Giocare insieme, crescere insieme, comunicare insieme di Giovanna di Pasquale

Una conversazione con Dora Diaferio, Beatrice Vitale, Giada Poluzzi coordinatrice ed educatrici dei laboratori attivati dalla Fondazione Gualandi nella sede di Bologna.
Dora, presenza professionale competente svolge anche un ruolo di collegamento con la storia passata in quanto fa parte delle Suore della piccola missione per i sordomuti, una congregazione fondata dal sacerdote bolognese venerabile Don Giuseppe Gualandi, nella seconda metà dell’ottocento.
Beatrice è l’educatrice che si occupa in specifico del laboratorio GIOCARE CON LE PAROLE, Laboratorio per bambini dai 3 ai 12 anni con difficoltà uditivo-linguistiche
Giada segue le attività del centro di attività AMICI IN COMUNICAZIONE per ragazzi e ragazze dai 14 ai 17 anni.

“Le attività hanno avuto inizio nel 2003, con un laboratorio per i bambini dai tre ai dodici anni, “Giocare con le parole”. In quello stesso anno partiva un corso di informatica ISDL, dopo un anno è partito anche il laboratorio “Amici in comunicazione”, rivolto ad un gruppo di adolescenti (dai 14 ai 17 anni) poi le richieste sono state anche di ragazzi un po’ più piccoli e, al momento, anche di ragazzi un po’ più grandi. All’inizio c’è stato anche un corso di italiano per adulti che ha fatto fatica ad ingranare per le esigenze diverse, per cui non ha avuto seguito.
Al momento i corsi di informatica per la patente europea sono periodici mentre sono diventati stabili i due laboratori.

Giocare con le parole

Dora :“Giocare con le parole” è un laboratorio che ha l’obiettivo di migliorare le competenze comunicative e linguistiche attraverso il gioco per cui non facciamo logopedia, non facciamo scuola, non facciamo esercitazioni linguistiche ma cerchiamo di creare un contesto comunicativo, la motivazione giusta al comunicare attraverso il gioco. La fascia di età cui ci rivolgiamo è molto ampia per cui c’è una proposta che fa da filo conduttore e poi delle attività diverse per piccolo gruppo distinte, oltre che dall’età anche dal livello comunicativo presente.
Il gruppo dei bambini non è mai stato molto numeroso, i primi due anni è stato costituito da sette - otto bambini, figli sia di genitori udenti che di genitori sordi. Bambini quindi che normalmente sono esposti alla lingua dei segni e bambini che non conoscono la lingua dei segni. Noi rispetto a questo punto specifico ci siamo sempre posti nella posizione di chi dice usiamo lo strumento che ci permette di entrare in comunicazione con il bambino per cui se c’è un bambino che utilizza la LIS allora c’è in riferimento qualcuno fra noi che conosce meglio la LIS. Per noi la LIS è sempre stata uno strumento, uno strumento in più per raggiungere l’obiettivo della comunicazione linguistica verbale”

Beatrice: “La LIS non è lo strumento primario, è uno strumento come gli altri che può affiancare il nostro modo principale di accostarci ai bambini che è attraverso il gioco e la relazione. Quello che soprattutto cerchiamo di fare è creare un ambiente comunicativo in cui i bambini siano motivati a comunicare fra loro e con noi attraverso lo strumento che probabilmente è più famigliare a loro, il gioco, appunto. Coesistono quindi sia la parola che il segno, certe volte niente segno ma più parola e più gioco”.”

Dora “Attualmente c’è un piccolo gruppo di bambini di quattro bambini. Solo una bambina utilizza la LIS, è una bambina che ha altre tipi di difficoltà cognitive oltre la sordità. Questo le comporta una grande difficoltà nella produzione verbale per cui c’è stata una scelta verso questo modo comunicativo. Gli altri bambini, figli di udenti, parlano tutti.”
Per molti genitori sordi è sufficiente la lingua dei segni perché il bambino cresca integro nella comprensione e nella competenza comunicativa, l’importante è che ci sia una persona che attraverso i segni gli faccia capire e il problema è risolto. Ma non è così quando si trova con gli altri bambini, quando vive e vuole vivere in un contesto di scambio che vada oltre il capire cosa è stato detto perché c’è qualcuno che me lo segna. Questo non basta per i piccoli, non basta per i grandi.”

Beatrice “Per quanto riguarda le attività abbiamo fatto la scelta di partire dalle esigenze dei bambini, dalle osservazioni del gioco libero abbiamo cercato di vedere da che cosa erano più attratti per proporre attività stimolanti che potessero interessare, proprio per stimolare un comunicazione, farli entrare in comunicazione fra di loro e con noi. Da quello che possiamo notare nel bambino nascono blocchi di attività flessibili che possono prendere una strada o un’altra perché se il nostro obiettivo è chiaro poi nello specifico delle attività c’è molta attenzione a seguire gli sviluppi e le indicazioni che emergono dalle risposte dei bambini. L’anno scorso ad esempio c’è stata una macro attività che ha occupato la prima parte dell’anno, il “fare la spesa”. C’era un ambiente predisposto, chi faceva il negoziante, chi comprava, quindi una distribuzione di ruoli che favoriva la comunicazione. Questa attività si è sviluppata verso un lavoro con gli alimenti veri, la preparazione di alimenti, prima per gioco poi realmente attraverso il rispetto delle sequenze per preparare un piatto. In contemporanea abbiamo portato avanti il lavoro sulle storie, a partire dalla proposta delle storie a cartoni animati di Pingu, che ha uno stile immediato, non ha parole e si basa molto sulle espressioni. Sono storie semplici, con i bambini abbiamo lavorato per distinguere le sequenze, dare dei nomi a quello che stava succedendo, visualizzare attraverso il fumetto cioè attraverso il supporto grafico alle parole.”

Dora: “L’utilizzo di più strumenti è uno dei punti forti delle attività, l’attenzione che cerchiamo di avere è proprio questa, l’utilizzo di più codici che permettano il più possibile la comprensione. Il raggiungimento dell’obiettivo della competenza linguistica è basato sulla comprensione. Ad esempio il gioco del fare la spesa non è basato su una ripetizione meccanica di parole o frasi ma è legato alla comprensione di quello che succede in quel momento, al contesto, alla comprensione di ruoli diversi, per cui abbiamo visto i bambini diventare creativi aggiungendo del loro alla frase di apertura del gioco“Che cosa vuoi?” proprio perché avevano compreso che cosa c’era da fare. E così anche nella storia, l’utilizzo di codici diversi a partire dal filmato proposto permette di mettersi dentro la storia e di modificare, aggiungendo del proprio, realtà nuove legate alla propria esperienza. Quando ciò avviene capisci che c’è stato un salto verso la comprensione. Per fare questo c’è bisogno di un lavoro preciso: per primo la riduzione per sequenze del filmato iniziale selezionando le immagini significative di cui vengono creati i sottotitoli (per ora i cartoni animati non sono sottotitolati, per questo lo facciamo noi). Questo perché ci sia un abbinamento il più possibile precoce fra parola ed immagine. Dopo l’immagine del filmato si passa alla produzione di loro immagini attraverso il disegno. Poi il racconto di quello che si è visto e disegnato. Quindi compresenza di codice visivo, grafico, verbale”.

Bea: “Un altro strumento per raccontare è dato dalla drammatizzazione della storia con personaggi costruiti da loro, riescono a raccontarla mettendosi nei panni dei personaggi e da questo racconto nascono nuove storie. Attraverso l’utilizzo di più codici si facilita la comprensione”.

I bambini

Bea: “Questo per i nostri bambini è un luogo, come ha raccontato una mamma in una lettera pubblicata sulla nostra rivista Effeta, “dove ci sono altri bimbi con le orecchie”. Per noi è importante che i bambini non si riconoscano sempre come i “diversi” ma abbiano un luogo dove trovare degli altri bambini che loro sentono come uguali”.

Dora: “Ricordo che il giorno di inizio del laboratorio una bambina ha notato come prima cosa che anche un altro bambino aveva le protesi come lei. C’è questa identificazione che li aiuta.Vengono qui volentieri direi per due motivi: perché giocano e perché capiscono. Giocano e capiscono quello che fanno. Non è una ripetizione meccanica quella che viene chiesta, anche il gioco può diventare una ripetizione meccanica se non c’è la comprensione e quindi può perdere tutto il gusto e il piacere del giocare. I bambini vengono e aspettano durante la settimana il momento di venire qui. Noi ci siamo fatte l’idea che sia proprio perché capiscono quello che fanno e si sentono partecipi.
Il momento in cui i bambini diventano creativi è il momento che ci fa capire che la comprensione c’è stata, anche nel lavoro su Pingu ad un certo punto i bambini non hanno più riproposto la storia e le sequenze ma l’hanno ampliata, mettendocisi dentro, cambiandola, aggiungendo realtà nuove a partire dalla esperienza di vita concreta. Se un bambino non sta ripetendo meccanicamente, ha colto e quindi è in grado di produrre inserendo del nuovo. La competenza linguistica è anche questo produrre autonomamente, in prima persona. Un altro aspetto è quando riescono a trasferire quello che hanno imparato qui in un altro ambiente.

La famiglie

Dora “Le famiglie che portano qui i loro bimbi non possono pensare di farne a meno perché li vedono contenti. Sono genitori che dicono:”Quando escono di qui sono contenti e con la voglia di raccontare quello che hanno fatto e con la voglia di tornare”. Così come i bambini si identificano tra loro così i genitori trovano un confronto. Portare i bambini qui significa anche incontrarsi in modo informale, trovare sostegno, avviare rapporti amichevoli che continuano anche fuori.
Se i bambini che frequentano sono motivati e contenti, abbiamo più difficoltà per l’accesso di nuovi. La spiegazione che ci viene anche dai servizi è che i bambini sono molto oberati dopo la scuola: la logopedia, la piscina…tante famiglie fanno fatica a fare entrare anche questo. Per come vediamo noi i bambini che partecipano al laboratorio ci piacerebbe molto che questa occasione si diffondesse e si raccordasse con il resto delle opportunità. Noi le energie ce le stiamo mettendo ma non è così semplice e scontato. E più per i genitori sordi che per quelli udenti”

Il collegamento con l’esterno

Dora “Il collegamento con l’esterno è avvenuto per un paio di anni attraverso il rapporto con le scuole, con le classi dei bambini che frequentavano il laboratorio. Le classi venivano qui per fare delle attività analoghe a quelle portate avanti nel laboratorio con il coinvolgimento quindi dei compagni di classe; poi c’è stato anche il ritorno di questi compagni di classe che sono rimasti colpiti da un luogo bello dove giocare. Aver condiviso un’esperienza attraverso qualcosa di coinvolgente e bello anche per loro è stato importante. C’è stato anche lo scambio per cui i nostri bambini sono andati nelle classi venute qui, e anche questo è un modo di lavorare che va rafforzato.
E’ estremamente positivo per i bambini che hanno la percezione che quello che vivono qui è possibile anche fuori, nella scuola e che i compagni possono essere resi partecipi di quello che vivono qui.
Da parte nostra il contatto con l’esterno avviene attraverso il rapporto continuo con i genitori, i logopedisti, i neuropsichiatri. Tenere i fili di questa rete non è facile ma ce lo siamo imposto, non volevamo proporci come un’alternativa alla riabilitazione o alla scuola, la soluzione magica di tutti problemi dei bambini sordi. C’è in noi la consapevolezza che il percorso di crescita prevede diversi attori, più riusciamo a raccordarci tra di noi presentando un percorso il più possibile unitario più il bambino sarà avvantaggiato. Non è scontato, non è semplice ma è il raccordo quello che cerchiamo di portare avanti anche attraverso la partecipazione dei gruppi operativi dei bambini e ragazzi.”

Amici in Comunic-Azione

Dora: “Questo laboratorio è nato da una richiesta esplicita di alcuni genitori, i cui ragazzi frequentavano la terza media. I genitori hanno presentato questa esigenza a partire dal fatto che a quattordici anni la logopedia si interrompe, a parte alcuni casi. Dopo essere cresciuti con dei punti di riferimento, perché la logopedista diventa punto di riferimento e anche di incontro con altri bambini e ragazzi, si rischia di sentirsi molto isolati. Anche a scuola nonostante la presenza dell’insegnante di sostegno e dell’assistente alla comunicazione, l’integrazione non è così scontata.
Questi genitori hanno visto i loro figli disorientati, soprattutto dopo la scuola nel tempo delle attività extrascolastiche.
Allora ci siamo messe a pensare a una possibilità di incontro, così importante per questa fase di costruzione dell’identità adolescente e anche per il confronto con il gruppo dei pari. Sono esigenze che valgono per tutti, sentite con maggior forza per chi ha problemi nella comunicazione.
Il laboratorio è partito con un contatto porta a porta a partire da chi ne aveva fatto richiesta con un gruppetto di sei, adesso sono raddoppiati. Cresciuti e raddoppiati di numero”.

Giada: “All’inizio nonostante avessero tra i tredici- quattordici anni a noi sembrava ne avessero dieci-undici. Difatti noi proponevamo ancora attività piuttosto infantili e da parte loro c’era una reazione entusiastica, forse anche perché erano attività che non avevano mai fatto da nessun altra parte come le attività sportive che loro non praticavano. Oggi le distanze sono diminuiti e sono degli adolescenti a tutti gli effetti e le loro richieste lo dimostrano. Oggi è importante il gruppo, le loro idee, le loro parole e se prima quello che dicevamo noi era preso per oro colato oggi non è più così e questo è ovviamente positivo anche se per noi è più impegnativo trovare il modo di entrare in relazione con loro, ma questo capita con tutti gli adolescenti. Sono ragazzi sordi che hanno gli interessi, le problematiche, le pulsioni di tutti gli adolescenti.
Anche la dimensione affettivo sessuale che adesso è esplosa ci ha portato a calibrare le attività nella direzione che potesse ancora coinvolgerli.
Le attività nascono non dal cappello magico ma cercando di osservarli per impostare un’attività che possa andare bene per loro. Se il primo anno abbiamo lavorato tanto sulle emozioni, perché potessero comunicare ciò che era difficile dire con le parole (cosa è la paura, cosa è la gioia) poi siamo passati ad un lavoro sul corpo che permettesse anche di riflettere insieme sull’affettività e sulla sessualità. Quest’anno abbiamo impostato il laboratorio sulle professioni perché ormai stanno arrivando alla fine delle superiori e si cominciano a chiedere cosa fare per il dopo. E’ molto importante dare un ventaglio di idee, di possibilità proprio perché sui mestieri hanno idee spesso stereotipate che prevedono l’adeguamento alla professione del padre o della madre.
Abbiamo fatto anche vacanze insieme. La prima vacanza è stata tutta una scoperta, tutti facevano a gara per fare i turni per preparare da mangiare, lavare i piatti è stato un condividere una casa comune. Quest’anno insieme alla Ausl abbiamo fatto un progetto che si è svolto in un paese del nostro Appennino, Montecreto, in cui l’idea non era solo quella di vivere insieme ma di fare anche qualcosa per la comunità che ci ospitava. Aprire il gruppo verso attività di servizio, cosa non semplice per degli adolescenti “

Beatrice. “Nel laboratorio “Amici in comunicazione” c’è anche il momento dedicato ai compiti, che precedeva l’attività. E’ una sorta di affiancamento che ha l’obiettivo di renderli il più possibile autonomi, cosa molto difficile. In questo momento viene fuori anche il loro rapporto problematico con la scuola: in classe loro capiscono davvero quello che fanno? Attraverso i compiti abbiamo avuto la possibilità di collegarci con la scuola per capire meglio quello che davvero fanno, quello che comprendono realmente, quali strumenti poter offrire loro, in che modo semplificare i testi e ancora, quali testi? Da qui sono nati anche incontri con gli insegnanti per capire cosa si poteva fare insieme, alcuni andati a buon fine altri un po’ meno perché si trovano resistenze o prese di posizione rigide. Quest’anno abbiamo sentito l’esigenza di far partire un corso di italiano facoltativo rivolto sempre ai ragazzi del laboratorio e organizzato per piccolissimi gruppi. E’ un’esigenza nata da loro, in particolare da un ragazzino che aveva una grande paura di svolgere il tema e ci ha chiesto aiuto. Siamo partiti con un incontro alla settimana in cui abbiamo affrontato l’italiano in modo non scolastico e con un approccio diverso dalla logopedia. Abbiamo usato articoli di riviste, testi letterari, conversazioni. Recependo la loro risposta è partito anche un lavoro sui e con i libri: scegliere dei libri adatti a loro con testi semplici ma storie a loro vicine per dare proprio la possibilità di leggere e di identificarsi nelle storie, cosa che questi ragazzini fanno molta fatica a fare”. Per loro il libro tante volte è uno strumento non fruibile e c’è il rischio concreto di un’esclusione anche dalla parola scritta.
Non possiamo generalizzare ma i ragazzi che incontriamo noi hanno queste particolari difficoltà proprio perché un testo che per loro potrebbe essere accessibile lo giudicano troppo infantile, da bambini e lo rifiutano, un testo i cui contenuti sono adatti alla loro età è troppo difficile. Il nostro lavoro è stato proprio quello almeno di incuriosirli al libro, appassionarli alle storie, questo ha significato fare un lavoro di preparazione considerevole perché l’incontro tra loro e i libri fosse possibile”


LA FONDAZIONE GUALANDI

La Fondazione Gualandi a favore dei sordi è un ente privato nato il 1 gennaio 2003 dalla trasformazione dell'Istituto Gualandi per sordomuti e sordomute, fondato a Bologna nel 1850.
La Fondazione si ispira ai valori etici e cristiani che erano fondamentali nell'impegno dell'Istituto Gualandi e si propone di promuovere o sostenere, senza fini di lucro, attività di formazione, formazione continua, supporto all'integrazione scolastica di persone sorde, sostegno alle famiglie, direttamente o in collaborazione con enti, associazioni e organizzazioni che operano senza fini di lucro.
La Fondazione sostiene l'accoglienza di persone anziane sorde e sole.
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