Introduzione di Giovanna di Pasquale

Come l’aria nei polmoni.
Essenziale alla vita, così la comunicazione per tutti gli esseri umani, essenziale al sentirci vivi e capaci di tessere legami significativi e condivisi con il mondo.
La comunicazione è quel ponte che permette di unire la dimensione più interna della persona, originale, intima e la dimensione di incontro con gli altri, di apertura a ciò che, separato da noi, ci mette a confronto con il diverso e il nuovo. E’ un ponte che continuamente ri-attraversato
permette all’identità di strutturarsi in un movimento continuo e flessibile di andate e ritorni.
E’ un ponte posto allo snodo cruciale del rapporto io- mondo, frequentemente messo alla prova da ostacoli di natura diversa, come quello affrontato in questo numero di HP costituito dalla presenza di deficit uditivi che comportano una perdita più o meno accentuata della percezione dei suoni.
E’un ponte che, però, non possiamo rinunciare mai ad attraversare, pur sapendo che per ognuno di
noi questo percorso potrà avere sviluppi diversi, soste e accellerate così volute quanto impreviste.
La soddisfazione di questo bisogno primario è quindi condizione per uno sviluppo il più possibile armonico, sereno di sé e accomuna tutti. Donne e uomini, bambini e adulti, di età e provenienza differenti, persone con disabilità o che sperimentano difficoltà o disagi. L’universalità di poter comunicare, bisogno che si pone fra i primi diritti della persona come singolo essere e come parte della comunità, porta con sé la ricerca e la messa in atto di tutte le possibilità esistenti (saperi, strategie, percorsi, strumenti) capaci di sostenere e ampliare la capacità e l’attitudine comunicativa, nei modi e attraverso i codici possibili per ciascuno.
Ogni persona deve poter avere nel suo percorso di crescita la possibilità di espandere le sue potenzialità comunicative, di sperimentare in modo diretto il significato del termine comunicazione: “rendere comune, far parte ad altri di ciò che è proprio”.
Ogni linguaggio diventa allora l’espressione di un’identità che sedimenta il senso di sé (della propria unicità) nel momento in cui dialoga con l’altro, mette in comune ciò che è proprio riconoscendo la stessa matrice di “esseri sociali”, parte di un tessuto di comune umanità.

Comunicare con chi?
Come scrive Enrica Répaci nel sito www.arcipelagosordita.it, “Il processo comunicativo non è mai un’escursione solitaria…la comunicazione umana ha sempre un carattere dialogico”
Se questo è il punto fermo, diventa importante domandarsi e domandare cosa la comunicazione deve garantire alla persona, qualunque sia la sua condizione e il suo contesto di vita.
Facciamo nostra una riflessione proposta da Andrea Canevaro all’interno del quadro della ricerca di indicatori di qualità per la vita delle persone con disabilità, in cui trova uno spazio specifico l’attenzione agli aspetti e alle competenze comunicativi. Per sviluppare una prospettiva inclusiva c’è bisogno di uno cultura dello scambio e dell’incontro.
Riprendendo il concetto di Habermas inclusione - qui non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti. Il dialogo, l’incontro, la comunicazione devono poter permettere ad ognuno di muoversi nei confini non solo estesi ma anche in continua evoluzione del mondo in cui vive, dalla cerchia più vicina e familiare a quelle più distanti e meno sperimentate.
La competenza comunicativa per la prospettiva inclusiva è legata alla possibilità di sviluppare una
propria autonomia, dentro dei vincoli mobili propri di ogni linguaggio e di permettere, però, di vivere questa autonomia nel contesto allargato, nella “normale” quotidianità.
Per le persone che vivono delle limitazioni rispetto al modo prevalente della comunicazione uditivo-vocale c’è da affrontare un doppio percorso: trovare il proprio modo di comunicare, che in alcuni casi potrà anche sviluppare un originale mix di codici verbali, visivi o gestuali; trovare insomma la propria “voce” consapevoli che “una voce significa questo: c'è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell'aria questa voce diversa da tutte le altre voci” (I.Calvino, Un re in ascolto)e condividere il più possibile lo stesso codice di comunicazione della comunità allargata.
Il processo di integrazione e di inclusione lavora sulla costruzione di legami; ogni scelta, ogni percorso che si va a delineare deve tendere ad assicurare che vi sia comunicazione circolare fra la persona e suo contesto, che sia resa possibile la reciprocità nell’incontro fra la persona e il mondo.

Ogni persona ha il suo passo, ogni persona ha una storia

Se la comunicazione è un ponte, ogni persona ha il suo passo nell’attraversarlo.
Questo è ancora più evidente nel caso della presenza di deficit uditivo in quanto ciascuna persona è un caso individuale, ogni tipo di sordità è differente. Come affermava più di settant’anni fa Vygoskij (Fondamenti di difettologia, Bulzoni, Roma 1986) “il bambino non percepisce direttamente il proprio deficit: percepisce le difficoltà che gli derivano dal deficit”. Vive l’handicap quando il deficit incontra situazioni, contesti, persone che amplificano e sottolineano le difficoltà derivanti da quel deficit.
Così come le situazioni di sordità possono essere molto differenti (per causa, grado, epoca di insorgenza), così le difficoltà che nascono dall’incontro persona e ambiente possono essere ridotte, anche di molto o presentarsi in modo estremamente accentuato e pesante
Questi sviluppi diversi sono testimoniate dalle storie delle persone che, pur condividendo la natura del deficit uditivo, non è possibile ricondurre ad una sola categoria: tante sono le variabili in gioco, il contesto, la storia familiare, le attitudini.
Questa eterogeneità ci mette direttamente a confronto con la considerazione primaria che la persona con deficit non è il suo deficit; questo aspetto esiste va accettato così come vanno considerate le limitazioni che comporta ma tutto ciò non deve impedire di avere una visione a tutto tondo di quel bambino, di quella bambina, una visione globale di quell’uomo, di quella donna. E non solo per un ragionamento di tipo etico nei confronti del riconoscimento della dimensione unitaria della persona ma anche per esercitare quell’atteggiamento scientifico che riconosce nell’ascolto e nell’osservazione diretti dell’individuo una fonte irrinunciabile e preziosa di conoscenza.
L’obiettivo diventa allora quello di mettere insieme un quadro organico di elementi conoscitivi, informazioni non solo sulla persona ma a partire dalla persona e dal suo ambiente per costruire un percorso a misura, cadenzato sul passo più adeguato che renda maggiormente agevole il cammino.
Per questo motivo sembrano talvolta irragionevoli e distanti certi dibattiti su linee contrapposte quando l’ascolto delle persone e delle strade che vengono percorse rilancia un’esigenza di comprensione profonda per tutto ciò che le persone stesse hanno rivendicato come utile per il proprio sviluppo, per la possibilità di un’autonomia, per la realizzazione di un dialogo con gli altri.
Comprensione e rispetto anche di quelle posizioni che possono sembrare distanti dalle nostre ma che trovano ragioni e senso nel quadro delle storie di vita e dei contesti sociali e storici.
Le esperienze e le riflessioni che trovano spazio in questo numero, sono accomunate proprio da questo atteggiamento e cercano di tenere la barra della loro navigazione ferma intorno al punto centrale:quello di costruire per e con le persone con disabilità un presente pieno e una dimensione di futuro aperta che contrasti i destini segnati e predefiniti che tanti hanno subito.