Beati noi - Le mie prigioni

27/09/2011 - di Stefano Toschi

Da qualche mese ormai mi reco in carcere una volta alla settimana. I miei 25 lettori si staranno già interrogando sui reati che può avere commesso uno in carrozzina. Ebbene, seppure ultimamente in effetti con la mia automobile attrezzata e dotata di tutti i contrassegni possibili stia prendendo un bel po’ di multe (e non si capisce perché), in carcere non ci sono finito per qualche malefatta, ma per fare volontariato. Ancora i miei 25 lettori avranno sgranato gli occhi. Come? Un disabile fa volontariato? Di solito sono i cosiddetti normodotati che fanno volontariato con i disabili… o no? Ebbene, io faccio volontariato. Spesso lo faccio con gli amici che vengono a trovarmi, offro consulenza e consigli psicologici per 5 cent, come Lucy dei Peanuts. Adesso, però, ho allargato i miei orizzonti fra le mura del carcere. Come possono allargare gli orizzonti delle mura e delle sbarre alle finestre? Altra domanda che almeno uno dei 25 lettori si starà ponendo. Ebbene, io vado in carcere a parlare di libertà. Un disabile che parla di libertà in un carcere. Quasi scandaloso. Invece, i disabili e i carcerati hanno qualcosa in comune. Ovvero, la mancanza di libertà. Mi correggo, la mancanza di autonomia. Libertà e autonomia sono due cose diverse. Nei suoi Four Essays on Liberty, il filosofo Isaiah Berlin definisce la celeberrima distinzione fra libertà positiva e negativa, libertà di e libertà da. Al carcerato mancano entrambe, se si considera l’aspetto materiale della libertà e non quello morale (libertà di pensiero, di parola, religiosa, ecc.). Il disabile, invece, non è privo di libertà da, perché non è vincolato da sbarre. Ma è privo, spesso, della libertà di. Il disabile dipende in molte cose, talvolta in tutte, da qualcun altro. Non è la carrozzina che tiene prigioniero il disabile, perché essa non è paragonabile alle sbarre, anzi, di frequente è uno strumento di libertà, permette di spostarsi, di fare cose che, altrimenti, non sarebbero possibili. Ma la libertà di, la libertà positiva, quindi la più importante, come il termine suggerisce, non ce l’ha nessuno dei due. Questa è ciò che indicavo sopra con la parola “autonomia”. Dal greco, autos e nomos, la possibilità di darsi delle regole da sé, di gestirsi in modo libero e non vincolato. Una persona con handicap le regole non se le può dare da solo. Mangia quando gli altri preparano il cibo per lui, spesso deve essere anche imboccato, si lava quando qualcuno lo aiuta, dorme quando c’è chi lo adagia nel letto. Naturalmente, può imporsi tutte le regole morali che vuole, ma non quelle materiali. Anche sulle regole morali, però, ci sarebbe da discutere. Il disabile, spesso, non è libero nemmeno di peccare. Meno male che vale anche il pensiero, verrebbe da dire. Altrimenti, i portatori di deficit sarebbero tutti santi. Per verità, molti credono che lo siano davvero. Racconto sempre l’aneddoto delle due vecchine che, al santuario di Sant’Antonio da Padova, strofinarono il fazzoletto candido su di me invece che sulla reliquia del Santo, sperando che io intercedessi in modo ugualmente efficace per ottenere loro le grazie. Se avessi tanto credito presso il Padreterno, ne approfitterei diversamente. In ogni caso, dicevo, non siamo liberi neppure di peccare, di sbagliare. Invece, chi è in carcere ha approfittato troppo della libertà di sbagliare che gli era stata data. Sia i disabili, sia i carcerati, naturalmente, mantengono tutta la loro libertà interiore. Talvolta, tuttavia, nemmeno il pensiero è libero, anche se a prima vista dovrebbe esserlo più di ogni altra cosa. I condizionamenti, interni ed esterni, sono tanti. Le sbarre, come la carrozzina, possono influenzare anche il modo di pensare. Così come, talvolta, i pensieri che portano a commettere i reati possono essere stati condizionati da circostanze esterne. Inoltre, il disabile, spesso, è nato così. Carcerati, invece, non si nasce. Chi ha conosciuto gli sterminati spazi leopardiani difficilmente si adatta alla costrizione della detenzione. I rei, però, hanno potuto scegliere, i disabili no. La detenzione ha fine, la disabilità no. Quasi tutti i carcerati possono immaginare il momento in cui riacquisteranno la libertà. Potranno riabbracciare i familiari, tornare alla loro vita. Avranno la possibilità di non commettere di nuovo gli errori che li hanno portati alla detenzione. Una certa cultura, ormai fortunatamente quasi scomparsa, voleva che anche i disabili si ritrovassero in una simile condizione a causa di una qualche colpa. Ma non una colpa attribuibile a loro stessi, naturalmente, bensì ai genitori, alla famiglia, agli avi. Colpe dei padri che ricadono sui figli. Il massimo dell’ingiustizia. Eppure, secondo molti, l’handicap era una punizione divina, una possibilità di purificazione ed espiazione in nome di tutta l’ascendenza. Se dal punto di vista scientifico alcuni deficit sono perfettamente spiegabili, altri meno, dal punto di vista morale e teologico l’handicap rimane un grande mistero, un’incarnazione del dolore e della piccolezza dell’uomo. Il teologo Vito Mancuso ha scritto sull’argomento un libro intero, dal titolo emblematico Il dolore innocente. Se si è avvertito nel XXI secolo il bisogno di dare alle stampe siffatta opera, significa che, forse, il dubbio, qualcuno, ancora lo aveva.
La mancanza di autonomia dei carcerati e dei disabili, dunque, ha radici totalmente diverse. Per i primi è conseguenza di una colpa evidente, per i secondi è un “dolore innocente”. Tuttavia, forse è più dolorosa per i primi. Per questi, infatti, è un “dolore colpevole”.
Tale esperienza di confronto è stata per me totalmente nuova. Io sono abituato a parlare di fronte a platee che, spesso, condividono poco con me, che al massimo possono pormi qualche domanda alla fine del mio intervento, o meglio, della lettura di esso da parte di un mio collaboratore. Invece, quella che ho seguito in carcere è una vera e propria classe, da cui mi sono recato una volta alla settimana per un anno intero, condividendo, dialogando, confrontando, scambiando esperienze e opinioni. Ho sentito la responsabilità di accompagnare i miei allievi in un percorso che non si esaurisse in una lezione frontale di filosofia. Quello che ho insegnato ai miei discenti è per lo meno pari a quello che io ho appreso da loro. Forse, la cosa più importante che ho capito riguarda il fatto che la condizione di disabilità, come quella di recluso, riguarda tutti, non solo i portatori di handicap e i carcerati. Tutti manchiamo di libertà, perché la natura umana ha dei limiti ben precisi in sé connaturati, che rendono l’uomo un essere imperfetto. Tutti, dunque, possono riconoscere le proprie prigioni, talvolta superarne lo spazio angusto, talvolta, semplicemente, accettarle.

 

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze