Insegnare, verbo al plurale

di Paola Magi

Sono un’insegnante di Storia dell’Arte. Nel corso degli ultimi dieci anni ho lavorato nei licei artistici della Lombardia, e mi è accaduto di avere in classe alunni con difficoltà di vario genere, fisiche o psichiche. Vorrei parlare, in particolare, della mia esperienza rispetto a quelli con handicap uditivo.
Ne ho avuti, in tutto, cinque, nel corso degli anni: due maschi e tre femmine, e ho seguito ciascuno di essi per la durata di un anno scolastico.
Tutti avevano una protesi auricolare, e tutti seguivano un metodo oralista, ma in realtà ciascuno di essi presentava caratteristiche molto diverse, sia in rapporto allo studio e alla relazione col docente, che al confronto con i compagni di classe.

Le storie
Chiamerò, per comodità, con nomi fittizi i ragazzi:
1-Luca, 2-Giovanni, 3-Erica, 4-Nadia, 5-Susanna.
Luca era perfettamente autonomo: quasi non mi accorgevo del suo problema. Aveva una buona pronuncia, badava lui stesso a mettersi al primo banco; probabilmente aveva un buon residuo uditivo, perché seguiva le lezioni e non ho dovuto utilizzare strategie particolari per coinvolgerlo. Non aveva insegnante di sostegno, almeno non nelle mie ore.
Giovanni, al contrario, aveva tanti e gravi problemi. Il suo handicap infatti non era solo uditivo ma anche cognitivo; la difficoltà di accettazione dei suoi problemi da parte della famiglia lo avevano reso un soggetto difficile da inserire nel gruppo classe e soprattutto da avvicinare alla espressione verbale, alla concettualizzazione e all’apprendimento.
Erica era in piena crisi adolescenziale: molto autonoma, con una pronuncia piuttosto buona, non accettava il suo handicap. Rifiutava l’insegnante di sostegno, che pure le era stato assegnato, stava sempre seduta in fondo all’aula, e si rifugiava nel rapporto con le sue amiche, con cui parlava in continuazione. Era come se sfidasse il mondo a ogni passo, senza avere davvero la forza di reggere questa sfida. La famiglia era presente, positiva, con un buon grado di accettazione del problema della figlia; la classe però non era particolarmente unita.
Nadia era di famiglia benestante, i genitori, separati, provvedevano con dovizia di mezzi alla figlia; ma in realtà la ragazza sembrava un po’ abbandonata a se stessa. Era come se desse per scontato che tutto le sarebbe arrivato, senza impegno né sforzo da parte sua. Arrivava sempre in ritardo, pur abitando vicino a alla scuola, poi sedeva in disparte, isolandosi rispetto alla classe.
Susanna era una ragazzina timida e dolce, molto ben organizzata tecnicamente: appena arrivavo in classe, mi dava subito il registratore, e mi faceva mettere il microfono collegato al suo apparecchio auricolare; voleva sempre avere accanto l’insegnante di sostegno, alla quale si affidava molto. La sua caratteristica era quella di avere sviluppato un rapporto di estrema fiducia verso le figure adulte, mentre invece, rispetto ai coetanei, risultava piuttosto isolata. Non la vedevo quasi mai parlare con i suoi compagni.

Aspettative, problemi, necessità diversi
Nei confronti di questi alunni, non ho adottato comportamenti standardizzati: infatti ciascuno di essi aveva aspettative, problemi e necessità diversi.
Nel caso di Luca ho fatto davvero poco: non aveva bisogno di strategie ad hoc. Semplicemente, badavo a restare sempre ben visibile quando spiegavo.
Nei confronti di Giovanni, al contrario, ho cercato in tutti i modi di creare le condizioni perché potesse seguire le spiegazioni. Anche lui, inizialmente, rifiutava l’insegnante di sostegno.
Ripetendo l’anno, si era ritrovato in una classe nuova, con compagni nuovi che lo avevano accettato, e con i quali ha stabilito dei rapporti di complicità e di comunicazione, per quanto elementare, molto importante per lui, tanto che ha cominciato a parlare. Male, in modo quasi incomprensibile, ma parlava. Essendo stato sempre iper-seguito e iper-protetto, però, non aveva alcuna autonomia rispetto all’attività scolastica. Si sedeva sempre in seconda fila, e stava a leggere fumetti o a guardare giornaletti illustrati mentre l’insegnante di sostegno prendeva appunti.
Da subito ho preso l’abitudine di piazzarmi di fronte a lui, durante la spiegazione. Gli facevo aprire il libro, gli indicavo le immagini e le didascalie, ogni tanto gli facevo scrivere qualche parola a matita sul libro. Cercavo sempre di cogliere il suo sguardo, e quando lo vedevo distrarsi gli lanciavo un piccolo richiamo, riportandolo a seguire il discorso. Alla fine dell’ora, spesso dedicavo gli ultimi minuti a riepilogare con lui le cose dette, mentre i compagni ascoltavano, profittando anche loro di questo piccolo riassunto finale. Cercavo sempre di coinvolgerlo, anche in modo minimo, per esempio facendogli leggere le didascalie delle immagini ad alta voce, o facendogli esprimere piccole osservazioni sulle opere che stavamo analizzando. Storia dell’Arte gli piaceva molto, per via delle immagini che riusciva a controllare bene, e perché il suo acuto senso di osservazione gli permetteva di cogliere dettagli che sfuggivano ai suoi compagni.
Erica si chiudeva come un riccio nella sua corazza di lottatrice solitaria, e tutto quello che potevo fare era accettare la sfida: non le ho fatto sconti. Con lei, era inutile cercare di avvicinarsi, almeno nel momento della lezione; poteva se mai capitare di scambiare qualche parola nei corridoi all’intervallo, in compagnia delle sue inseparabili compagne. In classe, sembrava sempre pronta a drizzare gli aculei. E’ per lei che ho iniziato a pensare a un incontro con Martina Gerosa, quello che poi è maturato nel progetto Comunic-abilità. Purtroppo Erica non è riuscita a usufruirne: infatti è fuggita, ha cambiato scuola.
Con Nadia ho messo a punto alcune strategie che si sono rivelate utili. Poiché i ragazzi erano pochi, e l’aula lo permetteva, li facevo sedere tutti in un’unica fila, di fronte alla cattedra; quando Nadia arrivava, come sempre in ritardo, doveva inserirsi anche lei fra i compagni. Le ho dato una piccola responsabilità: d’accordo con la collega di sostegno, che poi a casa trascriveva la registrazione, all’inizio delle mie lezioni Nadia doveva andare in sala professori a prendere il registratore e portarmelo in classe. Anche con lei, niente sconti: Nadia aveva bisogno di scoprire la gioia di conquistarsi da sola i suoi successi, e soprattutto di capire che ci si aspettava qualcosa da lei. La collega di sostegno, d’intesa con me, aveva accettato di non portare mai fuori dalla classe Nadia, durante le mie lezioni, tranne che in alcuni momenti concordati, per attività di ripasso nelle quali venivano sempre coinvolti anche altri alunni. Durante le spiegazioni cercavo sempre di mantenere con lei un contatto di sguardi, e mi assicuravo, come del resto con gli altri ragazzi non udenti, che potesse guardarmi bene in faccia mentre parlavo. Direi che Nadia, alla fine, è quella che ha avuto i risultati migliori: si è ben inserita nel gruppo classe, si è messa a studiare con un certo impegno.
Susanna: con lei non ho dovuto fare sforzi particolari per farle seguire le lezioni, era perfettamente in grado di cavarsela da sola. Piuttosto, ho cercato il modo per inserirla nel gruppo, ma devo dire che purtroppo la classe non era particolarmente favorevole: molto eterogenea, con parecchi elementi fortemente inclini all’indisciplina, divisa in gruppetti ostili fra loro. Con lei ho cercato di conversare a tu per tu, ma erano conversazioni faticose, in cui mi trovavo a fare continuamente domande che ottenevano risposte monosillabiche. Susanna, con il suo carattere dolce e sereno, è riuscita, alla fine, ad allacciare qualche relazione di amicizia con alcune sue compagne. In questa classe, come anche in quella di Giovanni, ho cercato di stimolare gli alunni all’aiuto reciproco, promuovendo il tutoring, ovvero riconoscendo un bonus di punteggio aggiuntivo a chi riusciva a far raggiungere la sufficienza a un compagno in difficoltà. Questa strategia ha consentito di creare un’atmosfera più collaborativa fra i ragazzi, e la stessa Susanna ha potuto rivelarsi una presenza positiva per tutti: le sue lezioni registrate e le relative trascrizioni ad opera della collega di sostegno sono servite anche ai suoi compagni, e questo ha fornito a Susanna un certo prestigio agli occhi degli altri.

Una didattica migliore per tutti
Da queste esperienze ho tratto alcune osservazioni.
La prima è che, per un ragazzo con difficoltà uditive, gli alleati naturali sono i suoi compagni. Possono aiutarlo sul piano pratico, a prendere appunti per esempio; ma la cosa più significativa, per un ragazzo in età adolescenziale, è la spinta alla comunicazione che gli può venire offerta dai suoi coetanei. Per questo motivo è molto utile stimolare il più possibile l’istinto alla solidarietà, attraverso strategie plurime, fra le quali ho riscontrato avere buon successo quelle di tutoring.
Un ottimo risultato possono offrirlo anche altre iniziative di sensibilizzazione ai problemi della diversità, come quella dell’incontro con Claudio Imprudente organizzata al Liceo di Brera.
Una seconda osservazione è che l’insegnante di sostegno non va considerato, come invece di fatto spesso accade, una sorta di accessorio personale per il ragazzo, ma un consulente che può aiutare il docente curricolare a stabilire le opportune modalità di approccio e di comportamento nei confronti della classe, oltre che nei confronti dell’alunno con disabilità. Per me, le colleghe di sostegno sono state un punto di riferimento prezioso, con loro ho messo a fuoco i vari problemi e definito le opportune strategie. La loro competenza e la loro esperienza mi hanno fornito indicazioni fondamentali per ottenere dei buoni risultati; il fine era, paradossalmente, quello di renderle ‘inutili’ per il ragazzo disabile, creando le condizioni per la sua autonomia. Abbiamo sempre cercato di sottolineare come la loro presenza fosse ‘per la classe’. A tale scopo, ho offerto ai colleghi di sostegno l’opportunità di tenere una o più lezioni su argomenti di loro competenza disciplinare, relazionati al contenuto della programmazione di Storia dell’Arte in corso di svolgimento. Questo è servito sia a rendere chiaro agli allievi che un insegnante di sostegno è un docente a tutti gli effetti, sia a stabilire un rapporto più confidenziale e collaborativo fra docente di sostegno e docente curricolare; oltre naturalmente ad avere una ricaduta positiva sull’attività didattica in sé, fornendo occasioni di approccio multidisciplinare agli argomenti affrontati.
In relazione alla precedente osservazione, ho trovato molto positiva la strategia di mantenere sempre le attività di ripasso, gestite dai colleghi di sostegno nella loro aula, come attività di gruppo, fruibili da tutti gli allievi in difficoltà. Questo ha permesso infatti agli alunni con disabilità di restare sempre a contatto con i compagni, agli occhi dei quali acquisivano anche una sorta di prestigio dovuto al fatto di essere visti come la fonte di una risorsa supplementare che altrimenti la classe non avrebbe potuto avere.
Un’ultima osservazione è che la presenza di un allievo in difficoltà può creare, con opportune strategie e adeguati accorgimenti da parte degli insegnanti, un clima di coesione e di solidarietà tutto particolare, e molto positivo per tutti.

Docente di storia dell’arte