Le dinamiche dell'identità tra deficit e contesto socioculturale

"Tutto deve essere in fin dei conti interpretato"(G.Devereux)

L'opera dell'antropologo e psicoterapeuta Georges Devereux è insieme di grande attualità e ancora poco troppo conosciuta; considerato come il fondatore dell'etnopsichiatria moderna che egli preferiva definire come psicoanalisi transculturale o addirittura metaculturale, il suo lavoro ha affrontato i temi del rapporto tra personalità, cultura, sviluppo psicologico e psicopatologia. Morto a Parigi nel 1985 G.Devereux era di origine magiara; famiglia borghese di origine ebraica vissuta a Lugoj o Lugos (passato dall'Ungheria alla Romania dopo il crollo dell'impero austro-ungarico nel 1918), vivrà tra la Francia e gli Stati-Uniti; prima antropologo poi psicoanalista tenta di costruire un approccio che renda complementari l'etnologia, la psicoanalisi e la sociologia per spiegare i comportamenti umani e i disturbi psicologici nei diversi contesti culturali. Lavorerà sul campo con i Sedang Moi del Sud Vietnam e successivamente con gli indiani delle riserve del Nord-America nonché con gli immigrati. Oggi sono in molti a richiamarsi del suo lavoro ma sono in pochi a leggere le sue opere che non sono facilmente reperibili nonostante la quantità di articoli e di libri pubblicati in francese e in inglese. L'interesse per l'opera di Devereux non riguarda tanto il suo lavoro clinico(é stato psicoanalista e ebbe in cura degli indiani delle riserve)ma il quadro epistemologico e metodologico del suo lavoro di osservatore della condizione umana in situazioni socio-culturali diverse; le sue riflessioni sull'identità , che considerava come un concetto ambiguo e da manipolare con prudenza, e il suo rapporto con la sofferenza costituiscono un quadro stimolante per tutti gli operatori sociali e educatori che hanno a che fare con la sofferenza dell'altro. L'opera di Devereux offre diversi spunti per ripensare la pratica sociale ed educativa nel lavoro con la disabilità, la sofferenza psichica, l'emarginazione, i soggetti con difficoltà comunicativa o di apprendimento, i migranti e tutte le situazioni caratterizzate da sofferenza nel passaggio da un contesto sociale e culturale ad un altro, oppure da una esperienza di vita ad un’altra.
L’interesse per noi è di comprendere in cosa il suo lavoro ci può aiutare ad approfondire l’epistemologia della pedagogia speciale ma anche quale valenza operativa può assumere per l’operatore che si trova ad accompagnare il soggetto disabile nel suo percorso di apprendimento e di socializzazione.

1.L'approccio antropologico di Devereux può essere utile per la pedagogia speciale?

. Assioma fondamentale e trasversale di tutto il suo lavoro:

”Occorre cogliere l'universale nell'aspetto specifico della sofferenza psichica”.
Devereux parte da una considerazione fondamentale: è attraverso lo studio della diversità che si arriva a comprendere l’universale cioè quello che è profondamente comune a tutti gli esseri umani ; si potrebbe anche arrivare al paradosso di dichiarare che quello che è specifico è universale ed è universale perché specifico. In fondo quante volte lavorando con bambini disabili ma anche con adulti ci accorgiamo che le loro modalità di esistere, relazionarsi, vivere, viversi ci permette di comprendere meglio il mondo cosiddetto “normale”; quante volte i metodi innovativi nati nell’insegnamento-apprendimento di bambini sordo-muti o con ritardo mentale ci hanno mostrati la loro validità ed efficace pedagogica con i bambini “normodottati”. C’è qui in Devereux un approccio all’alterità che si basa su due pilastri: la similitudine e la differenza; universalità e diversità. E’ quello che secondo lui fonda l’eguaglianza profonda tra gli esseri umani in quanto produttore di Cultura cioè in quanto soggetti capaci di significare il mondo. Cultura per Devereux è sia l’affresco africano, che la costruzione di un attrezzo semplice per andare a caccia oppure il disegno semplice e rudimentale di un bambino oppure di un adulto autistico. La capacità di sublimare rappresenta per lui un elemento trasversale, universale che riguarda tutti gli esseri umani; ma in modo diverso e variegato a secondo il contesto socio-culturale e il sistema simbolico di riferimento. Qui vi è una indicazione di un grande interesse per chi lavora con la disabilità: 1) ogni persona disabile è in grado di sublimare tramite l’azione e l’attività che produce senso 2) il meccanismo di sublimazione può tuttavia avvenire in forme diverse e talvolta attraverso modalità handicappanti per la persona. Inoltre quello che è sublimazione(mediazioni attive che favoriscono lo sviluppo delle potenzialità del soggetto attraverso la “configurazione” integrata degli elementi socio-culturali e di quelli soggettivi) in un contesto di relazione positivo si svolge diversamente in un contesto di relazione negativo; e tutto questo viene mediato dai linguaggi e le culture .

.L'approccio metodologico:

a. Principio complementaristico:

Questo principio Devereux lo recupera dalla fisica di Heisenberg. L'idea che non esiste un metodo esaustivo in grado di spiegare e comprendere tutti i fenomeni della condizione umana. L'unico metodo è che esistono più metodi e schemi interpretativi complementari tra di loro nel fornire degli elementi di risposta. Il complementarismo implica un dialogo tra psicologia, sociologia, filosofia, storia, pedagogia e antropologia; dialogo non significa confusione epistemologica; ogni disciplina e oggetto di conoscenza conserva la propria autonomia epistemologica e metodologica. Ognuno usa i propri codici di riferimento, il proprio linguaggio e il proprio sguardo per comprendere la complessità dei comportamenti umani. Il principio complementaristico va anche al di là dell’aspetto strettamente metodologico , è una concezione della costruzione dell’identità: ognuno di noi si compone di diversi aspetti(sesso, gruppo sociale, professione,vita familiare,lingua, cultura, credenze politiche e religiose) che sono il frutto del lungo processo d’inculturazione/acculturazione avvenuto attraverso l’educazione e gli incontri durante la nostra esperienza di vita. E’ quello che permette ad ognuno di costruirsi un repertorio potenziale di capacità, facoltà e attitudini ricco di possibilità e in grado di funzionare in modo articolato nelle varie situazioni. Esiste una complementarità di questi diversi aspetti della nostra personalità; complementarità che viene a mancare nelle situazioni in cui viene impedito la possibilità di sperimentare e produrre questo repertorio di competenze personali,sociali e culturali. L’assenza di complementarità impoverisce la personalità e la rende come mutilata sul piano psico-esistenziale; il fatto di essere identificato continuamente con il proprio deficit- con la paraplegia, la sordità, la cecità ecc…-finisce per escludere la possibilità di uno sviluppo del repertorio potenziale e per rendere non complementare il deficit con questo. Devereux aveva capito molto bene che vi era una corrispondenza speculare tra l’approccio complementaristico sul piano metodologico; cioè l’integrazione di più punti di vista per avere una lettura globale della personalità e del suo sviluppo e il complementarismo della costruzione identitaria; tra la rappresentazione dell’altro e l’autorappresentazione che si fa il soggetto; tra lo sguardo degli “esperti”, degli operatori e quello del soggetto disabile su stesso.

 

b. principio d'indeterminazione:

Un principio che Devereux riprende dalla fisica nucleare di N.Bohr: l'idea è che non esiste mai una spiegazione assolutamente esaustiva dei fenomeni umani; sia sul piano teorico che pratico esiste un margine d'indeterminazione e di imprevedibilità che fa parte dell'operatività del ricercatore nel momento in cui sperimenta e entra in relazione con l'oggetto del suo lavoro. Questa indeterminazione è ancora più elevata nelle relazioni umani che si caratterizzano con una serie di variabili non prevedibili in partenza. L'importante è avere un dispositivo di lettura che permette una revisione permanente. E' proprio il rapporto tra un dispositivo aperto e l'imprevedibilità che produce soluzioni e risposte inedite. Questo fattore d’indeterminazione è anche un modo per Devereux di mettere in discussione la tendenza della classificazione nosografia nel settore della psichiatria e della psicopatologia ma anche in quello dell’etnopsicologia; il rischio che le categorie definitorie finiscono per non fare vedere la persona come è realmente cioè come un essere , spesso difficilmente comprensibile e classificabile, l’approccio classificatorio finisce per vedere solo i sintomi, le categorie diagnostiche o culturali e non più la persona. Invece nella relazione che esplora la realtà umana vi è sempre dell’indeterminazione ed è quello che alimenta lo spirito di ricerca aperta per trovare con l’altro le soluzioni. Quante volte si sente gli operatori affermare con certezza che cosa è un bambino Down oppure un paraplegico ? Quanto le definizioni e i tratti che vengono attribuiti a queste tipologie di deficit non permettono più di vedere la persona; è quello che Jean-Marc-Gaspard Itard diceva già ai primi dell’ottocento , a proposito del “ragazzo selvaggio” dell’Aveyron:” Hanno guardato senza vedere”. La stessa azione educativa è fatta di indeterminazioni; la sperimentazione delle mediazioni che possono favorire gli apprendimenti della persona disabile sono tuttavia seminati di trappole, di buche pericolose, di curve improvvise, di salite e discese ripide, di tanti punti oscuri e imprevisti; la meta viene definita, o per lo meno si indica uno o più obiettivi ma le strade sono sconosciute. L’indeterminazione e l’imprevisto costringono l’etnologo e l’educatore a dotarsi di strumenti di analisi e di modalità di osservazione che li permettono di cogliere l’imprevisto per trasformalo in una nuova opportunità . Nel lavoro educativo con la disabilità la consapevolezza dell’indeterminatezza sta tutto in quello che Philippe Meirieu ha chiamato “il paradosso pedagogico dell’anticipazione”; nel processo di accompagnamento della persona disabile agisco con intenzionalità, immagino quali potranno essere gli sviluppi di una esperienza ma vengo sistematicamente smentito dalla realtà della libertà di fare o non fare del soggetto disabile come soggetto attore che resiste alle mie anticipazioni e crea, appunto indeterminatezza. In fondo vi è qui una idea di azione educativa come azione di ricerca; una azione di ricerca dove il soggetto disabile è un ricercatore in azione nel proprio percorso formativo, esattamente come l’indiano che Devereux aveva in terapia. L’indeterminatezza sta nel fatto che esiste uno spazio di libertà per il soggetto disabile, uno spazio che può smentire clamorosamente le anticipazioni dell’educatore; anticipazioni che d’altronde questo non può non fare. L’importante è di avere creato una situazione e un dispositivo di accompagnamento che permette all’educatore di cogliere e leggere il margine d’indeterminatezza permettendo al soggetto disabile di sperimentarsi e auto-correggersi.E' proprio nello spazio dell'indeterminatezza che si svolge l'azione educativa favorendo l'acquisizione da parte del soggetto disabile del controllo sul proprio percorso e la propria esperienza di vita.

 

3.I rischi del discorso sull'identità:

Devereux parla di “configurazione psichica” e di “modello di sé” che considera composti da due parti fondamentali:

.Quello che unisce e crea il contatto(identità idiosincratica)

E’ la parte trasversale e metaculturale; sono i meccanismi fondamentali della psiche che funzionano nel medesimo modo per tutti gli esseri umani; questo a prescindere della collocazione nel tempo e nello spazio. Per questa parte del processo di sviluppo della personalità tutti gli individui sono simili e esistono come “produttori di Cultura”cioè di strumenti di mediazione che permette ad ognuno di entrare in comunicazione con gli altri. E' La componente insieme individuale ed universale della personalità nelle forme del funzionamento della psiche. E' quello che permette ad ognuno di noi di comunicare con l'altro a prescindere delle differenze linguistiche, culturali ed altre. Questa parte è inoltre quella che emerge con più visibilità nelle situazioni di grossa sofferenza psichica e quest’aspetto è importante per chi lavora con la disabilità. La disabilità come prodotto di una situazione handicappante ci permette di comprendere meglio lo sviluppo e il funzionamento bio-psico-sociale di tutti gli esseri umani; è quello che pensava Itard nel suo lavoro con Victor, anzi considerava questo caso come una opportunità per capire in modo più profondo “l’uomo naturale” non ancora cambiato dalla civiltà; è anche quello che pensava Decroly nel suo lavoro con i “bambini irregolari” in Belgio , cioè che l’osservazione dello sviluppo degli apprendimenti del bambino con un “ritardo mentale” permetteva di comprendere meglio il processo di sviluppo di tutti i bambini e i rischi per l’integrazione delle varie parti della personalità globale nelle diverse situazioni.

.Quello che differenzia e fa la specificità(etnico-culturale):

Si tratta qui della parte specificatamente storico-culturale e contestuale; la componente etnico-culturale particolare prodotta da una interazione tra l'individuo e il suo contesto socio-culturale particolare. Sono i contenuti, i materiali della forma psichica che sono il frutto della rielaborazione soggettiva di tutte le mediazioni del contesto: linguaggio, costumi, regole sociali e valori. E' l'insieme degli attrezzi mentali e psichici forniti dal contesto o dall'area storico-culturale dove si nasce e si viene educato nella prima infanzia. E' qui che il disabile si fa una immagine socialmente interiorizzata di sé perchè la società dove vive funziona come uno specchio culturale.

L'integrazione di questi due livelli costituisce la "configurazione psichica" e il "modello di sé" della personalità: questa è fatta dall'integrazione del "comprendere", del "comprendersi"e dell'"essere compreso": comprendere il mondo e la propria collocazione nella realtà sociale, essere in grado di orientarsi in questo mondo e quindi di scegliere, comprendersi ed accettarsi cioè riuscire a comprendere la molteplicità di elementi che ci compone e dare un senso a tutto ciò come progetto di vita, come traiettoria; essere compreso da chi ci circonda, sentirsi accettato con le proprie caratteristiche. L'integrazione di questi diversi livelli nel processo di combinazione della parte idiosincratica e di quella etnico-culturale, attraverso l'esperienza di vita, forma la personalità produttrice di senso e soggetta della propria storia. Queste considerazioni di Devereux ci possono aiutare a comprendere meglio cosa può significare questa parte d’identità nell’interazione tra deficit e contesto socio-culturale: il bambino sordo-muto, ipoudente, trisomico o paraplegico costruisce un “modello di sé” sulla base dell’interazione e della relazione con il suo ambiente di vita e sull’immagine di sé che il contesto culturale li rimanda. Inoltre ogni contesto culturale ha una sua rappresentazione della “normalità” e dell’”anormalità”; quello che è considerato socialmente normale in Italia non lo è magari tra gli indiani delle riserve del Nord America. Il punto fondamentale è che il soggetto disabile vive il proprio deficit tramite la mediazione del linguaggio culturale del suo contesto di vita e le rappresentazioni che veicola. La questione che pone Devereux rispetto alla “configurazione psichica” è di sapere sé il soggetto con deficit è messo nelle condizioni culturali di potere comprendere il mondo in cui si trova, di comprendersi con il suo deficit come essere potenzialmente ricco ma anche di accettarsi , di essere compreso dal suo contesto come essere potenzialmente ricco di possibilità e quindi di essere accettato con il suo deficit. All’integrazione nel contesto socio-culturale corrisponde l’integrazione complessa delle varie parti della sua personalità.L'identità é , secondo Devereux,"una unicità definita per mezzo di una irriproducibile accumulo di determinazioni imprecise"; é relazione con l'altro, gli altri e il mondo. La costruzione di sé é il prodotto di un processo di relazione complesso dove siamo sempre insieme centro e periferia, dentro e fuori a secondo che siamo noi a guardare o gli altri a guardarci; si tratta di un meccanismo complesso di modellazione del sé che passa tramite le mediazioni dell'identificazione , dell'introiezione e della proiezione. "In ogni istante, ogni persona, é soggetto per se stesso e costituisce l'ambiente per gli altri: tutto ciò che é dentro per il soggetto é fuori per l'Altro. Infine per diventare essere sociale, il soggetto deve imparare a osservarsi, sotto certi aspetti , e soprattutto nelle relazioni intersoggettive in quanto "fuori" in quanto ambiente per gli altri".
Quindi la costruzione dell'immagine di sé e degli altri sta tutta nel processo di etichettamento e di autoetichettamento; nella dialettica tra dentro e fuori, centro e periferia; l'etichetta agisce come "modello ideale dell'io e del sé" ma questa mia rappresentazione può non coincidere con la rappresentazione che gli altri si fanno di me. Mario è Mario oppure un bambino Down; Mario è sicuramente Down ma il fatto di essere Down non qualifica Mario come persona che sente, percepisce, vive la vita, ha delle esperienze, apprende, soffre, gioisce, spera e si dispera; Mario è la sua traiettoria complessa e sempre in divenire. Ma Mario , fin dalla sua nascita può essere stato etichettato continuamente con la trisomia 21 e finire per introiettare la sua “Downità” come elemento unico della sua personalità, “Downità” definita dal sistema di relazione dove vive e che lo identifica con una dimensione sola della sua persona. Mario può finire per identificarsi con questa unica dimensione, perché in fondo, con sofferenza, ha imparato le strategie di sopravvivenza nelle relazioni e per comportarsi esattamente in base a questo sguardo esteriore che diventa sguardo interiore e modello di sé. Ma per Devereux "si può concepire l'Io ,...,come qualcosa che costituisce una frontiera(e non é una frontiera) fra "dentro" e "fuori", una frontiera sempre e revocabile in ogni momento": quindi siamo insieme simili e diversi e siamo sempre più cose contemporaneamente; abbiamo più di una appartenenza e più affiliazioni; é il soggetto a conferire senso a questa sua pluralità di elementi esistenziali. Ma abbiamo anche delle radici che ci permettono di essere insieme singolo e plurale; e quindi semplicemente noi stessi.

Il rischio della riduzione unidimensionale dell'identità:

Occupandosi della vita degli indiani delle riserve del Nord America Devereux mette in evidenza il rischio di un "iper-investimento dell'identità etnica" cioè della riduzione, come difesa, opposizione o imposizione,della propria immagine ad una unica dimensione(religiosa, culturale,patologica ecc...):riduzione unidimensionale dell'identità che avviene spesso in situazioni di crisi e di violenza(di acculturazione brutale e antagonistica); riduzione che rappresenta una chiusura semplificatrice e fuorviante della personalità e anche un impoverimento globale. Per Devereux il "superinvestimento dell'identità etnica" porta ad una riduzione delle identità significative della personalità, all'annientamento della reale e ricca identità dell'individuo:"Considerando specificamente l'identità etnica, si può osservare che quando una identità etnica iper-investita prevale su tutte le altre, cessa di fungere da strumento e, a maggior ragione, da scatola degli attrezzi diventa...una camicia di forza". Ecco la “Downità” di Mario diventa per lui una “camicia di forza” che l’impedisce di dare libero corso allo sviluppo di tutti gli altri aspetti potenziali della sua ricca personalità. Mario diventa una persona molto rigida che non riesce ad attivare le sue risorse e a fare funzionare le sue capacità in contesti nuove e per rispondere a situazioni sconosciute. In questo modo avviene un crollo drammatico del senso della sua personalità; non bisogna dimenticare che ognuno di noi possiede un repertorio potenziale totale molto ricco; la riduzione unidimensionale dell'identità impoverisce questo repertorio e ci riduce ad alcuni segmenti di questo.
Per Devereux ogni essere umano é la gamma di un inventario e di un repertorio che presenta tante potenzialità; ridurlo ad un unico segmento(religioso, presunto etnico o culturale, oppure un deficit)significa impoverire la sua capacità di orientarsi nel mondo e di sperimentare tutte le sue potenzialità. Nel processo di auto-etichettamento la persona finisce per identificarsi con questo unico segmento e per trovarsi in difficoltà a riconoscersi in situazioni che mettono in moto gli altri segmenti del suo "inventario/repertorio" disattivato e spento. Questa riduzione finisce per disorientare la persona e per metterlo in una situazione che si potrebbe definire handicappante e di sofferenza.
Il soggetto con deficit che non viene messo nelle condizioni di comprendere, comprendersi ed essere compreso vive una situazione di stress che se non mediata da un accompagnamento efficace può trasformarsi in una situazione traumatizzante che si trasforma rapidamente in vera e propria patologia. Il disorientamento assoluto rispetto a se stesso e al proprio mondo vitale, prodotto dalla situazione handicappante, che può portare il soggetto all’incapacità e ad uno sviluppo di tipo psicopatologico. E’ infondo quello che hanno descritto molto bene uomini come Franco Basaglia a proposito dell’Istituzione Totale e Stanislaw Tomkiewicz per le situazioni di violenza istituzionale vissuta da bambini e adolescenti. Per quanto riguarda il tipo di risposta educativa o terapeutica Devereux preferisce la parola orientamento a quella di adattamento: quest’ultima presuppone da qualche parte una norma; se poi la norma è l’Istituzione Totale, la famiglia disturbata oppure una società che esclude diventa un’ulteriore violenza volere adattare le persone disabili a questi contesti. Egli preferisce quindi parlare di "orientamento fallito" e anche di "riadattamento creativo" nonché di "implicazione reciproca". Il disturbo, la sofferenza e la stessa patologia sono il frutto di “un orientamento fallito” cioè il soggetto disabile non è stato messo culturalmente nelle condizioni di accettarsi e di orientarsi nel contesto con il suo deficit ; qualsiasi “trattamento” educativo o terapeutico richiede la possibilità per il soggetto di acquisire gli “strumenti mentali ed emotivi” che li permettono di orientarsi e di fare delle scelte essendo se stesso.

Implicazioni pratiche e metodologiche:

" Smarcarsi dagli stranieri(dai diversi)- scrive Devereux- presuppone talvolta il credo che solo il gruppo cui si appartiene sia autenticamente umano o per lo meno sia l'archetipo dell'umanità. Un'altra manovra di dissociazione consiste nell'esagerare le differenze e nel sottolineare in modo ossessivo ciò che é unico- per esempio esagerando sistematicamente alcuni tratti e minimizzando l'esistenza di altri tratti soggiacenti, l'interdipendenza e la compensazione reciproca di questi diversi tratti. La ricerca di ciò che è unico e specifico induce praticamente alcuni analisti del comportamento a negare l'unità psichica dell'umanità e ad attribuire una "psicologia speciale" ad ogni gruppo etnico". Non é il rischio che si corre nel tentativo di differenziare ad ogni costo tramite delle categorie di classificazione: per esempio esiste una psicologia speciale del musulmano e del trisomico? E' quello che in fondo affermava il dottor Down paragonando il trisomico e il Mongolo(popolo dell'Asia).Qualcuno ha anche fatto un lungo elenco dei tratti psicologici speciali del soggetto trisomico o dell’”insufficiente mentale”in relazione con l'inferiorità cognitiva del Mongolo. L’approccio classificatorio , il differenzialismo assoluto e rigido portano al pregiudizio nonché al razzismo.Qui Devereux si pone dal punto di vista dell'osservatore, dell'etnologo, del medico,dello psicologo o dell'educatore che é in contatto con l'immigrato, l'adolescente difficile, la persona disabile e l'individuo con problemi di natura psicopatologica: invita l’osservatore ad interrogarsi sulle proprie categorie culturali. Contesta l'approccio che tende a vedere solo la diversità, o meglio a vedere la diversità che sta nelle tassonomie dell’osservatore, quindi a ridurre la persona ad una categoria unidimensionale: l'immigrato marocchino é musulmano, la persona disabile é un trisomico, il ragazzino é affetto da deficit di attenzione e di iperattività, questo adulto é un nevrotico ossessivo ecc...Devereux fa notare che nel processo di osservazione che passa tramite la relazione terapeutica oppure educativa; in qualsiasi relazione di aiuto l'osservatore é insieme osservatore e osservato e viceversa. Non solo ognuno ha un "osservatore interiore" che entra in relazione con un "osservatore esteriore"; l'osservatore interiore é il frutto delle influenze culturali che ci plasmano attraverso l'educazione e il contesto; quando osserviamo lo facciamo sempre attraverso un certo "paio di occhiali"; l'altro fa esattamente la stessa cosa. Per di più nella relazione terapeutica, per esempio, vi é un processo di controtransfert che proietta dei segmenti inconsci della nostra personalità. Il contro-transfert é determinante nel definire concretamente la relazione con l'altro che si vuole aiutare e accompagnare. Il terapeuta, l'operatore della riabilitazione e l'educatore non sono soggetti a-storici o non acculturati, lo sono in quanto prodotti della società e veicolano immagini, stereotipi e pregiudizi che agiscono nella relazione con la persona disabile.
E' proprio partendo da una riflessione su questa dimensione della sua personalità che il terapeuta o l'educatore possono creare il contatto con l'altro; é partendo dagli elementi di similitudine che si può creare lo spazio per l'incontro. Invece partire dalla presunta diversità- che é frutto di uno sguardo appreso che non corrisponde mai alla realtà soggettiva della traiettoria della persona in carne ed ossa- vuol dire scambiare le nostre categorie mentali per le categorie che ci spiegano l'altro. Vuol dire non riconoscere quello che ci appartiene come esseri umani(accomunandoci al soggetto disabile) e quello che ci appartiene come soggetto con una storia specifica. Devereux é un strenuo difensore della relazione basata sulla possibilità per il paziente(noi possiamo anche dire dell'educando, del soggetto disabile in situazione di apprendimento)di parlare di sé , di farlo con le proprie modalità e il proprio linguaggio,di raccontarsi attraverso il proprio vissuto. Il rischio che , secondo lui, si corre, è sempre quello di chiudere l'altro nella "camicia di forza concettuale" di una categoria predefinita (diagnostica,classificatrice)che ci dovrebbe dare le soluzioni e la lettura dei suoi bisogni.
Devereux é estremamente chiaro su come deve concepirsi lo spazio della relazione di aiuto;cioè uno spazio di libertà per la persona di esprimersi e narrare il proprio modo di essere; non a caso parla dell'importanza di creare le condizioni per favorire l'espressione della "personalità modale" cioè dal modo con il quale il soggetto si narra anche attraverso la sua sofferenza e il suo disturbo; é questa garanzia che permette l'attivazione di un processo di auto-cura. Qui il terapeuta é solo un mediatore, un'accompagnatore-facilitatore che deve scomparire il prima possibile:"Occorre ricordare,- scrive Devereux- un'altra volta, che il modello culturale, l'ethos(il sistema di valori di quel modello), i valori ecc , non possono assolutamente "determinare" nulla , né "mettere in atto" né animare nulla , non possono essere "espressi" … poiché sono semplici astrazioni. Solo gli individui concreti possono agire realmente". Non é né la "cultura presunta di appartenenza"(quella che si rappresenta mentalmente il terapeuta, l'etnologo o l'educatore) né la disabilità, né il disturbo a determinare la realtà del soggetto come essere complesso. Devereux afferma un principio insieme terapeutico e pedagogico :"il diritto del paziente a farsi accettare nei termini che sono suoi e a ricevere un trattamento adatto i propri bisogni". Ma per ciò l'operatore deve fare i conti con l'osservatore interiore per fare veramente i conti con l'osservatore esteriore.Solo nel rapporto con l'altro riusciamo a prendere le distanze da se stesso ma anche ad utilizzare quello che ci fa assomigliare a l'altro per costruire la comunicazione e la relazione. Bisogna quindi essere consapevole che la prima distanza a prendere é quella da se stesso per conoscersi e che questo ci aiuta a capire l'altro attivando gli elementi di contatto necessari all'accompagnamento; è proprio l'altro che ci aiuta a distanziarci da noi per comprenderlo meglio.Questo processo do comprensione aiuta anche l'altro a prendere il controllo di sé nella narrazione dell'avventura educativa o riabilitativa; crea prossimità e non estraneità.La nostra non estraneità alla "condizione umana"; il fatto di essere stato bambino, giovane e adolescente oppure di aver vissuto la malattia e la sofferenza ci mette nelle condizioni di ascoltare e comprendere ; ci deve spingere a costruire le condizioni dell'accompagnamento che deve permettere all'altro di recuperare finalmente se stesso. Il che vuol dire per l'operatore imparare a rispettare in sé la propria umanità e recuperare se stesso ogni volta che apre la finestra dell'incontro.

Georges Devereux:Saggi di etnopsichiatria generale(Armando-1978)
Saggio di etnopsicoanalisi complementaristica(Armando-1976)
Dall'angoscia al metodo nelle scienze del comportamento(UTET-1986)
Alain Goussot: Il travaglio del riadattamento creativo tra gli immigrati(il contributo dell'approccio transculturale di Georges Devereux)in Animazione sociale-febbraio2007-n210-p35-45

Alain Goussot