L'inserimento che va oltre le parole

di Nicla Lattanzio

Conoscere il bambino
Inserire un bambino ipoacusico al Nido, significa predisporre i pensieri, le emozioni e di conseguenza l’organizzazione per “fare spazio” a nuove possibili esperienze, a nuovi meravigliosi incontri. Poter pensare e poter predisporre ambienti adeguati e tempi atti a dare la possibilità al bambino con deficit uditivo di entrare in contatto con un contesto inusuale ed extracasalingo, significa poter stabilire nuove attese e prendersene adeguatamente cura.
Il tempo dell’inserimento è di notevole importanza sia per le educatrici che stanno per concepirsi come “tramite” della nuova realtà originale del Nido, sia per il bambino stesso, il quale verrà accolto con la propria individualità irripetibile, la sua storia, le sue abitudini, il suo bagaglio socio – culturale, il suo contesto familiare.… sempre in relazione alla situazione concreta di partenza del bambino deficitario dell’udito: ogni bambino porta con sé differenti modalità interattive (che quindi differiscono da soggetto a soggetto) proprio in base al grado del suo deficit sensoriale e la possibilità di inserimento nel contesto Nido deve fare “affidamento” su questo “codice” per impostare e attuare un progetto.
E’ alquanto complesso operare facendo generalizzazioni, in quanto ogni persona sorda è veramente un individuo a sé stante, con il suo vissuto e le sue possibilità di relazionarsi; ragion per cui l’analisi della situazione di partenza rappresenta il momento più delicato del processo di inserimento, sicché deve essere ampia ed esatta.
Lavorare sulla raccolta dei dati consente alle educatrici che costruiscono l’ambiente dell’inserimento, di avere una visione il più possibile precisa su quanto è già stato fatto e su quanto è ancora da fare: partendo da quest’ottica, è più facile evitare di esporre il bambino a una condizione di insuccesso e l’educatrice a un senso di inadeguatezza.
Il reperimento delle notizie riguardanti la diagnosi del deficit, le abilità e le competenze del bambino, gli interventi riabilitativi e quant’altro, è facilitato senz’altro dalla costituzione di un gruppo di lavoro formato da tutti i soggetti ruotanti il protagonista da inserire, quindi dalla famiglia anzitutto, dal collegio degli educatori, dagli educatori, dagli operatori sanitari, dall’interprete LIS (richiesta dalla famiglia stessa, propensa all’uso dei segni) o dall’educatore di sostegno.
Ogni piccola informazione riguardante il bambino e il suo deficit uditivo, sono da prendere in seria considerazione per essere poi valutate in relazione ad una programmazione di inserimento discreta: notizie sulla sordità (grado, comparsa, causa, possibilità di recupero), sull’ambiente sociale e comunicativo (stimoli e aiuti intra ed extra familiari), sulle abitudini di vita (interessi, grado di autonomia, comportamento alimentare, ecc.). Il bambino sordo non deve risultare una vittima del sistema del Nido di infanzia; non deve essere costretto ad arginare la propria voglia di scoprire, di capire, di sapere. La cultura dell’Asilo di intervenire per promuovere l’autonomia, la ricerca di modi espressivi personali, di aprire la mente a nuove esperienze, non può mortificarsi all’utilizzo di inutili modalità stereotipate di espressione, precludendo lo sfruttamento delle capacità spontanee, della curiosità naturale del bambino sordo: l’assistenzialismo pressappochista non scalfisce i disagi subiti ma anzi ne favorisce il propagarsi.

Il ruolo di una “buona” educatrice per un inserimento riuscito
La professionalità dell’educatrice nella gestione della fase dell’inserimento, trova la sua massima espressione nella capacità che ha di facilitare approccio tra il bambino audioleso e il nuovo ambiente sociale del Nido, valorizzando occasioni di crescita psicoaffettive e cognitive assolutamente significative. Tuttavia il processo d’inserimento del bambino con problemi di udito non avviene mai in modo indolore, infatti l’esperienza del Nido può assumere aspetti assai complessi tali da suscitare negli operatori stati d’animo carichi di ansia, rispetto ai quali possono sentirsi inadatti. Orbene, si potrebbe invitare le educatrici a rispondere a una sorta di questionario per ottenere soprattutto diverse indicazioni sull’evento “inserimento del bambino sordo”; di seguito qualche esempio di intervista – questionario:
Educatori intervistati n. …
Di età compresa …
Sesso …
Preparazione scolastica in rapporto all’handicap …
… corsi e/o semirai sul tema
… scuola di specializzazione su area psicologica e psicopedagogica
… preparazione medica

Domanda n. 1
Per quanti bambini sordi ha dato vita ad un processo educativo di inserimento nel corso del suo lavoro al Nido?

Domanda n. 2
Per Lei cosa significa inserimento del bambino sordo?

1. l’inserimento consiste nella socializzazione con gli altri
2. l’inserimento significa non isolare il bambino sordo dal resto del contesto Nido, garantendo appoggio costante e dare possibilità al bambino di esprimere al massimo le sue capacità
3. l’inserimento è un rapporto con il contesto (bambini, educatrici, materiali, ecc.), è esperienza emotiva da offrire al bambino sordo
4. l’inserimento come opportunità di essere stimolato
5. l’inserimento è sentirsi integrati in un contesto, sentirsi a proprio agio; livellare la difficoltà di integrazione per sentirsi parte integrante di un gruppo
6. inserire un bambino sordo in un posto dove sono tutti udenti.

L’approccio all’evento inserimento da parte dell’educatrice è di svariato genere. Alcune sottolineano l’importanza della socializzazione con gli altri bambini; altre indicano la priorità dell’esperienza relazionale e del contesto emozionale da creare intorno al bambino sordo. Altre credono nell’inserimento al Nido come possibilità di offrire o creare strumenti utili per integrazione e contatto con gli adulti, coetanei ed ambiente sociorelazionale;

Domanda n. 3
Secondo Lei è sempre possibile l’inserimento del bambino sordo?
No…
Si…
Non sa dirlo prima…

Domanda n. 4
Quando l’inserimento, secondo Lei, non è possibile?

1. quando il bambino è troppo grave e non ha possibilità di integrarsi
2. quando l’inserimento è forzato, non voluto dal bambino
3. quando il bambino è deriso dai compagni, dagli altri genitori, dagli operatori
4. quando non si è creato un lavoro di équipe per fronteggiare i problemi del bambino sordo.

L’incontro con la sordità infantile è denso di implicazioni emotive conflittuali dinanzi alle quali l’educatore può sentirsi impreparato, poiché il silenzio, l’assenza di parole, evoca sentimenti di inquietudine, di imbarazzo e turbamento; il disagio nel creare un rapporto di relazione spesso porta “l’architetto” dell’inserimento a non continuare il proprio lavoro o a svolgerlo senza implicazioni emotive, riducendo il tutto ad una semplice immissione dell’individuo in un contesto che non gli è proprio. L’educatrice che si appresta ad inserire al nido un bambino minorato dell’udito deve pertanto prendere coscienza del deficit ma non soffermarsi solo su di esso (sarebbe molto riduttivo e motivo di disorientamenti, ansie e timori) quanto invece relazionarlo al potenziale del bambino, che è il vero “elemento” da inserire: elemento che sa osservare, che vuole apprendere, che desidera mettersi in relazione.
Conoscere il bambino col suo handicap, globalmente, significa accoglierlo come persona che non sente dalle orecchie e non nel cuore e nella mente e significa anche accogliere le capacità realmente possedute, le quali aiutano ad evitare che egli possa utilizzare la propria “situazione” per ottenere le risposte da lui desiderate. Deve essergli ostacolata l’idea che tutto gli è dovuto in nome della sua menomazione fisica: chi lavora con e per lui perché possa essere inserito al Nido, ha bisogno di sapere i limiti reali del bambino causati dalla mancanza dell’udito, per evitare che possano generarsi sentimenti di pena e atteggiamenti di accondiscendenza, in una relazione “prepotente”, in cui tutto è permesso e preteso; non di rado succede, infatti, che il bambino sordo venga “graziato” da rimproveri facendo leva sul suo deficit. La mancanza di una preparazione professionale che verte su più ambiti, molto spesso mette in crisi l’educatore, il quale invece deve partire proprio dalle potenzialità e dalle capacità integre del piccolo, per evitare tanti errori che rendono ancora più gravoso il processo di inserimento.

Entrare al Nido giocando in “silenzio”
L’Asilo Nido quando accoglie e pensa a progetti di inserimento di bambini affetti da sordità, deve presentarsi particolarmente attrezzato, pur precisando che non è, e nemmeno deve diventarlo, un Asilo “speciale”; deve essere un Nido “comune” che, per dotazione di personale qualificato, di strutture, attrezzature idonee e per la prossimità di presidi sanitari o riabilitativi, favorisce la funzionale entrata del bambino sordo, in quanto facilitata da tecniche didattiche, da materiale specifico, da vari stimoli.
Il Nido deve pensare a momenti nell’inserimento durante i quali viene superato lo svantaggio uditivo e sociale del bambino sordo; momenti di pennarelli colorati, matite, cartoncini, marionette, trucchi… momenti dove fantasia, spirito di immaginazione e creatività si intrecciano tra loro, in un silenzio che non è penoso ma che si prende cura delle emozioni del piccolo non udente. Entrare al Nido giocando è un’esperienza tra le più entusiasmanti compiute nei primi anni di vita del bambino e pertanto pensare di poter stabilire relazioni ludiche è alquanto rafforzante per il processo di inserimento dell’infante sordo.
Vygotskij aveva fatto notare già oltre cinquant’anni fa che il bambino sordo è un soggetto diverso nell’acquisizione del codice della lingua perché il suo apparato cerebrale non è come quello dell’udente, modellato e predisposto sin dal periodo vissuto nella placenta materna ad accogliere i suoni, i rumori, le voci la sua acquisizione linguistica dovrà avvenire utilizzando propriamente i sensi vicari dell’udito; sensi che costituiscono il mondo attorno al quale gira tutto l’esistere del bambino sordo.
Per questo il suo linguaggio deve avere origine da quelle percezioni sensoriali che sono più forti e che sono capaci addirittura di preparare e coinvolgere tutto il corpo a raggiungere un livello di comunicazione efficace per esprimere idee, emozioni e pensieri. In condizioni di udito deficitario, la struttura corporea nella sua globalità diventa oggetto principale di comunicazione, o meglio soggetto dialogante in grado di liberare e far brillare l’espressività intrinseca del sordo: i sordi sono più “intonati” nella comunicazione corporea rispetto agli udenti perché per costoro il corpo diventa reale strumento attivo di reciprocità; le posture, le posizioni spaziali, gli sguardi, tutte le espressioni del volto costituiscono indicazioni precise per creare condizioni di scambio interazionali. Il bambino sordo con il suo corpo “pronuncia” le sue impressioni, manifesta la sua tristezza e i suoi turbamenti, le paure, il disgusto, le gioie e la rabbia, accoglie, domina, sospetta, ama e vive!
Quando egli è molto piccolo, utilizza il corpo come mezzo comunicativo e per potersi connettere sentimentalmente con l’altro: partendo da questo presupposto, si potrebbero organizzare giochi e attività nelle quali vengono investite le risonanze corporee del soggetto e per mezzo di queste si impara ad “ascoltare” e a vivere i suoni, a distinguerli con le vibrazioni crescenti, in un contesto di assoluta tranquillità, perché venga favorito un tono muscolare elastico che permetta poi al corpo vibrante la trasmissione delle onde sonore e la distinzione dei timbri sonori.
Questo tipo di gioco, dunque, richiede investimento di emozioni ma anche assoluta fiducia da parte del bambino; perciò potrebbe essere fatto con l’indispensabile presenza dei suoi genitori… presenza capace di rasserenare il bambino e di farlo rilassare nel corpo, nella mente e nel cuore.
Nel gioco anche il setting deve essere ben preparato: la location, grande quanto basta per l’attività e abbastanza raccolta per evitare la dispersione dell’attenzione, deve essere calda ed accogliente; gli strumenti musicali vibranti e i vari materiali che vengono utilizzati, devono poter essere visibili al bambino perché possa rendersi conto del percorso dell’attività.
Sempre sfruttando il corpo in maniera globale, sarebbe divertente dare vita a un inserimento basato sulla pratica di un’attività fisica e “sportiva” per favorire l’autonomia e l’integrazione del piccolo e potenziarne i sensi surrogati dell’udito. In questo gioco, infatti, il tatto oltre che la vista, sono i referenti principali tra la realtà e le emozioni interne.
Il progetto ludico richiederebbe da parte della struttura: temperatura giusta, attrezzatura e materiali adatti; nella saletta di psicomotricità, ad esempio, si potrebbe allestire una piscina gonfiabile (Ø 100 cm), con acqua regolata a temperatura ambiente, ideale per il raggiungimento di uno stato di rilassamento da parte dei bambini, accolti in piccolissimi gruppi (sordi e udenti): il gruppo molto ristretto risulterebbe piuttosto accessibile e contenuto per riuscire nell’intento di conoscenza rilassata.
I bambini avrebbero così una nuova coscienza del proprio corpo, data dalla stimolazione tattile e anche termica e dalla sensazione di avvolgimento, a loro forse insolita! L’acqua è un grandissimo amico del bambino perché per nove mesi ne è avvolto per il 90% ; il bambino si trova perfettamente a suo agio in acqua e inoltre questa ha proprietà biofisiche davvero eccezionali. Il bambino pertanto, supererebbe immediatamente il “fastidio” dell’acqua e della paura. Anche solo immergere i piedini, farli scalciare dal bordo, rappresenterebbe un primo proficuo approccio con l’acqua.
All’inizio sarebbe utile, direi obbligatoria, la presenza di almeno un genitore; superate le primissime fasi di difficoltà, si attuerebbero le attività ludiche vere e proprie (con le palline di varia grandezza e materiale, pupazzini galleggianti, pezze, colori…). Ma attenzione! non sarebbe come fare un corso di nuoto! La piscina dovrebbe essere piccolissima e con livello d’acqua ridotto… non è nuotare ma consentire un inserimento che riduca le distanze tra il Nido e il bambino sordo.

Bibliografia
AA. VV. (2003), dispensa Il gesto, l’immagine e la parola.
AA. VV. (1998), Infanzia e adolescenza, diritti e opportunità, Centro Nazionale di Documentazione ed Analisi sull’Infanzia e l’Adolescenza.
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Bacchini D. – Valerio P. (2000), Le parole del silenzio, Edizioni Scientifiche Ma.Gi., Roma.
Bassa Poropat M. T. – Chicco L. (2004), Il nido come sistema complesso, Edizioni Junior, Bergamo.
Berry Brazelton T. (2003), Il bambino da zero a tre anni, RCS Libri, Milano.
Casale M. – Castellani P. – Saglio F. (1991), Il bambino handicappato e la scuola, Bollati Boringheri editore, Torino.
Marchetti P. (2002), dispensa Lo spazio pensato… mappe reali e ideali, Bologna.

Laureata in Scienze della Formazione a Bologna con una Tesi sull’inserimento al nido di bambini sordi e ipoacusici articolo estrapolato dalla tesi di laurea redatta insieme al prof.J.J.Chade.
e-mail: fenice82it@yahoo.it