La rete dei servizi territoriali: il caso dell'Emilia Romagna

di Luca Baldassarre

Per il passaggio dal tema degli infortuni sul lavoro a livello nazionale a una panoramica complessiva della rete dei servizi territoriali (sociali, sanitari, educativi, di inserimento lavorativo, ecc.) indirizzati a minori e adulti, siamo scesi ad analizzare un contesto regionale. A Luigi Mazza, funzionario della Regione Emilia Romagna, Servizio Governo Integrazione Socio-Sanitaria, abbiamo chiesto di raccontarci la situazione di questo territorio.

Innanzitutto partiamo dalle dimensioni del fenomeno: sono disponibili dei dati sul binomio immigrazione e disabilità?
Purtroppo al momento attuale non sono ancora disponibili dati che descrivano con precisione quanto è diffusa la disabilità tra la popolazione immigrata. Abbiamo fatto una breve ricerca di sfondo e l’impressione è che dati organizzati non siano ancora disponibili né a livello regionale, né a livello nazionale. Per adesso possiamo dunque fare soltanto delle ipotesi, sulla base di studi che sono stati fatti in altri Paesi e di dati che ci segnalano i nostri servizi, in assenza comunque di una rappresentazione esaustiva di questo fenomeno.
Considerando che, come emerge ad esempio dal rapporto Caritas/Migrantes, in Italia l’immigrazione è ancora un fenomeno relativamente nuovo e ancora in fase di “strutturalizzazione”, possiamo ipotizzare che la disabilità sia diffusa tra la popolazione immigrata in misura inferiore rispetto alla popolazione complessiva, anche se si tratta di un fenomeno in crescita e comunque già rilevante dal punto di vista qualitativo, considerando i bisogni assistenziali espressi. Come emerge anche dai dati raccolti dall’ISTAT, la principale causa di disabilità è il processo di invecchiamento. La struttura demografica della popolazione immigrata, invece, si sta ancora stabilizzando, sono quasi assenti gli anziani, soltanto recentemente sta aumentando la presenza di minori e donne. Chi arriva in Italia lo fa principalmente per lavorare e deve spesso affrontare un viaggio difficoltoso. Per questi motivi, come è documentato nella letteratura straniera, generalmente la popolazione immigrata presenta livelli di salute migliori di quanto invece ci si sarebbe dovuti aspettare considerando le condizioni socio-economiche generalmente meno favorevoli nelle quali gli immigrati vivono. Funziona in questi casi una sorta di fenomeno di selezione, che tuttavia è un effetto destinato ad attenuarsi con la stabilizzazione demografica. Questo fenomeno contrasta con il pregiudizio spesso diffuso, che considera gli immigrati stranieri sempre e comunque un gruppo di popolazione che consuma più servizi di welfare rispetto alla popolazione generale.
Tutte queste considerazioni ci portano infatti a ipotizzare che la percentuale di persone con gravi disabilità presenti tra la popolazione immigrata non dovrebbe sicuramente raggiungere la quota di presenza che si registra invece tra la popolazione italiana, che è intorno al 5%. In Emilia Romagna è il 3,8%.
Tra i minori la presenza di disabilità dovrebbe essere invece più vicina a quella della popolazione generale, anche se alcuni autori sottolineano che la popolazione immigrata, poiché vive in una situazione di svantaggio sociale, è più esposta alla disabilità. Al momento attuale comunque non abbiamo dati che ci dicono che a scuola ci sono più minori stranieri, che in generale sono circa il 10% della popolazione scolastica, certificati in situazione di handicap o seguiti dai Servizi di Neuropsichiatria infantile delle ASL, rispetto alle quote del 2% e del 6% che si registrano in Emilia Romagna sulla popolazione in generale. È comunque rilevante sottolineare che in alcuni territori della nostra Regione già oggi ci segnalano che oltre il 10% degli alunni in situazione di handicap è anche straniero, situazione che spesso comporta un doppio svantaggio.
Ecco perché possiamo parlare di un fenomeno rilevante soprattutto dal punto di vista qualitativo. È bene ribadire che si tratta comunque di un fenomeno che non è ancora stato studiato in maniera sistematica e accurata.

Volendo fare una ricerca su immigrazione e disabilità a quali fonti si deve fare riferimento?
Innanzitutto è necessario definire con precisione cosa intendiamo per immigrazione e cosa per disabilità. Le cose cambiano ad esempio se si considerano i soggiornanti, i residenti oppure cercando di fotografare la situazione degli irregolari. Allo stesso modo, per quanto riguarda la disabilità, in questo tipo di studi generalmente si può considerare o la semplice presenza di una limitazione funzionale, oppure una situazione di disabilità più complessa. Nel caso della popolazione italiana, ad esempio, le stime dell’ISTAT sono nel primo caso del 12%, mentre per le disabilità più gravi si scende al 5%.
Volendo invece individuare le fonti già disponibili rispetto all’accesso al sistema dei servizi, si dovrebbe seguire l’approccio del cosiddetto “progetto di vita”, che consiste nel considerare a 360 gradi i bisogni della persona e tutti gli interventi disponibili. La stessa Legge quadro sull’handicap n. 104/92 prevede un insieme piuttosto articolato di servizi e prestazioni, a vario titolo collegate alle certificazioni di handicap e invalidità, che è possibile ricondurre ai quattro ambiti fondamentali della salute, della scuola, dei servizi sociali e socio-educativi e infine delle prestazioni assistenziali, anche se ci sono comunque delle limitazioni di accesso, che variano da settore a settore.
L’approccio del progetto di vita ci porta dunque ad analizzare i dati di attività non solo dei servizi sociali e socio-educativi, ma anche i dati relativi alle diagnosi e prese in carico da parte dei servizi di Neuropsichiatria per l’Infanzia e l’Adolescenza (NPIA) e degli altri servizi territoriali o ospedalieri, così come i dati relativi all’integrazione scolastica forniti dall’Ufficio scolastico regionale e infine i dati relativi alle provvidenze di carattere assistenziale. Si tratta di un lavoro che non è ancora stato fatto in modo sistematico e che richiede qualche attenzione perché in tutti questi flussi, proprio perché parliamo ancora di un fenomeno emergente, non è ancora abituale l’analisi congiunta del binomio immigrazione e disabilità. Sicuramente più complesso è invece uscire dalle fonti ufficiali per stimare la presenza di disabilità tra i cosiddetti irregolari.

Quali sono le priorità per le politiche regionali?
Un primo obiettivo è sicuramente quello della tutela e della lotta alla discriminazione. In questa direzione il primo risultato da raggiungere è una legislazione che garantisca l’accesso al sistema di welfare rivolto alla generalità della popolazione, senza creare separazioni o discriminazioni.
Raggiunto questo primo obiettivo, con l’aumentare dei flussi, si apre una seconda questione che riguarda l’efficacia e l’appropriatezza dei servizi.
Se è vero che gli immigrati stranieri hanno gli stessi diritti, non va dato per scontato che i bisogni da soddisfare siano sempre gli stessi e che i nostri servizi siano già in grado di farlo.
Per fare soltanto alcuni esempi, la diagnosi e il trattamento delle disabilità intellettive tra i minori stranieri presenta sicuramente dei punti di attenzione e delle peculiarità da considerare. In generale la presenza di una situazione di svantaggio economico, sociale e culturale amplifica i problemi legati a una determinata patologia o disabilità. Ad esempio, l’assenza di una rete familiare di riferimento è un elemento che molto spesso i servizi sociali devono affrontare nelle situazioni di deficit acquisito tra gli immigrati stranieri. Ancora, molti studi sottolineano che tra gli immigrati è spesso frequente un uso non appropriato dei servizi sanitari, in particolare ospedalieri. Infine, non sappiamo molto sugli atteggiamenti che gli appartenenti alle diverse comunità straniere presenti nel nostro paese hanno nei confronti della disabilità. Sappiamo invece che gli atteggiamenti personali e culturali possono contribuire a superare o amplificare una situazione di handicap.
Questi esempi ci fanno capire che non è sufficiente garantire l’accesso ai servizi, ma anche sviluppare la qualità e le competenze presenti nei servizi stessi. Nella Legge regionale n. 5/2004 sull’immigrazione sono presenti entrambi gli obiettivi. Come indicato nella norma, infatti, la legislazione regionale è finalizzata non solo alla garanzia delle pari opportunità di accesso ai servizi, ma anche a indirizzare concretamente l’azione amministrativa nel territorio della Regione al fine di rendere effettivo l’esercizio dei diritti.