L'acqua della follia

Io non so che cosa sia un matto, sussurrò Veronika. Comunque io non lo sono. Sono una suicida frustrata.
Matto è colui che vive nel proprio mondo. Come gli schizofrenici, o gli psicopatici, o i maniaci. Quelle persone, cioè, che sono diverse dalle altre. […]
Ti voglio raccontare una storia, disse Zedka.
Un potente stregone, con l’intento di distruggere un regno, versò una pozione magica nel pozzo dove bevevano tutti i sudditi. Chiunque avesse toccato quell’acqua, sarebbe diventato matto.
Il mattino seguente l’intera popolazione andò al pozzo per bere. Tutti impazzirono, tranne il re, che possedeva un pozzo privato per sé e per la famiglia, al quale lo stregone non era riuscito ad arrivare. Preoccupato, il sovrano tentò di esercitare la propria autorità sulla popolazione, promulgando una serie di leggi per la sicurezza e la salute pubblica. I poliziotti e gli ispettori, che avevano bevuto l’acqua avvelenata, trovarono assurde le decisioni reali e decisero di non rispettarle.
Quando gli abitanti del regno appresero il testo del decreto, si convinsero che il sovrano fosse impazzito, e che pertanto ordinasse cose prive di senso. Urlando si recarono al castello chiedendo l’abdicazione. Disperato, il re si dichiarò pronto a lasciare il trono, ma la regina glielo impedì, suggerendogli: - Andiamo alla fonte, e beviamo quell’acqua. In tal modo saremo uguali a loro.- E così fecero: il re e la regina bevvero l’acqua della follia e presero immediatamente a dire cose prive di senso. Nel frattempo, i sudditi si pentirono: adesso che il re dimostrava tanta saggezza, perché non consentirgli di continuare a governare?
La calma regnò nuovamente nel paese, anche se i suoi abitanti si comportavano in maniera del tutto diversa dai loro vicini. E così il re poté governare sino alla fine dei suoi giorni.
Veronica si mise a ridere. Tu non sembri matta, disse.
Ma lo sono. Adesso mi stanno curando, perché il mio è un caso abbastanza semplice: è sufficiente reintegrare nell’organismo una certa sostanza chimica. Io, comunque, spero che la terapia risolva solo il mio problema di depressione cronica, perché voglio continuare ad essere folle, vivendo la vita nel modo in cui la sogno e non come la desiderano gli altri. Sai che cosa c’è là fuori, al di là dei muri di cinta di Villette?
Gente che ha bevuto nel medesimo pozzo.
Proprio così, disse Zedka. Pensano di essere normali, perché tutti fanno le stesse cose. Fingerò di aver bevuto quell’acqua.

(P. Coelho, Veronika decide di morire, Milano, RCS Libri SpA, 1999, pp. 36-38)

Veronika ha appena tentato il suicidio e in questo brano si è appena svegliata in un ambiente che assomiglia a un ospedale e che capisce solo durante la chiacchierata con Zedka essere un manicomio. Il manicomio di Villette a Lubiana. Zedka è rinchiusa lì da molto tempo e accompagna Veronika a scoprire la follia, le sue declinazioni, le sue saggezze che contrastano così evidentemente con la piatta e assurda omologazione della normalità.
Ho scelto questo pezzo come passaggio dalla storia alle esperienze dell’oggi, soprattutto per due motivi. Innanzitutto perché ha bisogno di ben poche parole di commento poi perché il racconto del re e dei suoi sudditi mostra così chiaramente e semplicemente le fragilità e labilità delle categorie entro cui pensiamo e riconduciamo le persone. E fa pensare.