E come Esperienza

di Marina Maselli

Nell’intreccio di parole che rendono solido il percorso verso l’integrazione è senza dubbio possibile incontrare la parola ESPERIENZA. Una parola forte, evocativa, vicina alle storie delle persone e dei servizi che con i temi delle diversità si misurano quotidianamente.
Esperienza è una parola ricca di potenzialità perché guarda al passato ma anche al futuro, accomuna adulti e bambini impegnati nel dare forma alla propria percezione del mondo, si alimenta nella dimensione dell’incontro fra il soggetto e ciò che è altro da sé. E in ogni incontro è sempre presente lo sforzo, oltre che del rapporto, anche dell’adattamento reciproco.
Nel corso degli ultimi quindici anni il tema dell’esperienza mi ha permesso di dare sostanza al lavoro di formazione e valorizzazione della documentazione educativa e didattica.
Riconoscere e dare dignità al sapere dell’esperienza è stata l’idea guida che ha sostenuto molti percorsi fatti con insegnanti ed educatori che si occupano di integrazione in diversi contesti.
In modo particolare ci sono due aspetti che qui mi sembra utile richiamare: il rapporto tra esperienza e sapere e l’importanza del particolare.

Sapere ed esperienza
Che ci muova in contesti in cui la documentazione è ormai prassi consolidata o in altri in cui è necessario un lavoro di sensibilizzazione al tema, senza dubbio uno dei primi punti di riflessione in cui ci si imbatte con le persone che lavorano nei servizi è dato dal richiamo al collegamento con la propria esperienza e al sapere che ne scaturisce. Curiosità, piacere, stupore, bisogno di affermazione, resistenza, perplessità, sono varie le reazioni ed emozioni che si registrano nei gruppi quando si avvia un percorso di formazione o di accompagnamento alla documentazione, non prevedibili ne inscrivibili in un quadro unitario. Le diverse reazioni tuttavia sembrano non negare questo primo essenziale collegamento. La documentazione è tradizionalmente accomunata alla parola esperienza e parlare di esperienza, nella doppia accezione che ha assunto nel linguaggio comune, quella che facciamo e quella che abbiamo, non lascia mai indifferenti, ci tocca in prima persona.
Ma il collegamento di maggior interesse, a partire dal quale prende in molti casi avvio l’adesione reale al progetto di documentazione, è quello dato dal rapporto tra esperienza e sapere, quello che definiamo come sapere dell’esperienza.
Riconoscere e dare dignità all’esperienza come una particolare forma di sapere modifica la prospettiva degli insegnanti ed educatori, introduce nuovi elementi di riflessione che rimandano al quotidiano, a ciò che è familiare, a ciò che si ripete spesso rinnovandosi.
Qualunque sia il contesto professionale in cui si muovono, gli individui maturano una conoscenza particolare della realtà, (qualcuno la definisce multimodale), che deriva dal contatto con le cose, le persone, gli eventi, gli imprevisti, di fronte ai quali si attivano proposte e soluzioni, che arricchendosi di sempre nuove sfumature, si ordinano e compongono in sistemi che costituiscono il sapere proprio di chi lavora. Talvolta la consapevolezza di questo sapere rinforza l’immagine di sé, altre volte l’intuizione dell’enorme ricchezza in esso nascosta spaventa e fa scappare, anche solo temporaneamente, fino all’incontro con la successiva provocazione del quotidiano, poiché di vere e proprie provocazioni del quotidiano si tratta.
Il sapere dell’esperienza incontra l’umile, il solido, quello che facendo tesoro di ciò che la vita di ogni giorno propone mette i soggetti di fronte alla propria domanda di senso, è un sapere che non esclude ma richiede la considerazione della sensibilità del soggetto e della sua particolarità.

L’importanza del particolare
Una delle cose che rende maggiormente interessanti le documentazioni di esperienze di integrazione agli occhi dei fruitori, è la possibilità di entrare nello specifico delle questioni attraverso la messa in evidenza di particolari. Talvolta si tratta di piccoli dettagli, resi significativi da un intenzionale e solido progetto di osservazione, che solo la pazienza e la fiducia in un particolare, che sfugge alle generalizzazioni, rende possibile, “Ma il dettaglio da un certo punto di vista vale a rammentare i rischi dell’astrazione indebita e a rimettere ogni volta in movimento il pensiero. Per i soggetti immersi nella propria quotidianità l’attenzione ai dettagli appartiene a uno stile di vita orientato alla riflessività, alla capacità di riconoscere le cose da più punti di vista, alla ricorrente tensione a esplicitare ai propri stessi occhi i presupposti e gli orientamenti di fondo che animano il proprio stile di vita. A volte il dettaglio ci fa commuovere, innamorare, perdere nella vertigine dell’infinito attiva la nostra memoria …nel rintracciare corrispondenze tra dettagli diversi la coscienza si avvia sulla strada che la porta a riconoscere la trama di cui l’esistenza è intessuta. L’attenzione al dettaglio sospende l’atteggiamento che ci fa dare per scontato ciò che ci circonda e che facciamo usualmente: con ciò avvia processi di nuova comprensione e di elaborazione della nostra esperienza” (1)
E’ l’attenzione al particolare che permette di ragionare, ad esempio, sui piccoli grandi gesti di cura di ogni giorno. L’attenzione al particolare non dimentica l’importanza degli imprevisti, margini di errore, vitalità delle relazioni, elementi che irrompono nella lettura consueta delle situazioni.
Non ci sono progetti che ci salvaguardano dagli imprevisti, gli imprevisti rendono dinamica la progettazione e credibile la documentazione. Nominare gli imprevisti spesso induce a dare maggior valore agli aggiustamenti in corso d’opera. E’ anche di questo che abbiamo bisogno, il concetto stesso di esperienza ne viene rinforzato, è una esperienza che non ci blocca, non ci irrigidisce, non ci immobilizza in uno stereotipo.
E’ sempre attraverso l’attenzione al particolare che è possibile recuperare la dimensione temporale nei progetti, i modi della cura, quella capacità di dar forma al vivere, che permette di costruire ambienti che contengono cose e persone coi loro tempi e i loro ritmi.
Nei termini di Walter Benjamin, ci dice Jedlowski, “l’esperienza attende sempre il risveglio: attende cioè di essere compresa, attualizzata, trasformata in patrimonio che parli del senso e orienti i passi futuri”.

(1) Jedlowski P., Un giorno dopo l’altro. Sociologia, cultura vita quotidiana,Il Mulino, Bologna, 2003