I film che hanno vinto l'edizione 2007 di Cinem/abili

di Luca Giommi

“Il sesto rigo”
“Suonare per me è… classica. Classica perché ci vuole più… musica… più cultura, diciamo”. Che ne condividiate o meno il giudizio musicale, la frase di Pietro, violino dell’Orchestra Esagramma di Milano (tel. 02/392.50.91) , allo stesso tempo ricorda una verità e racconta in parte la sfida sottesa al progetto di questa orchestra aperta a musicisti disabili: se la disabilità e gli handicap sono (anche) un fatto culturale, perché non affrontarli anche con la cultura?
Cultura intesa come uno spazio libero, di creazione e/o esecuzione ed espressione, in cui le differenti capacità possano dispiegarsi, evidenziarsi e, nello stesso momento, annullarsi, retrocedere dietro il risultato artistico di un lavoro collettivo che si può comunicare, cioè rendere pubblico.
Un progetto che, approfondendo le inclinazioni e le competenze tecniche degli allievi, produce cultura musicale e insieme tenta di agire sulla cultura personale e generale.
Il documentario “Il sesto rigo” di Raffaella Pusceddu racconta l’esperienza dell’orchestra sinfonica Esagramma, il cui nome allude al rigo in più, il sesto appunto, creato dagli elementi disabili dell’orchestra stessa. Lo fa avvicinando, con stile da documentario televisivo, sette storie di altrettanti musicisti/e disabili e dei loro famigliari e alternando ad esse immagini delle prove d’orchestra e approfondimenti da parte della direttrice e di altri maestri di musica.
Ne esce un quadro in cui spesso l’impegno musicale richiede ai musicisti disabili l’acquisizione di ulteriori abilità, alcune delle quali verranno utilizzate anche nella loro vita quotidiana, come, ad esempio, quella di gestire le proprie emozioni nel momento di un confronto pubblico.
La regista è attenta a mantenersi in equilibrio tra il dato biografico e il dato musicale e di esperienza di lavoro collettiva. E’ infatti la scelta di questo momento di “socialità” così impegnativo e che necessita di piena collaborazione e fiducia reciproca, cioè quello di un’orchestra, il tratto più riconoscibile del progetto musicale, come spiega uno dei maestri di musica in esso coinvolti: “Dove c’è più profondità, più spessore, c’è più spazio per i pensieri e per le emozioni”.
E la “musicalità” realizzata dall’orchestra diviene, in quanto processo e prodotto culturale, un’occasione di visibilità, di proposta pubblica di un’opera e di se stessi.

“Zio c’e’!”
“Zio c’è!”, cortometraggio di Andrea Castoldi, racconta in modo sobrio e ironico il passaggio da un “prima” ad un “dopo” all’interno di un ospizio.
Qui ogni giorno si svolge uguale all’altro, ostaggio della regolarità, dell’abitudinarietà dei gesti degli anziani ospiti, delle quali nessuno, all’interno della clinica, si prende cura, se non per definirne inequivocabilmente la natura bizzarra. Eccelle in questo atteggiamento il direttore dell’ospizio, la cui scarsa premura ed umanità professionale si riflettono, così ci suggerisce il regista, in un rapporto sentimentale arido, fiacco e ordinario; come la vita dei pazienti (e di chi li ha in cura) all’interno della clinica.
Il parallelo tra la vicenda privata e quella lavorativa del direttore continuerà, puntualmente, per tutta la durata della storia, fino all’auspicabile happy ending.
Le “regolari” bizzarrie degli ospiti della clinica vengono utilizzate dal direttore per autoassolversi agli occhi del nuovo arrivato, al quale presenta alcuni anziani nel suo primo giorno di lavoro. Come dire che, di fronte a tanta senile ottusità, il compito di chi lavora in quel posto non può essere che di natura assistenziale, medica e non può che risolversi nella gestione, nell’amministrazione dell’esistente, senza aspirare a possibili evoluzioni.
Basterà invece la passione del giovane neo-assunto (un infermiere? un assistente di base?) a determinare dei cambiamenti piccoli ma sensibili.
In fondo egli non fa che assecondare le inclinazioni, le aspettative e i desideri dei pazienti, così da riuscire, insieme a loro, a portarli a compimento, cambiarli un po’ di segno, renderli passibili di variazioni. Il giovane riesce a creare le condizioni ambientali, contestuali per una realizzazione più piena delle potenzialità degli ospiti della clinica. E’ come se l’infermiere si ricordasse di “ricordare ai vecchi che hanno ancora molto da dirci”, risvegliando in loro un’attività creativa anestetizzata. Così il direttore dell’ospizio, assentatosi per un convegno geriatrico, al suo ritorno si trova di fronte a pazienti diversi ed incapace lì per lì di affrontare una realtà di certo più mobile e meno scontata.
A convincerlo definitivamente della bontà della nuova situazione e del nuovo approccio terapeutico, sarà il mazzo di margherite che uno degli ospiti anziani gli regalerà al posto delle solite erbacce che fino ad allora si ostinava a raccogliere, forse per dispetto o come forma di protesta silenziosa. All’apertura professionale del direttore corrisponderà la soluzione delle sue tensioni sentimentali, sancita dal dono di quello stesso mazzo di margherite alla sua fidanzata o moglie.