La lettura del deficit: secondo la cultura di origine o secondo la cultura familiare!

di Luca Baldassarre

Conversazione con Ivana Bolognesi, insegnante e ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze della Formazione, Università di Bologna.

Emerge la doppia differenza
“Quando ho cominciato a lavorare nelle scuole come insegnante ma anche come formatrice non c’erano molti casi di bambini con deficit di famiglie immigrate e questo sia nella regione Emilia Romagna che fuori.
Nel corso della ricerca che sto facendo per conto del Dipartimento di Scienze della Formazione della Regione Emilia Romagna sull’integrazione delle famiglie straniere nei servizi ho realizzato alcuni focus e specialmente in alcune zone, come quella di Campogalliano nel modenese, le pedagogiste mi dicono che si stanno presentando molti casi di bambini immigrati con deficit che vengono inseriti nei nidi e nelle scuole dell’infanzia.
Emerge questa problematica che poi è una doppia problematica perché coesistono sia l’aspetto del deficit che l’aspetto dell’appartenenza culturale.
Le insegnanti devono affrontarla non potendo contare su una vasta letteratura di approfondimento fatto salvo gli studi dell’etnopsichiatria che si concentra in particolare sul disagio psicologico.
Questo percorso di approfondimento lo stiamo cercando di portare avanti anche a Bologna attraverso il lavoro del Centro di Psichiatria Multietnica “George Devereux”, che fa riferimento in particolare al lavoro di M.R. Moro sullo studio e la ricerca di soluzione del disagio dei bambini collegato alla situazione di migrazione dei genitori”.

Gli aspetti più difficili da affrontare
“Per quanto riguarda la presenza di un deficit bisogna considerare che noi abbiamo un modo di affrontare il deficit che dipende dalla nostra elaborazione culturale e bisogna vedere come le famiglie affrontano la disabilità dal punto di vista della loro cultura di appartenenza.
Sicuramente l’appartenenza culturale è un dato che le insegnanti tengono ben presente nel considerare il deficit quando devono inserire un bambino, accoglierlo e prospettare per lui il percorso. Questa è una sensibilità che si è andata sviluppando negli ultimi decenni nelle scuole, anche attraverso gli aggiornamenti e la formazione sull’intercultura. Poi da qui, capire bene come fare, come avvicinarsi al percorso culturale delle famiglie è un’altra cosa perché, dal mio punto di vista, posso dire che ancora si lavora molto sulle rappresentazioni della cultura delle famiglie un po’ stereotipate. Si corre sempre il rischio di prendere in considerazione la cultura di origine ma non la cultura familiare, di quella specifica famiglia.
La difficoltà, che esiste anche per i bambini senza deficit, può essere quella di ricondurre la loro appartenenza a una cultura di origine molto cristallizzata, molto stereotipata che porta a darsi delle spiegazioni senza relazionarsi su come quella famiglia si attiva rispetto al deficit o alla difficoltà del bambino.
Per il futuro prossimo è importante trovare modalità di incontro, far capire che cosa è per noi il deficit, come vogliamo lavorare sull’handicap e capire come le famiglie si relazionano con esso.
In base a questo è importante considerare la cultura, ma sempre partendo dai familiari: se non si fa questo si arriva a una contrapposizione spesso rigida perché è quello che accade quando ci si aspetta dall’altro determinate risposte solo in base alla cultura di origine di appartenenza.
Quindi è sempre necessario andare a relazionarsi con la cultura familiare; per vedere quale è il rapporto con la presenza di un deficit è importante andare a vedere come quel nucleo familiare pensa e vive il deficit, che tipo di immaginario ha, che considerazioni fa. Anche perché se si tratta di una famiglia che si è spostata dal paese di origine è una famiglia in forte cambiamento, le cui elaborazioni incontrano le nostre in una situazione assai diversa per loro da quella di partenza. Bisogna sempre considerare il nucleo, quella famiglia lì: come vede il bambino, come lo considera, come gestisce la vita quotidiana. Questo è importante da capire”.

Accogliere il bambino e il suo disagio: l’importanza di passare attraverso la famiglia
“C’è poi differenza fra un bambino che frequenta la scuola nel paese di origine, dove anche i genitori hanno appreso un certo modo di rapportarsi con il deficit del proprio figlio e un bambino che nasce in Italia e comincia a frequentare la scuola qui. In questo secondo caso, la famiglia impara a relazionarsi con il deficit anche in base alle strutture che trova qua e si accultura su come viene gestito a livello educativo anche in base a cosa vede in Italia.
In generale i bambini immigrati che hanno frequentato le scuole nel paese di origine sono bambini che hanno un sistema culturale e linguistico già organizzato, hanno una madrelingua più strutturata e devono adattarsi a questo grande cambiamento che li coinvolge.
I bambini che nascono qua hanno altre difficoltà; è vero che apprendono subito la lingua italiana fin dal nido ma contemporaneamente apprendono la lingua d’origine nel contesto familiare; è una forma di bilinguismo sempre difficile da mantenere, anche se si sa che bisognerebbe coltivare entrambe le lingue, mentre invece si tratta di bambini che perdono più facilmente la loro madre lingua. Anche per i genitori c’è una differenza; il bambino che nasce qua è un bambino che segna un distacco simbolico elevato. Di fronte a bambini che esprimono un disagio psicologico, i genitori spesso cercano di darsi delle risposte rifacendosi a tradizioni e a riferimenti culturali propri, cercano di capire perché quel bambino ha manifestato quel disagio secondo riferimenti culturali propri anche riprendendo le cure della propria cultura di appartenenza. Il lavoro della Moro e del suo Centro è proprio quello di cercare di integrare le diverse visioni che si hanno sul bambino per il bene del bambino stesso.
Questo potrebbe essere fatto anche rispetto all’accoglienza di un bambino con deficit dentro la scuola, per capire che visione hanno i genitori di questo bambino, come si spiegano il deficit, come si relazionano in casa anche rispetto alle proprie tradizioni culturali perché più si capisce l’altro più si riesce ad avere consapevolezza di quello che l’altro fa rispetto al deficit; così anche le insegnanti riescono maggiormente a integrare e a comunicare come loro si rapportano al bambino.
È importante passare il più possibile attraverso la famiglia e mettersi il più possibile in una posizione di ascolto e dialogo con i genitori perché altrimenti non si riesce proprio a capire dove questo bambino viene posizionato rispetto sia alla scuola che alla famiglia.
Per questo, durante gli incontri di formazione, noi insistiamo molto sulla comprensione della cultura familiare per evitare di predisporre progetti basati sugli stereotipi delle culture di appartenenza, su schematismi preconfezionati. Questo crea molte difficoltà nell’accoglienza di questi bambini che il più delle volte sono bambini di seconda generazione che hanno tratti molto differenti rispetto ai genitori e hanno riferimenti meticci.
Occorre lavorare ancora molto su stereotipi e pregiudizi che minano fortemente la relazione con i genitori. Questo è un lavoro costante da fare con gli insegnanti, non tanto per eliminare il pregiudizio quanto per controllarlo ed essere consapevoli della sua presenza nella relazione.
C’è il rischio di non riuscire a costruire niente, di non condividere un’educazione che poi deve essere il più possibile comunicata e compresa. Più si sale nei cicli scolastici più questo scollamento esiste; già nella scuola primaria il contatto con i genitori è minimo così come la condivisione di quello che si fa in classe per sapere anche cosa le famiglie si aspettano e cosa pensano di poter fare. Secondo me bisognerebbe ripensare alle forme di partecipazione delle famiglie a scuola permettendo anche l’incontro di gruppi etnici differenti, incontro che nella realtà quotidiana fuori dalla scuola avviene molto di rado”.