Il doppio svantaggio. Cittadini stranieri disabili

L’immigrazione contribuisce fortemente, nell’attuale contesto sociale e politico, alla co-presenza di culture e stili di vita che formano universi muti – culturali. La presenza dei migranti e la strutturazione dell’immigrazione e della profuganza ci obbliga di riflettere sulle nostre organizzazioni istituzionali e i cambiamenti delle possibili inclusioni da attuare per gestire gli incontri fra persone di appartenenze differenti. Questo assume una particolare significatività nell’attuale stato di cose italiane e di conseguenza europee, poiché, le migrazioni sono controllate e affrontano soprattutto i passaggi obbligati dalle frontiere interne, frontiere di sistema, che spostano le geografie dell’esclusione in più attraversamenti e in un gioco prolungato di “arrivi” per approdare ad ostacoli in una inclusione per di più senza progetto, oppure con un progetto frantumato dalle affermazioni delle “regole”.
I passaggi di un possibile percorso di inclusione, la dove l’esclusione non è più funzionale per la gestione dell’immigrato, arriva alla considerazione della diversità. Il migrante permane in una condizione di straniero e si potrebbe essere collocato in una situazione di inferiorità conseguenza di un confronto con il modello oppure i modelli di riferimento dominanti. Si è diverso da un altro/a che funge da riferimento, di pretesa paradigmatica e archetipo, nel guidare le relazioni ed è questa collocazione riscontrata trasversalmente, a livello sociale e istituzionale, che determina gli svantaggi del “diverso” rispetto alla superiorità auto referenziale che “tratta” l’altro definendolo come tale.
L’immigrato è concepito quasi unicamente nella sua dimensione di lavoratore anche quando risulta occupato irregolarmente e non è riconosciuto il suo essere persona e la soddisfazione dei suoi bisogni individuali, famigliari e sociali. Le istituzioni e la politica attuale precisano le loro posizioni “difensive” pronunciandosi sul peso sociale dello straniero. Ogni misura di gestione per includere e favorire le integrazioni è descritta come una possibile perdita di risorse un impoverimento che poteva essere evitato. L’immigrato non può essere altro che lavoratore, deve risolvere i suoi problemi di casa e famiglia possibilmente senza disturbare le istituzioni e soprattutto non può che essere sano. Nel concetto di salute si intende anche la disabilità. Il riconoscimento all’immigrato disabile trova le resistenze “di buon senso” (che cosa farà? Perché nel loro paese non fanno come noi? I nostri servizi sono per i nostri”.
Un immigrato disabile potrebbe muoversi con un duplice desiderio trovare lavoro e curarsi. Le cure, i servizi e le facilitazioni per un percorso di integrazione che affronta gli handicap, potrebbero anche non essere una motivazione di partenza ma solo una scoperta di permanenza nel paese d’arrivo. L’integrazione così si “completa” acquisisce una dimensione importante per e della persona e non solo del lavoratore.
Esiste una fascia di migranti che scelgono la meta d’arrivo, scelgono perché conoscono e su questa conoscenza cercano di impostare un progetto. Si riscontra fra questi anche quelli che hanno notizie sul sistema dei servizi presenti nel paese nuovo. È importante sottolineare che paesi come l’Italia, “attraggono” immigrati anche per la presenza e la qualità dei servizi finalizzati all’integrazione specialmente quelli relativi ai minori handicappati. Si tratta per di più di una immigrazione strutturata sulla famiglia, piuttosto che sul singolo e che si sposta. Una delle motivazioni che la fa muovere, congiuntamente a quella del lavoro, è quella di poter avere cure riservate ad uno dei suoi membri. Di solito in questa motivazione si contempla per di più gli handicap fisici incontrati per varie cause – malattie, lavoro minorile, attività belliche o post belliche, incidenti – ed è una motivazione dove l’idea del riscatto, nella vita e nell’immigrazione, non passa solo dall’avere lavoro (pagato e appagante) ma anche dalla possibilità di avere le cure necessarie per “aggiustare” la vita.
Si aggiusta la vita aggiustando anche le motivazioni, non sempre quelle di partenza possono considerare tutto, molto viene durante il percorso e molto ancora quando questo percorso è diventato un percorso sicuro e certo per altri dalla famiglia, figli e parenti, anche i figli handicappati; proponendo e dando la possibilità di avere i servizi. È la certezza di poter esserci e di potere avere le cure che potrebbe far “ritornare in dietro” per capire e per confrontarsi con quello che è stato lasciato. Si rivisita quello che è stato lasciato, le cose che sono state realizzate, scelte e avute nella sofferenza e nel contesto famigliare, che non erano solo cose portate dal estero ma anche tradizioni, trasmesse con pratiche solide fra una generazione e l’altra e che hanno caratterizzato la comunità e che forse potrebbero essere riconsiderate e strutturate come servizio.
Ed è possibile che i servizi si aggiustano, incontrano le persone e la tematica. Incontrano persone di culture differenti che hanno modi e usi nel chiedere e nel curarsi differenti. Incontrano persone all’interno di un organizzazione e gli operatori, le persone operatori, potrebbero pensare alle persone ri-pensando i modi di prendere cura e fare organizzazione, rispondendo alle esigenze di persone che rappresentano un universo multiculturale.
L’esperienza della migrazione, stenta di essere considerata positivamente è, e diventa di per se causa per condizioni di svantaggio sociale e di emarginazione. Si attribuisce negatività all’immigrato per sottrarsi alla significatività dei possibili aiuti, istituzionali e sociali, per il superamento delle condizioni di partenza e dei percorsi di inclusione, in modo particolare quando è vissuta in un contesto che si ispira, per governarla, ad una logica non di solidarietà ma utilitaristica.
È indubbiamente una condizione di svantaggio sociale – di handicap - il fatto che i lavoratori immigrati siano impiegati prevalentemente nei settori a maggiore rischio di infortuni. E comunque è uno svantaggio sociale avere settori lavorativi non salvaguardati e a rischio infortuni. Se poi questi settori sopravvivono e si consolidano attraverso il permissivo uso di lavoratori meno tutelati, questo non è colpa dell’immigrato, che non sa e forse non può difendersi ma dell’utilitarismo –sfruttamento- permesso e talvolta legalizzato degli immigrati, mostrato ampiamente dalle statistiche dei lavoratori “in nero” (perché poi continuare a chiamare il lavoro non regolarizzato lavoro nero mentre sono i datori di lavoro bianchi che lo organizzano e lo commissionano?) e dei lavoratori stranieri utilizzati quasi esclusivamente con posizioni lavorative e qualifiche medio basse.
Le condizioni di vita e le condizioni occupazionali dei lavoratori migranti, diventano emblematiche di un possibile intreccio fra le due tematiche: il contesto della migrazione può creare handicap, anche laddove non esiste deficit personale.
Si tratta di svantaggio sociale – dunque di handicap- non riconducibile alle peculiarità dei lavoratori stranieri, bensì a molti altri fattori relativi all’organizzazione economica e istituzionale -fattori chiaramente riconducibili al contesto di riferimento del Pease d’arrivo e rappresentano un caso emblematico croniche le difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio degli immigrati acquisiti all’estero ma anche l’assenza della mediazione socio culturale dai servizi socio sanitari. Lo straniero che ha difficoltà di comprensione dei codici comunicativi e linguistici, se incontra un contesto che non favorisce l’apprendimento ed il riconoscimento di tali codici, vive una condizione di handicap che contribuisce a mantenerlo in una situazione di estraneità - sfrutabilità, comunque di lontananza sociale.
La legge 104 definisce “persona handicappata” colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che é causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. Nel percorso migratorio si potrebbe incontrare la disabilità: l’esempio è dato dai dati INAIL secondo cui gli infortuni sul lavoro – che sono spesso, com’è noto, causa di disabilità - riguardano i lavoratori stranieri con una frequenza percentuale superiore di 20 punti rispetto alla media.
E si deve incontrare nella migrazione i diritti, i diritti di cui ancora i cittadini stranieri disabili devono ottenere il pieno riconoscimento, sia in quanto disabili che in quanto stranieri, ma anche quei diritti che, anche quando sono formalmente riconosciuti, non sono poi effettivamente fruibili.
Incontrare i diritti potrebbe anche dire un nuova operatività istituzionale e sociale, vuol dire adoperarsi per rimuovere quelle condizioni di svantaggio, di doppio svantaggio, nel caso dei cittadini stranieri disabili, che sono determinate dal contesto.
Diritti significa conoscenza delle implicazioni che sono insite nella condizione di straniero e di disabile, perché induce riflessioni circa la necessità, anche politica, di riconsiderare sia la dimensione della migrazione che quella della disabilità, nei loro molteplici intrecci ma anche nelle loro specificità e soprattutto nel rapporto con il contesto in cui queste esperienze sono vissute.
Diritti significa creare le possibilità per affrontare i temi delle trasformazioni muticulturali per cercare di individuare le contraddizioni, i conflitti, la loro ampiezza e le possibili direzioni per cambiamenti e soluzioni, considerando l’irreversibilità della Multiculturalità che legga persone popoli e culture in una indispensabile inter – indipendenza.
A livello globale si spostano: merci, mezzi di produzione, capitali, conoscenze e persone. Occorre un sforzo etico e di analisi per considerare le possibilità, le strategie, le metodologie, le tecniche dell’operatività sociale e gli intervento da mettere a disposizione sia delle persone provenienti da altri paesi perlopiù poveri sia per cambiare le nostre istituzioni e servizi che mettono nel cenro della loro operatività l’altro.
Occorre ripensare le politiche che vuole dire:ragionare sui cambiamenti demografici e ragionare i processi sociali provocati dai processi migratori, ragionare sui servizi sui sistemi organizzativi, riflettere sulle capacità e sulle competenze degli operatori -mediatori. Vuole dire ripensare le modalità di partecipazione alle cose pubbliche e alle cose dell’altro: immigrato e profugo, allargando i con/fini sul territorio e nelle quotidianità delle persone, negli spazi e nelle parole dell’interazione, dove si crea conoscenza e condivisione.
Ripensare la politica significa scoprire le differenze come una ricchezza possibile e ad occuparsi degli altri considerandoli nelle loro molteplici identità, ma anche saper considerare le similitudini con l’altro riconoscendo con i diritti, accoglienza e mobilità sociale.

"Il loro numero è superiore a quello dei coetanei europei e nordamericani messi insieme: 219 milioni. Sono i bambini sotto i 5 anni che vivono in Paesi in via di sviluppo e sono destinati a sviluppare deficienze cognitive e rimanere sotto il proprio potenziale intellettuale a causa di malnutrizione e assenza di stimoli adeguati.
Il dato emerge da uno studio di ricercatori della University College di Londra da cui si evince che due sono le concause di un quadro così drammatico: una dieta povera di iodio e ferro e un ambiente familiare che non mette in condizione i piccoli di intraprendere attività che facilitino lo sviluppo intellettuale e cognitivo - quali il gioco creativo e di costruzione. «Il dramma è che spesso i due fattori sono concomitanti», osserva lo psicopatologo infantile Neil Boris della Tulane University di New Orleans. Il danno, osserva lo studioso, è peraltro massimo proprio perchè inflitto nei primi anni di vita, durante i quali «si hanno passaggi decisivi per lo sviluppo cerebrale e la comprensione di linguaggio e numerazione», sottolinea Sally Grantham-McGregor della University College. «Per questo», conclude l'autrice della ricerca, «investire in programmi di aiuto per bambini sotto i cinque anni è di gran lunga più efficace e meno costoso che cercare di recuperarli più tardi»."
In "Specchio" del 3.3.2007.