Sul grande schermo - Presi dall'aria, coricati sui sedili dell'aria

27/09/2011 - di Luca Giommi

Nell’Ottocento la fotografia psichiatrica produceva, per volontà degli psichiatri (o alienisti, come al tempo venivano chiamati), immagini destinate alle gazzette scientifiche che ritraevano i volti e i corpi di isterici e depressi per poterli catalogare poi come dementi, schizofrenici, etc. Anche attraverso la pretesa oggettività indagatoria e la trasparenza del mezzo e del prodotto fotografico si cercava di scovare, catturare la follia, determinarne una sorta di iconografia e, quindi, metterla alla prova, incriminarla.
Successivamente, il cinema e la fotografia che si sono occupati dell’istituzione manicomiale hanno sempre cercato di mostrare i segni, la cifra di quella istituzione, e delle politiche e delle idee a essa sottese, attraverso i corpi e i volti degli “internati”: in alcune scene di “Changeling” Clint Eastwood cita secondo questi canoni alcuni episodi del cinema c.d. manicomiale, e andando a ritroso si potrebbe ricordare “Bedlam”, scuro e orrorifico film di Mark Robson con Boris Karloff del 1946.
Ancora, vengono in mente le fotografie di Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati, scattate nel 1968, che denunciano la condizione dei manicomi e cercano di dare visibilità e rilievo alle drammatiche “distorsioni” di tale condizione attraverso la fisicità della sofferenza e della costrizione. Il corpo come testo spudoratamente eloquente, leggibile. Un ribaltamento dell’uso dell’immagine che, se là serviva a “denunciare” e incriminare la follia e giustificarne l’isolamento, la costrizione, la censura e la distruzione, qui ne mette in risalto la costruzione sociale, e denuncia piuttosto l’istituzione, la legge, la scienza.
Aria” di Francesco Migliorino sceglie un’altra modalità di rappresentazione: già il titolo suggerisce che il film agisce su un piano del tutto diverso. È un film fatto di vuoti, di ribaltamenti del vuoto, che riempie l’immagine per sottrazione, ma riesce a non essere banalmente evocativo. Questi vuoti pesano eccome e, se possono anche essere luoghi di pensieri e associazioni “libere” dello spettatore, danno da soli un ritratto talmente efficace da non necessitare dell’interpretazione “creatrice” del nostro occhio e del nostro intelletto. I quali, semmai, restano quasi inermi, silenti di fronte al mistero (non saprei come altro definirlo) che il documentario crea. Forse involontariamente; comunque in modo inesorabile.
Il film racconta le voci, le scritture e le immagini del passato del manicomio penitenziario di Barcellona Pozzo di Gotto.
Lo fa riprendendo, e montando in successione, fotografie risalenti agli anni ’30 di stanze vuote dell’istituto penitenziario e sovrapponendo a esse le parole delle lettere scritte dai detenuti e delle incontestabili relazioni mediche degli psichiatri, che quasi emergono dalle pareti, dagli strumenti, dagli oggetti filmati e risuonano nel vuoto delle camere e dei corridoi. Ne smascherano gli intenti, lo “ripopolano”...
Proprio così: le parole creano un cortocircuito nel meccanismo pacificante, scientifico, quasi consolatorio di quei vuoti. Lo smascherano, e, insieme con esso, smascherano la consolazione che noi stessi vi trovavamo e vi troviamo tuttora, il nostro bisogno di sicurezza (declinata come incolumità fisica e morale o altro ancora), la nostra paura della diversità. Le deleghe che concediamo agli specialisti perché si occupino per conto nostro di allontanare l’alterità dalla vista, dall’udito, dalla riflessione. Quello che ancora oggi si ripropone con stranieri, poveri, marginali. Le deleghe nella definizione di rappresentazioni invece già nostre, della cui costruzione siamo stati partecipi.
Torniamo alle immagini fotografiche sulle quali il film è costruito: quel che davvero colpisce è la pressoché totale assenza dell’essere umano, del vivente. Ma da questa insistita reticenza, da questo falso pudore, emerge quel che Migliorino stesso definisce il “congegno” che ha reso possibile ogni singola storia (dei detenuti del manicomio), ma che nella sua forma astratta avrebbe potuto accoglierne mille volte tante di storie simili a quelle che ha veramente raccolto.
Il film è diviso in brevi capitoli, i cui titoli contestualizzano gli oggetti sullo schermo o suggeriscono una lettura della successione delle immagini: “Classificare”, “Effetti di invisibilità”, “Il padrone della follia”, “Bonifica umana”, “Interno esterno”, “I sedili dell’aria”.
Il primo, “Classificare”, ci introduce a una serie di quadri con primi piani dei detenuti: le immagini si fanno progressivamente sfuocate, come a dire che classificare è sfumare, non mettere a fuoco e inevitabilmente, colpevolmente perdere. Generalizzare è perdere; togliere sostanza, distanziarsi dalle cose.
È il nodo concettuale del film: il manicomio non classifica individui nella loro concretezza, ma classifica individui secondo parametri che servono al funzionamento del manicomio stesso. Il manicomio si nutre della classificazione che attua. Scrive Franca Ongaro Basaglia nell’introduzione a Per non dimenticare: 1968 la realtà manicomiale di “Morire di classe” : “Ma è davvero la faccia della malattia quella che si incontra fra le mura del manicomio, dietro quelle grate, o è la faccia prodotta dall’istituzione?”.
Che pazzia approdava nei manicomi? Ogni forma di pazzia, o piuttosto quella, presunta, di poveri, diseredati, esclusi, reietti? E il degrado, l’abbrutimento, lo stato di annientamento dei malati non era forse prodotto dalla violenza imperscrutabile (come i vuoti asettici di Migliorino) dell’istituzione più che dalla malattia in sé? Il quarto capitolo di “Aria”, “Bonifica umana”, risponde attraverso le parole di un “uomo scienziato”: “Il problema penitenziario diviene un problema di bonifica umana, non meno necessario e urgente della bonificazione della terra. Ogni processo di disinfezione, affinché sia completo e duraturo deve constare di due tempi: l’accantonamento del materiale settico e la sua sterilizzazione. Dove va a finire il materiale umano settico separato che sia dal corpo sociale? A quale trattamento viene sottoposto affinché diventi effettivamente sterile? Occorre studiare i delinquenti per conoscerli; occorre conoscerli per governarli razionalmente; occorre governarli razionalmente per bonificarli; occorre bonificarli per utilizzarli. Il manicomio criminale è il policlinico della delinquenza”.
Migliorino non offre alcuna visione “romantica” della malattia, della pazzia, ma contribuisce a definire con più chiarezza un dato che dovrebbe essere indiscutibile: per sperare di incontrare la malattia è prima necessario affrontare la violenza, la crudeltà, l’autoreferenzialità dell’istituzione manicomiale, l’annientamento sistematico della persona da essa perseguita. E, ancora prima, è necessario affrontare la psichiatria che scientificamente, asetticamente avalla quell’istituzione e la società che ne richiede l’esistenza e ne avverte la necessità per mantenere l’“ordine”. Ai modelli di pensiero seguono strumenti, pratiche, processi, involuzioni, “errori”…
“Aria” è un film che ci invita a scoprire, nelle immagini che mostra e in ogni altrove, l’eloquenza del silenzio, l’evidenza nell’assenza e, ripeto, dice di noi e ci interroga, ci chiama in causa come potenziali rei incolpevoli.

Aria

Voci scritture immagini dal manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto (Italia, 2008)
Durata: 25’
Regia: Francesco Migliorino
Musica: John Cage, Dream (1948), In a Landscape (1948)
Eseguita da: Stephen Drury
Album: In a Landscape: piano music of John Cage (1995), BMG Records
Voci: Antonio Rapisardi
Immagini: Archivio OPG Barcellona Pozzo di Gotto, Archivio Prof. Aldo Madia, Barcellona Pozzo di Gotto, Archivio OPG Aversa
Editing video: Biagio Teseo
Editing audio: Luigi Sambito
 

Parole chiave:
Cultura, Tempo libero