La normalità, tra rappresentazione e realtà - Superabile, Agosto 2011 - 2

05/09/2011 - Claudio Imprudente

Il 21 marzo u.s. si è celebrata la Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down che quest'anno, almeno in Italia, si è svolta all'insegna dello sport per tutti. L'attività ludico-sportiva è stata da tempo individuata come potente motore d'integrazione sociale: sport adatto, sport adattato, sport inventato, sport per tutti... il binomio disabilità-sport può assumere molteplici sfumature, tutte da approfondire e tutte, con i rispettivi limiti, volte a produrre un'accelerazione del processo di integrazione sociale. Di ritorno, anche per chi disabile non è, un'immagine dello sport svincolata da tutte quelle incrostazioni che tendono a ridurlo a qualcosa di molto meno multiforme e piacevole di quanto potrebbe essere.

Discorso lungo, ma che vale sempre la pena ribadire, dal momento che i più associano lo sport per disabili a quelle poche occasioni in cui lo stesso viene mostrato, solitamente si tratta di grandi eventi, con atleti professionisti che "rispettano" standard di eccellenza, performatività e tensione agonistica che spesso ha poco da invidiare a quelle degli atleti normodotati. A Roma è stato presentato il Vademecum, a cura di Fisdir e CoorDown, dal titolo "Orientamenti sulla pratica sportiva per gli atleti con sindrome di Down". CoordDown che, a fine 2010, si è aggiudicato il primo premio della terza edizione del "Pubblicità Progresso ONP Award", assegnato al miglior spot di comunicazione sociale: lo spot è veramente ben fatto e, partendo da un'idea ed una messa in scena semplici, riesce a comunicare a tanti livelli e in profondità.

Questo per ricollegarci ad una seconda notizia che ho appreso sempre in quei giorni, relativa ad un programma per la prima infanzia della Bbc che, in realtà, sono già diversi anni che viene mandato in onda. Si intitola "Something special Out and About" e prevede che, ad intrattenere i piccoli spettatori, ci siano bambini con disabilità (per lo più con sindrome di Down). Ovvero che le persone disabili figurino come animatori, cioè che siano loro a "fare qualcosa per" e non a "ricevere qualcosa da". Come scrive nel suo "Blog" Matteo Schianchi, in relazione alla trasmissione inglese, "Quando si mostra la disabilità al di fuori dei codici (cui siamo più abituati, N.d.r.) che in fin dei conti producono sottocultura, la si può mostrare come dimensione che fa parte del mondo, degli adulti come dei bambini. La rappresentazione della disabilità può diventare ordinaria e abituale senza dover essere necessariamente un "evento speciale", un "momento particolare", con ospiti "speciali", storie "speciali e straordinarie".

Mi è tornato in mente quando, pochi giorni dopo la Giornata mondiale, in una qualsiasi domenica pre-primaverile, mi sono trovato in un normalissimo bar di provincia, popolato da vecchi che si dividevano tra le immagini delle partite di calcio, animate partite di tresette e... stavo per dire la coppia di ragazzi Down che si scambiavano baci seduti ad un tavolo del locale. Invece, la cosa interessante era che quei vecchini ad essi non prestavano attenzione, come probabilmente avrebbero fatto con qualsiasi altra coppia che avesse scelto quel luogo per passare un po' di tempo in intimità. Ho pensato che sarebbe stato a sua volta un ottimo spot (anche se mai realizzato) d'integrazione ed un'ottima notizia, anche se non "faceva notizia". Ed era questa la sua forza, non essere notizia, ma realtà (però è stato difficile resistere alla tentazione di non filmare con un discreto e subdolo telefonino...). Tanto la realtà quanto la rappresentazione che se ne può dare (senza mistificarla), stretti per una volta in un rapporto felice, possono darci esempi molteplici di quanto sia assurdo stabilire confini, limiti, divieti. Soprattutto se a determinarli è sempre la "parte sana" della società.

Claudio Imprudente