotidiani, la realtà reale, contrapposta a quella virtuale che studiavo, mi hanno negli anni allontanata da certe materie e da un certo modo di interpretare la società.
Incuriosita ed emozionata per questi ricordi, ho aperto il sito web di “Wired Italia” e lì in bella mostra appariva con tutta la sua potenza la copertina del numero di giugno. In primo piano, una bellissima ragazza, con un vestito bianco cortissimo da cui escono delle gambe mozzafiato, salvo dal ginocchio in giù dove ha innestate due protesi ipertecnologiche modello powerfoot. Inginocchiato ai suoi piedi, un giovane uomo, vestito di un abito grigio metallico, sembra uscito da un film di fantascienza e, sorridendo, sta facendo manutenzione a un arto sintetico della ragazza. Anche lui al posto dei piedi ha due powerfeet, anche se di modello differente.
Lei è Aimee Mullins, ex campionessa di velocità e salto in alto, oggi modella e attrice. Da bambina ha perso le gambe, ma non è stato un problema per lei farsene costruire di tutti i tipi: ne ha di cristallo per le serate eleganti, di legno decorate con scarpe con il tacco incorporate, realistiche da indossare sotto alle gonne, tecnologiche di vari modelli. Lui è Hugh Herr, un professore che dirige il dipartimento di biomeccatronica del MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, costruttore delle protesi di entrambi; per capirci, è quello che ha “inventato” il fenomeno Pistorius. Appassionato da sempre di montagna e scalate, quando aveva 17 anni per un brutto incidente si congelò gli arti inferiori che gli furono amputati.
Si sono fatti fotografare assieme, sotto al titolo “Evoluzione in corso”, in pieno stile della rivista.
La mia prima esclamazione è stata: “Bello!”. Bella la copertina patinata, bella la foto, belli i protagonisti, bellissime le protesi, e bello ritrovare “Wired” e la disabilità unite insieme, i “miei” due argomenti di nuovo intrecciati. Bello, soprattutto, trovare la disabilità in contesti che non trattano solo di disabilità.
Incuriosita ancora di più, ho fatto qualche ricerca in rete e ho scoperto che la sensazione comune che molte persone hanno provato davanti a questa copertina è stata: “Si tratta di un fotomontaggio!”. Gli opinionisti hanno subito commentato che nella percezione comune sembra impossibile che due disabili veri possano assumere un atteggiamento così vincente. Il direttore di “Wired”, Riccardo Luna, ha così successivamente scritto un editoriale, “Storia di una copertina (non di un fotomontaggio)”, ribadendo il messaggio dei due ragazzi post-umani: “Quello che gli altri percepiscono come carenze sono il combustibile della nostra creatività”. Creatività e vittoria schiacciante sui limiti, è solo questo il messaggio? Se così fosse non sarebbe una buona informazione sociale, siamo stanchi di disabili solo eroi o solo vittime. Non potrebbe invece essere che si “grida” al fotomontaggio perché la copertina è semplicemente – senza fronzoli e doppi sensi – bella? Forse due disabili veri non possono essere una bella copertina?
 

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