Spazio Calamaio - La forza di gravità del cielo

27/09/2011 - a cura di Roberto Parmeggiani

Lo Spazio Calamaio, negli ultimi numeri, ha ospitato diverse esperienze che, in modi diversi, presentassero elementi comuni con la filosofia che sta alla base del Progetto Calamaio.
Come spesso accade, sono le esperienze stesse che ci vengono a cercare, per contaminarci e farsi contaminare, in linea con lo stile calamaio: macchiare e farsi macchiare o, meglio, dare il proprio inchiostro e farne entrare altro, mescolarsi e arricchirsi.
Proprio secondo questa filosofia, mi sono iscritto e ho partecipato ad alcuni laboratori organizzati a Bologna.

Ogni anno infatti, il Teatro Testoni Ragazzi, propone, all’interno di “Visioni di Futuro, Visioni di Teatro – Festival internazionale di teatro e cultura per la prima infanzia”, una serie di laboratori per insegnanti ed educatori, momenti di formazione su tecniche e contenuti legati a esperienze teatrali: non per diventare attori, bensì pensati per arricchire il bagaglio culturale e la professionalità dei partecipanti. In altri termini, proposti per riempire il proprio personale calamaio con altri tipi di inchiostro, che mischiandosi a quello esistente, provocherà una trasformazione, un’evoluzione, una crescita e, quindi, un nuovo modo di macchiare.

“La voce e la sua espressione”, condotto da Germana Giannini (insegnante e performer, si occupa di ricerche antropologiche sull'uso della voce con la finalità di generare un contatto autentico con la dimensione del canto) è stato uno dei laboratori a cui ho partecipato.
Premetto che io e il canto siamo stati per anni acerrimi nemici. Fin da bambino, infatti, il mio desiderio di cantare si è scontrato con una voce a dir poco sgradevole, fatto che però non mi ha impedito di continuare a gracchiare, allenando nel tempo le mie corde vocali fino ad arrivare a emettere un suono accettabile.
Nonostante questo, non posso evitare un certo imbarazzo nel cantare davanti ad altri… Se a questo si aggiunge il fatto che in un gruppo di 20 persone, eravamo solo due uomini, potete facilmente immaginare quanto fossi a mio agio nel partecipare al laboratorio.
Non mi lascio comunque prendere dal panico, anzi vivo il tutto come una bella sfida da affrontare.
Germana inizia spendendo due parole sul significato del laboratorio, del canto e della voce. Il canto non è frutto dello sforzo dei muscoli della gola, bensì è la vibrazione del respiro in tutto il corpo, respiro che, appoggiandosi alla struttura ossea e infilandosi nei vari anfratti definisce i confini del luogo interiore, dello spazio nel quale la voce assume forma prima di uscire. Attraverso la chiarezza della poesia, dice Germana: “È l’oscurità interna al corpo che permette alla luce della voce di risplendere, suggerendo la configurazione del proprio intimo spazio che si lascia intuire senza che chi ascolta debba sforzarsi di capire. L’anima pone nell’oscurità il suo nascondiglio. La voce lo illumina”.

Radicarsi a terra, sentirsi ancorati al suolo e riconoscere il nostro legame con il basso, con la terra che, parallelamente, ci permette anche di sentire l’attrazione verso l’alto, quella forza di gravità del cielo che permette di sviluppare la voce, lungo il nostro strumento-corpo, dal basso all’alto e viceversa. Ecco allora che il laboratorio ci porta a far viaggiare la voce dal bacino agli zigomi, dalla A alla E, dall’espressione di un suono grave a uno acuto. Un percorso che coinvolge tutto il corpo, diverse sfumature della voce, vari movimenti e differenti posture. Un percorso spiegato e guidato, che dalla terra ci ha portato al cielo, dall’imbarazzo ci ha portato alla condivisione, alla libertà che solo un gruppo accogliente può darti.
Il gruppo!
Soggetto importantissimo in questo laboratorio, significante e significato del lavoro svolto.
Significante in quanto spazio, confine-canale, dentro il quale il gesto vocale collettivo si esprime e si trasforma diventando liberante.
Significato in quanto grazie a esso il gesto vocale si realizza pienamente. È il noi che diventa il vero canale espressivo. Ed è il centro del cerchio il vero noi, non il cerchio stesso.
Parole importanti per sottolineare il valore aggiunto del gruppo, come luogo di confronto, di crescita e di comunione. Come spazio nel quale essere e diventare, dare e ricevere, riempire e riempirsi. Luogo nel quale la specificità di ognuno viene valorizzata e resa funzionale al risultato finale, alla creazione del gruppo stesso.
Come nel canto, così in ogni relazione educativa.
Mi viene allora spontaneo un paragone tra ciò che succede tra voce e gruppo, come spiegato sopra, e il concetto di inclusione.
Questo termine si pone in continuità con quello di integrazione, portando una differenziazione più a livello linguistico che di significato. Anche se, approfondendo proprio il significato, l’inclusione porta a fare un passo in avanti sottolineando il fatto che l’inserimento di una persona con caratteristiche specifiche, all’interno di un contesto, può e deve portare a ricadute favorevoli a tutto il contesto. Ancora, il contesto di inserimento viene connesso ad altri contesti, in un processo ecosistemico, che provoca quindi ricadute positive in modo contaminante.

Ecco allora che, secondo questa logica, il canto – e tutte le attività che, coinvolgendo la persona come singolo, la portano a entrare in un determinato contesto – non è solo strumento di inclusione, bensì strumento per imparare l’inclusione.
La didattica scolastica, l’allenamento sportivo, il laboratorio al centro giovanile e perfino il luogo di lavoro, sono sicuramente spazi nei quali è possibile praticare l’inclusione, come intesa sopra, ma sono altresì strumenti utili per insegnare cos’è l’inclusione.
In questi luoghi, infatti, al di là della presenza o meno di persone con disabilità, lo stile relazionale può essere comunque inclusivo, cioè può tener conto delle caratteristiche speciali di ognuno. Il contesto diventerebbe quindi uno dei soggetti dell’ecosistema, provocando un circolo vizioso di apprendimento di modalità relazionali inclusive. L’esperienza fatta rimarrebbe come una macchia di inchiostro che, non solo fungerebbe da memoria, ma porterebbe a macchiare a sua volta altri contesti, altre persone, altre idee.
Un sistema aperto, pronto a scambiare, a ricevere, mischiare i propri inchiostri.
Tornando al canto, un gruppo nel quale la voce di ognuno possa esprimersi, anzi nel quale il gruppo stesso sia fondato sull’idea che l’espressione di ognuno sia necessaria per il raggiungimento degli obiettivi e per il massimo benessere di tutti.

Il laboratorio finisce, tre ore trascorse velocemente, tra esercizi, emozioni e inclusione.
Di cosa ho riempito il mio calamaio?
Sicuramente della forza di gravità del cielo.
Cioè dell’idea che c’è un altro punto di vista, altre direzioni. Abituati a pensare e conoscere solo la forza di gravità che ti tiene ancorato al suolo, facciamo fatica a scorgere intorno a noi altre forze, che possono venirci in aiuto. Come quella del cielo, per l’appunto. Direte che mentre una è reale e scientificamente provata, l’altra non esiste. Direte che la prima ti stabilizza mentre la seconda ti destabilizzerebbe. Direte che una ti permette la profondità, mentre con l’altra corri il rischio di avere sempre la testa tra le nuvole.
Beh, io dico che una è reale e scientificamente provata, l’altra invece esiste in quanto desiderio, capacità di scorgere altri orizzonti, di alzare lo sguardo e puntare in alto. Dico che la prima stabilizza mentre la seconda destabilizza: che male c’è? L’equilibrio è ricerca, non è una situazione statica, è il continuo inseguire il punto di sospensione che ti permette di non cadere… Allora un po’ di destabilizzazione aiuta a non dare nulla per scontato. Dico anche che una ti permette la profondità, mentre con l’altra puoi volare, spaziare all’infinito, sognare, sperare, creare e credere ad altri modi possibili. Non c’è contrapposizione quindi, bensì complementarietà.
Ecco di cosa ho riempito il mio calamaio, di questo nuovo atteggiamento, di queste complementarietà: realtà e desiderio, stabilità e destabilizzazione, profondità e infinito.