La filosofia sui banchi del liceo artistico

di Isabella D’Isola

Dopo moltissimi anni trascorsi nei licei classici, da due mi trovo ad insegnare Filosofia in un liceo artistico.
Le ricadute didattiche di tale cambiamento sono state molteplici: tuttora avverto la precarietà della fase di sperimentazione che sto mettendo in atto e che mi auguro però possa portare alla soluzione di alcuni dei problemi che elencherò fra poco. Devo aggiungere che la constatazione della trasformazione generale dei giovani, accelerata negli ultimi tempi, mi aveva già indotto una riflessione sull'insegnamento tradizionale della filosofia e sui suoi limiti.
La filosofia appare agli studenti come la disciplina più aliena dal contesto socio- culturale attuale, poiché i suoi oggetti richiedono l'attenzione prolungata, la pazienza, la lentezza, la curiosità verso l'universale, la dimensione logico- razionale, la coerenza del discorso, la terminologia specifica, la dimensione astratta, la logica della ricerca continua: tutte caratteristiche "fuori moda"; a ciò si aggiunga il carattere di totale "inutilità" della filosofia rispetto ai parametri attuali di considerazione dell'utile, per cui ciò che si fa, lo si fa per ottenere subito qualcosa: ovvero soldi, potere e visibilità. Sembra che il sapere per il sapere, di aristotelica memoria, sia definitivamente tramontato.
La questione metodologica è la conseguenza di quanto sopra esposto: è ovvio che in un contesto culturale così mutato non possano più valere le pratiche didattiche che ci hanno fin qui guidato. La lezione frontale, la lenta e paziente lettura e interpretazione in classe dei passi antologici, la simulazione di contraddittori su questioni teoriche non risultano né attraenti né efficaci, al fine di far acquisire una mentalità filosofica.
Al problema generale di trasformazione dell'universo giovanile si aggiunge in questo caso la specificità del liceo artistico, al cui interno si trova un numero cospicuo di giovani audiolesi, in alcuni casi anche con deficit cognitivi.
Che fare? Prima di proporre delle soluzioni, elencherei i problemi ritenuti più importanti:
• la mancanza di una formazione culturale in cui sia centrale la conoscenza della società e della cultura greca ( ciò riguarda sia la filosofia antica sia altri momenti della storia della disciplina: basti pensare a Nietzsche e Heidegger);
• una subordinazione della parola e della scrittura rispetto alla rappresentazione grafica, pittorica, scultorea ecc;
• il privilegiamento nella cultura giovanile del senso della vista ( in subordine l'udito- la musica), che impronta le relazioni con gli altri e col mondo secondo la logica della " visione", del" mostrarsi", dell' "apparire" ( tale modalità coinvolge non solo gli studenti del liceo artistico ma tutti i giovani in generale). La pratica del consumismo, come ricorda Z. Bauman, non è una questione di collezionare e accumulare cose. E' essenzialmente una questione di accumulare sensazioni, la cui fonte è soprattutto di ordine visivo. Nel mondo contemporaneo, il passaggio da una dimensione etica ad una dimensione estetica nel modo di intendere la vita e i rapporti con gli altri si configura fin dall'infanzia.
• l'utilizzo ininterrotto del mezzo televisivo che, per sua natura, satura la mente con le immagini, fa concentrare l'attenzione su ciò che si vede, declassando la parola: la stessa velocità con cui le notizie sono date impedisce la ricezione non solo di tutte le informazioni ma anche della possibilità di rielaborarle;
Da ciò discendono almeno tre conseguenze:
1) l'assenza di un'educazione alla lettura e all' approfondimento, il difficilissimo rapporto con il manuale, l'equivoco che possa bastare ripetere la parola dell'insegnante, spesso mal compresa e trascritta confusamente. Sembra che, nell'epoca dell'informatica, si sia inopinatamente ritornati alla trasmissione orale del sapere e al suo apprendimento mnemonico e passivo, come accadeva nelle scholae medievali;
2) l'incapacità di accettare i tempi lunghi della ricerca, del progetto portato avanti con pazienza, forza di volontà, determinazione. La dimensione del tempo il cui flusso è rapidissimo e che si atomizza nell' attimo, nell'istante, è quella dominante e collegata alla necessità del piacere istantaneo (e non procrastinabile) e alla soddisfazione dell'attimo.
3) la difficoltà di svolgere un attivo processo di ricerca e di scrittura individuali, a causa dell'uso, anche dissennato, di internet in cui le soluzioni sono preconfezionate.

La didattica laboratoriale di filosofia
In base all'analisi sinteticamente esposta ho ritenuto necessario sottoporre all'attenzione degli studenti la didattica laboratoriale che, in questa prima fase di sperimentazione, ho proposto- e non imposto- come modello di lavoro filosofico. La didattica laboratoriale, in estrema sintesi, stimola il passaggio dal sapere al saper fare al saper essere; possiede inoltre le seguenti caratteristiche: rende gli studenti protagonisti attivi del processo di apprendimento e stimola in loro l'atteggiamento critico, oltre che favorire il processo di soggettivazione a partire dalle peculiarità di ciascuno. Lo studente, protagonista del processo cognitivo, accetta la progettualità della ricerca e la fatica che comporta.
Questo è il motivo principale per cui ho caldeggiato la rappresentazione visiva di alcuni momenti della filosofia antica e moderna, lasciando ai singoli la scelta del mezzo e degli strumenti della rappresentazione. La dimensione della rappresentazione unisce il mondo degli studenti senza handicap con quello di coloro che lo possiedono, avvantaggiando gli uni e gli altri: perciò non mi sento di tenere nettamente separate le due riflessioni (inoltre non ho le competenze per esprimermi sull'handicap); essi condividono anche lo stesso contesto socio-culturale..
Gli allievi hanno, ad esempio, raffigurato le cosmogonie presocratiche, i miti platonici, l'universo aristotelico, alcuni dialoghi di Platone come il Critone, La nuova Atlantide di Bacone sia utilizzando varie tecniche - pittoriche, grafiche ( elaborazione di fumetti)- sia avvalendosi di materiali diversi per fare delle strutture cartonate colorate - contenenti oggetti, a loro volta manufatti- sia costruendo plastici. Per la composizione di alcune immagini hanno utilizzato anche il computer. Sollecitati a rivelare le loro abilità manuali e artistiche in un ambito non usuale, i ragazzi hanno dato il meglio di sé. Alcuni di loro hanno realizzato dipinti e oggetti che si riferivano a problematiche bioetiche.
I ragazzi hanno mostrato di saper ricostruire un momento della filosofia, a partire dalla descrizione di ciò che avevano realizzato, molto meglio di quanto non avessero fatto precedentemente senza la mediazione della rappresentazione. Le raffigurazioni sono state fonte di molteplici discussioni individuali e collettive, poiché la loro scorrettezza, pur nel rispetto delle libertà dell' "artista", denunciava una mancata comprensione del filosofo.
Si è creato nelle classi un clima di maggiore serenità e collaborazione, oltre che di "gara" per il primato dell'opera artistico- filosofica migliore.
Mi pare che la logica della visione, in questo caso, sia utilizzata proficuamente, coniugandosi, platonicamente, con una visione anche interiore. Dare forma a concetti e immagini di altri, vissuti duemilacinquecento anni addietro, è un buon esercizio contro al superficialità.
Il Laboratorio di Filosofia, presente a scuola e gestito dagli studenti medesimi, ha proposto, per l'anno scolastico 2007-08, che tale metodologia di insegnamento delle filosofia sia utilizzata per le nuove classi terze, e sia organizzata in modo tale da poter realizzare, a fine anno, una mostra sulla rappresentazione visiva della filosofia antica. Gli studenti ritengono che, nel giro di tre anni, possa essere coinvolta tutta la storia della disciplina, o meglio, quella parte di essa rappresentabile.
Gli allievi audilesi, coinvolti nella nuova metodologia didattica, hanno cominciato a mostrare un qualche interesse per la filosofia , che è sembrata loro meno astratta perché rappresentabile. Nella logica di programmi individualizzati, credo che possa essere esperito tale percorso, poiché, non privilegiando la parola, che per tali allievi è molto problematica, consente loro di acquisire sia alcuni dei messaggi filosofici più significativi sia la forma mentale dell'interrogazione sul mondo, che è propria della filosofia. E' ovvio che, con tale metodologia, non sono più necessarie le tradizionali forme di verifica: il prodotto artistico è l'oggetto della verifica.

La didattica laboratoriale sopra esposta non è aliena da contraddizioni e problemi.
Tre sono forse quelli più importanti:
1)è possibile rispettare la natura della filosofia pur trasponendola- traducendola in un ambito- struttura che possiede una organizzazione epistemologica radicalmente diversa, rispetto alla quale, anzi, non pochi filosofi, fra essi Platone ed Aristotele, Kant, Hegel ecc., hanno espresso un parere negativo, in relazione alla impossibilità di conoscere il mondo attraverso l'arte?
2) Non tutta la filosofia è rappresentabile e non è corretto tradurla in immagini.
3) Per elaborare una rappresentazione è necessario conoscere adeguatamente i testi filosofici e quindi i concetti: la raffigurazione visiva non esclude, anzi sollecita la lettura diretta degli autori, che diventa però finalizzata alla rappresentazione delle tesi sostenute, e quindi più accettabile da parte degli studenti. Dal punto di vista metodologico tale pratica non può essere integralmente sostitutiva di quella tradizionale: può diventarlo solo per gli studenti rispetto ai quali, come i sordi profondi (che, ad esempio, non conoscono il linguaggio dei segni) è necessario un percorso individualizzato e non finalizzato al diploma.

Docente di Filosofia e Storia presso il liceo Artistico di Brera (Milano)